· Città del Vaticano ·

«Noi preghiamo per tutti voi»

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I missionari scalabriniani in Sud Africa

08 aprile 2020

«Rimanete a casa. State con i vostri cari. Noi preghiamo per tutti voi affinché questo periodo di sacrifici possa essere benedetto da Dio con l’amore». È questo il messaggio che i missionari scalabriniani a Johannesburg, in Sud Africa, hanno lanciato attraverso i social network ai propri parrocchiani. Un appello a non uscire, a non stare in strada e a non creare assembramenti. A rispondere in modo positivo al lockdown imposto dalle autorità per evitare il contagio da coronavirus. E a sfruttare i nuovi strumenti di comunicazione sociale per rimanere in contatto con la Chiesa cattolica.

Il Sud Africa è stato colpito in modo serio dal Covid-19. Le ultime statistiche ufficiali parlano di 1700 casi e una dozzina di morti, ma il contagio è in crescita e i dati sono sempre provvisori. Di fronte a questa epidemia, il governo di Pretoria ha imposto una chiusura delle attività e l’obbligo di non lasciare le abitazioni. Una condizione che ha messo in particolare difficoltà soprattutto le fasce più povere. «Le fasce benestanti della popolazione — osserva padre Pablo Velasquez, missionario scalabriniano a Johannesburg — hanno risorse economiche e garanzie occupazionali che li tutelano e li aiutano a rispettare le direttive. Non è così per le fasce più povere. Per loro perdere giorni di lavoro significa non guadagnare nulla». A soffrirne sono anche i migranti, il 7,5 per cento della popolazione, che hanno difficoltà a rinnovare i permessi di soggiorno e rischiano di finire nell’illegalità. Non solo non possono lavorare, ma non hanno neppure i soldi per mangiare.

Anche tutte le funzioni religiose della settimana santa sono state sospese. Non è possibile celebrare la messa, né fare la Via Crucis o la cerimonia della lavanda dei piedi. Nelle diocesi è stata annullata anche la messa del Crisma celebrata dal vescovo con i suoi sacerdoti. «La connessione internet in Sud Africa è migliore e più stabile rispetto alla maggioranza dei paesi del continente» spiega Filippo Ferraro, missionario scalabriniano a Città del Capo. «Così abbiamo deciso di trasmettere in streaming tutte le funzioni religiose. È un modo per venire incontro ai nostri fedeli. Anche se, dobbiamo essere sinceri, manca il senso di comunità che si ritrova».

Padre Filippo è il cappellano della locale comunità italiana e portoghese. La messa per gli immigrati è un modo non solo per venire incontro alle esigenze spirituali, ma anche per trovarsi tra connazionali. «Quest’ultimo aspetto mancherà molto — continua il religioso — ma credo mancherà soprattutto alle popolazioni di origine africana. Per loro la messa, ogni messa, è una grande festa con cori, canti, preghiere. È anche un ritrovarsi in una comunità spirituale più ampia. Una celebrazione via web, per forza di cose ridotta nei tempi e nei modi, non risponde allo spirito proprio dei sudafricani e degli africani in generale».

Il rischio è inoltre che un’ampia fascia della popolazione ne rimanga esclusa. «La povera gente e i migranti, anch’essi poverissimi, che vivono nelle baraccopoli — osserva padre Pablo — non hanno la connessione internet o, in caso contrario, è veramente debole. Ciò impedisce loro di connettersi alle nostre messe. Questo è un problema grande al quale non siamo ancora riusciti a dare una risposta. Anche perché, dopo la scoperta dei primi casi di covid-19 nelle township, i controlli da parte delle forze di polizia e delle forze armate sono stati intensificati ed è impossibile entrare in uno slum. Anche questo, purtroppo, è un altro effetto della pandemia». (enrico casale)