· Città del Vaticano ·

Nei panni di Tommaso: la scuola in tempo di pandemia

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Tempore Famis

01 aprile 2020

In questi tempi di forzate distanze il mondo degli insegnanti si è svegliato dal torpore della lezione frontale. I banchi sono vuoti. I ragazzi non ci sono più. Occorre trovare vie nuove, vie che in teoria già si conoscono, abituati come siamo all’efficacia delle connessioni virtuali. Ma il popolo dei prof è sempre un po’ in ritardo — dicono — mai a suo perfetto agio in forme di didattica a distanza. Manca la carne, nella scuola, e a rincorrere le classi via web ci sentiamo avventurieri un po’ spaesati. Abbiamo torto?

Sta di fatto che, presi in contropiede dall’emergenza, siamo stati catapultati — in queste settimane — in un tempo in cui il virtuale sostiene e quasi rimpiazza il reale e ai contatti in carne e ossa si sostituiscono contatti digitali. Non c’è altro modo. E anzitutto, la prima cosa, quella che brucia di più, è l’assenza fisica, il non poter percepire immediata la risposta dei volti alla nostra proposta, le espressioni annoiate e a volte irridenti dei nostri alunni, di fronte alle quali abbiamo provato disagio, stanchezza, fastidio. Almeno una volta. Eppure ci mancano.

Vivere l’insegnamento, lo dice Platone, è vivere un dialogo quotidiano, concreto, fisico. Tant’è vero che Socrate — il maestro della parola “detta”, della maieutica come metodo di vita — non ha lasciato nulla di scritto, limitandosi — ma è vero limite? — a coltivare tenacemente l’arte della parola. La scrittura era il web di 2500 anni fa, quella tecnologia, oggi come allora, stupefacente che tuttavia, agli occhi degli stessi antichi rischiava di snaturare la vita reale. Tant’è vero che in un passo famoso del Fedro di Platone il dio Teut viene rimproverato per averla inventata.

Gesù non fu da meno. Anch’egli non scrisse nulla. Il Vangelo ce lo mostra una sola volta intento a tracciare col dito qualcosa sulla sabbia, mentre scribi e farisei lo provocano a una risposta di fronte alla donna sorpresa in flagrante adulterio. Chissà se fossero lettere o disegni. In greco il verbo graphein vuol dire entrambe le cose.

Ma c’è anche un’antica e bellissima tradizione che gli attribuisce una lettera, in risposta al re Abgar di Edessa, che gli chiedeva di venire da lui per guarirlo dalla sua malattia. Gesù, a quanto pare, gli rispose, promettendogli d’inviargli un discepolo dopo la sua Ascensione. E così qualche anno dopo l’apostolo Tommaso, quello che a distanza e in absentia proclamava che non avrebbe mai creduto, quello che desiderava — a buon diritto? — vedere e toccare, soprattutto toccare, che non accettava la notizia virtuale — quanta verità nel suo errore — ma voleva averla di persona, quell’apostolo avrebbe mandato a Edessa tramite un suo discepolo il mandylion, che raffigurava il volto di Gesù, e con quell’immagine “virtuale”, al suo solo tocco, Abgar sarebbe guarito.

Il re Abgar non poté vederlo nel suo Vero Corpo ma restò in attesa, leggendo e rileggendo quella lettera, finché il tocco della sua presenza viva gli arrivò, attraverso quell’immagine. Anche noi siamo un po’ tutti come lui.

di Giovanni Ricciardi