· Città del Vaticano ·

Noi siamo il nostro corpo

Frida Kahlo, «Autoritratto con collana di spine» (particolare, 1940), Harry Ransom Center, Austin, Texas

Osservatorio

25 aprile 2020

Ben prima e non certo a causa del coronavirus il corpo è stato sacralizzato come un santuario che custodisce un individuo-monade dentro una comunità-chiusa: è in questa serie di matriosche che si custodirebbe il simulacro di quella sicurezza identitaria che la liquidità spazza via.

È quanto, con preveggenza, aveva capito Zygmunt Bauman, quando sosteneva che il corpo, nella modernità liquida, sarebbe «l’unica certezza che ci rimane, l’isola d’intima e confortevole tranquillità in un mare di turbolenza e inospitalità... il corpo è diventato l’ultimo rifugio e santuario di continuità e durata».

E se pensiamo alla più che comprensibile paura della nostra fragilità fisica ai tempi del coronavirus, suonano sinistre le sue parole «e così gli orifizi corporei (i punti di ingresso) e le superfici corporee (i punti di contatto) sono oggi i principali focolai di terrore e di ansia generati dalla consapevolezza della mortalità, nonché forse gli unici».

Non possiamo sapere cosa cambierà della percezione del nostro corpo dopo questa prova così pesante. Certo fino ad ora la sua cura, il suo benessere ci aveva ossessionato, gli davamo piacere, lo coprivamo di tatuaggi ma sempre più spesso come fosse una realtà a se stante, staccata dalle altre parti di noi, dal nostro sé, dalla nostra mente e dal nostro cuore.

E invece noi siamo il nostro corpo. Il corpo non è autonomo da noi. E nelle donne questo è particolarmente evidente.

Nella cultura giudaico-cristiana che ha “superato” quella greco-platonica il corpo non va per conto suo, non è mai separato dall’anima o dalla mente. Solo un estenuato spiritualismo o un banale materialismo potrebbero affermarlo. Cristo, che si incarna in una donna, nel suo corpo, “nato da donna” dirà san Paolo, risorgerà nel e con il corpo e sua madre ascenderà in cielo con il corpo. E infatti la dignità e la parità della donna sancita nel Nuovo Testamento nasce e parte dal corpo.

Il cristianesimo è la negazione stessa di ogni possibile spiritualizzazione o idealizzazione. E del resto la scommessa della sua unicità sta lì, le nostre radici stanno lì, la nostra civiltà riposa lì.

Sembra invece che, nella post-modernità, questa unità di mente-corpo evapori sempre di più, e che si fondi piuttosto sulla tecnica, la sperimentazione e la libertà fino a raggiungere una potenza tecno-scientifica che parcellizza persino il corpo femminile e la sua potenza generativa. In uno spezzettamento di materiale genetico, ovuli, ovociti, sperma, fino all’estrema scissione di affidare la gravidanza a un utero diverso dal proprio (il libro di Sylviane Agacinski L’uomo disincarnato. Dal corpo carnale al corpo fabbricato, di cui «Donne Chiesa Mondo» ha parlato a novembre, è ora tradotto in Italia da Neri Pozza, con prefazione di Francesca Izzo).

Insomma, la mente e il corpo si separano e si assolutizzano come se l’allargamento della soggettività dell’individuo moderno, rifondato sull’inconscio, invece di trovare una crescente unità di consapevolezza anche nella sua fisicità corporea, andasse per conto proprio. E del resto, si sono moltiplicati negli ultimi anni gli studi che evidenziano come in questa crescente separazione si annidi l’origine delle diverse forme di fragilità individuale «non focalizzata ad una sintomatologia specifica... ma (che vede) la prevalenza dell’agire sul pensare, il dominio del corpo ... con corrispondente slegamento delle pulsioni distruttive» (tratto dal libro di Gabriella Mariotti e Nadia Fina, Il disagio dell’inciviltà. La psicoanalisi di fronte ai nuovi scenari sociali, Mimesis, 2019, p.23).

Quando riflettiamo sulle tante cause della crisi della chiesa contemporanea e della formazione del suo clero, penso che questa crescente disincarnazione accentui ed esasperi ancora di più la sua tradizionale deformazione spiritualista aumentando le fobie misogine verso il corpo e prevalentemente verso quello femminile. Costruendo una blindata separatezza da esso, in nome di una sua demonizzazione o idealizzazione, temendo esattamente quella potente unità tra mente e corpo che è all’origine dell’identità femminile stessa.

Sarebbe semplificato scorgere solo nella crescita di queste antiche paure le varie forme dei sempre più difficili rapporti che i sacerdoti hanno con la corporeità, sempre meno facile da sublimare, ma certo sarebbe oltremodo utile capire come il grande valore di una maggiore integrazione tra le varie “parti” della persona, tanto più se consacrata, sia la chiave per rendere la scelta e la formazione della vita sacerdotale più consapevole e matura. Affiancata e accompagnata dalla presenza femminile.

di Emma Fattorini
Docente di Storia contemporanea, “La Sapienza”, Roma