· Città del Vaticano ·

Nessuna pandemia fermerà la forza del Risorto

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

L’esperienza di una comunità di recupero per tossicodipendenti

15 aprile 2020

«La realtà della Pasqua, la presenza del Risorto, noi la stiamo sperimentando da tempo, è già all’opera. Chi poteva immaginare che dalle nostre situazioni così distrutte, così senza speranza, potesse risgorgare la gioia che troviamo oggi?»: nei suoi modi gentili, ma altrettanto fermi, padre Matteo Tagliaferri racconta così la Pasqua di questi giorni appena trascorsi, ma anche di sempre, della comunità In dialogo, una onlus che si occupa del recupero dei tossicodipendenti, compreso quello sociale e lavorativo, ma anche di dare una casa ai malati di aids e di seguire le donne sfruttate, con la sede principale a Trivigliano, nel Frusinate a due passi da Fiuggi, e altre sedi in tutta Italia e varie gemmazioni all’estero, dal Perú all’Ucraina, dalla Colombia all’Argentina.

Da oltre un quarto di secolo questo religioso vincenziano percorre le strade dei bisogni e del cuore perché, come ama ripetere, «ogni uomo ha le sue ferite, e ciascuno è ferito lì dove non è stato amato». Da quando era giovane parroco in un paesino abruzzese e prima ancora, dal germe della vocazione in una famiglia profondamente cristiana (due sorelle religiose e un fratello, don Giorgio, sacerdote della diocesi di Anagni-Alatri e che porta avanti con Agape un altro progetto di cooperativa sociale e di vita in comune).

Una Pasqua che per padre Matteo ha anche il volto risorto di tante persone, ritrovate nel ricordo del primo ragazzo, il quindicenne Danilo, che gli chiesero di aiutare e da lì iniziò l’opera; o nel presente di un uomo affidato alla casa per malati di aids con una speranza di vita di due-tre mesi e che invece è lì oramai da anni.

«Dio da sempre è vita, Dio vince la morte — aggiunge il religioso parlando di questa Pasqua — certo, c’è il coronavirus che ci fa chiudere dentro, sembra quasi quella pietra messa sul sepolcro di Gesù, ma non dimentichiamo che poi Gesù ha rovesciato quella pietra, perché la vita riesploda sempre più forte dentro le nostre situazioni, dentro i nostri sepolcri. No, Dio non si rassegna ai sepolcri dell’uomo».

Ma nessun miglioramento nei ragazzi a lui affidati, rimarca padre Matteo, «sarebbe stato possibile se questo spirito del Risorto non agisse già dentro l’esperienza della comunità, come tra le braccia del Padre che ci dice “Io voglio che tu viva, che tu viva per sempre”. Ecco perché, poggiando su questa certezza, per noi da tempo è Pasqua: perché la morte ha lasciato lo spazio alla vita. Ancora di più oggi la nostra fede si fa certa, la nostra speranza ci porta a credere alla realizzazione piena di quelle nostalgie di vita, di pienezza di gioia e di amore di cui abbiamo bisogno. Non c’è coronavirus di tutti i tipi che possa fermare la forza dirompente del divino che è entrato nell’umano attraverso lo Spirito di Gesù che è spirito di risurrezione».

Certo, dal punto di vista operativo e logistico non sono giorni facili neppure per la comunità, con tutti i colloqui sospesi, così come le visite delle famiglie ai ragazzi ospiti, contatti che comunque gli operatori stanno mantenendo in piedi via telefono. Sono giorni di accorgimenti particolari anche dal punto di vista sanitario, per soggetti naturalmente più esposti di altri. Ma sono giorni che padre Matteo sta sperimentando come un’ulteriore risurrezione: «Me ne accorgo dalla riflessione dei ragazzi, da quello che scrivono: vanno sempre più in profondità, perché c’è Qualcosa che li tocca dentro».

Da questa prospettiva, anche il domani fa meno paura, mantenendo però lo sguardo fisso sul tanto che ancora c’è da fare: «Anche per questo problema delle dipendenze — aggiunge il fondatore della comunità In dialogo — bisognerebbe spronarci ed attivarci, per salvaguardare un concetto più ampio della salute della persona vista a livello globale (interiore, relazionale, sociale, valoriale ed etico). Dai primi anni della nostra esperienza dicevo che i giovani pagano per una cultura mutilata di spiritualità e di trascendenza, che li lascia analfabeti nei rapporti, incapaci di sostenere le inevitabili contrarietà e limiti che la realtà del vivere pone da sempre. Se i nostri adolescenti e giovani stanno mostrando tanta maturità per contrastare il coronavirus, accettando regole che sembrano andare contro la loro natura, per salvaguardare appunto la salute personale e sociale, perché, passato questo momento, da adulti responsabili, non assumere a livello politico e sanitario, precisi orientamenti altrettanto coraggiosi? Perché non investire la stessa determinazione e responsabilità per favorire un forte impegno educativo, familiare, scolastico e sociale, per la vita integrale (biologica, affettiva, spirituale) delle persone?».

di Igor Traboni