· Città del Vaticano ·

Morire nel Signore

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Diario della crisi / 5

28 aprile 2020

Una delle più grandi intuizioni spirituali di san Giovanni Paolo II è stata quella di esortarci a ravvivare e conservare la memoria dei martiri del secolo XX, uno dei secoli più violenti della storia. E certamente, ricordando davanti a Dio i moltissimi testimoni della fede, siamo stati condotti a ricordare con loro innumerevoli vittime, e più ampiamente ancora donne e uomini di ogni razza, tempo e condizione che hanno perso la loro vita in circostanze drammatiche, in terra e in mare, in guerra e in pace, lontani da ogni conforto umano, vittime di violenze insensate o di catastrofi incontenibili, o nell’abbandono e nella solitudine. Un grido immenso di dolore sembra levarsi nel silenzio dalla polvere di ogni angolo della terra per chi abbia orecchie per ascoltarlo ricordandosi di milioni e miliardi di dimenticati. Grido di creature che si sentono precipitare in un abisso di vuoto e di oblio. Per loro e con loro vogliamo anche noi elevare un grido di domanda di misericordia.

Le immagini delle file di bare allineate nelle chiese della Lombardia, quelle della grande fossa comune vicino a New York, il pensiero di tante persone, in particolare di tante persone anziane che sono morte in condizioni di isolamento e di solitudine nel corso degli ultimi mesi ci hanno toccato profondamente. Non solo per il giusto dolore dei congiunti che non hanno potuto vivere il distacco dai loro cari con i conforti umani e cristiani, ma ancor più per i defunti stessi, per coloro che sono morti e muoiono in solitudine.

Tutto ciò ci ha fatto capire una volta di più quanto sono preziosi la vicinanza e l’affetto sincero nel tempo della fragilità, della vecchiaia e della malattia. Ma ci ha anche fatto riflettere che probabilmente ogni morte, compresa la nostra, porta sempre in sé una dimensione di solitudine. Poiché alla fine ogni conforto e vicinanza degli altri diviene impotente e nessuno è più capace di sottrarci al passaggio finale.

Come possiamo prepararci a un simile momento, che ci accomuna tutti, che per le vittime del coronavirus è stato anticipato, ma che era comunque davanti a loro come è davanti a noi? Come sfuggire all’angoscia di precipitare nel nulla?

Pochi giorni fa abbiamo avuto la grazia di rivivere la morte di Gesù. Ogni giorno la riviviamo unendoci sacramentalmente o spiritualmente a Gesù nella comunione. Ma il Venerdì e il Sabato Santi portano con sé una grazia speciale. Quella di Gesù è una morte verissima e crudelissima, che porta su di sé tutta l’esperienza dell’abbandono degli uomini e anche di un misterioso abbandono da parte di Dio, come dice il verso del Salmo che Gesù esclama sulla croce. Una morte così vera che ad essa segue l’essere cadavere in un sepolcro nel giorno del Sabato. Nel Credo affermiamo: «... fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi...». La discesa di Gesù negli inferi dice che egli si fa vicino e fratello di tutti coloro che sono discesi nell’abisso della morte. Non ne dimentica neppure uno. Per Gesù non ci sono morti dimenticati, in nessun luogo della terra e della storia, in nessun angolo colpito dalla pandemia. Gesù è veramente morto come loro e con loro.

Dopo la morte di Gesù, la sua discesa agli inferi e la sua risurrezione, la morte non è più la stessa cosa di prima. «Dov’è o morte la tua vittoria?» esclama san Paolo. La morte ora può essere vissuta con Gesù, che rivela un amore di Dio più forte della morte. E questo va aldilà di ogni solitudine umana. La morte, anche la più sconosciuta e dimenticata, può così diventare affidare il proprio spirito nelle mani di un Padre.

Pochi giorni fa Papa Francesco a Santa Marta, commentando le parole di Gesù a Nicodemo, ha invitato tutti a guardare al Crocifisso. È il punto centrale della fede e della vita cristiana. Chi le ha viste, non potrà mai dimenticare le immagini di san Giovanni Paolo II abbracciato alla croce nella sua cappella pochi giorni prima della sua morte, mentre al Colosseo il popolo era unito a lui in preghiera nella via Crucis del Venerdì Santo. Non c’è altro modo di prepararci a vivere la morte che guardare con tutta l’anima il crocifisso che muore con noi e per noi, e restare abbracciati a lui con tutto il cuore. Allora la morte vissuta con Gesù potrà perdere il suo volto spaventoso e lasciar intuire un mistero di amore e di misericordia. Allora forse non sentiremo più l’impulso a rifiutarne il pensiero e a cancellarlo dalla nostra quotidianità, anzi, con la fede e con il passare del tempo potrà esserci familiare fino a diventare “sorella”, come dice san Francesco.

Anche nel mondo secolarizzato la morte arriva, con il coronavirus o in altro modo. Ma non dimentichiamoci che grazie a Gesù la morte non ha più l’ultima parola, ma ogni morte, anche la più dimenticata e solitaria, non è cadere nel nulla, ma nelle mani del Padre.

di Federico Lombardi