· Città del Vaticano ·

Molto più di un’emergenza sanitaria

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Nella Repubblica Democratica del Congo

03 aprile 2020

Un’epidemia che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più grave di una semplice emergenza medica. Arrivato dall’Europa e facilmente insinuatosi in Africa, complici la mancanza di ospedali all’altezza e la carenza di farmaci, il coronavirus minaccia di portare con sé carestia, tensioni sociali e il collasso delle fragili strutture sanitarie. È questo l’allarme lanciato dai missionari nella Repubblica Democratica del Congo di fronte alla lenta, ma inesorabile, avanzata del Covid-19. «Qui la gente vive con poco — osserva il missionario Alberto Rovelli, che lavora nell’istituto di formazione filosofica dei Padri Bianchi a Bukavu — ma il rischio è che il virus impedisca loro di ottenere anche quel poco. Nelle ultime settimane la paura ha già fatto gravi danni. I prezzi dei generi alimentari sono aumentati notevolmente, portati in alto dagli speculatori. Dal Rwanda è arrivato qualche camion di farina, ma poi le scorte sono progressivamente calate. Come faranno le famiglie a procurarsi il cibo? Ho ricevuto telefonate di diverse persone che mi hanno detto di non avere più nulla da mangiare e che sono senza soldi per acquistare il necessario per i loro figli. Il rischio è che il virus porti con sé una carestia che si potrebbe rivelare addirittura più letale del virus stesso». E con la carestia c’è il timore che insorgano nuove ribellioni, in una regione, quella orientale, da anni già preda di forte instabilità politica e militare.

La difficoltà di procurarsi il cibo porta i congolesi a lasciare la casa e a scendere in strada per cercare di procurarsi il minimo indispensabile per sopravvivere. Ciò rende impossibile qualsiasi forma di limitazione della circolazione e quindi di contenimento dell’epidemia. «Non si può fare un’autentica prevenzione», spiega Giovanni Marchetti, padre bianco, missionario a Lubumbashi dove è impegnato nella pastorale parrocchiale. «Qui la gente ha come obiettivo primario guadagnare quel tanto che basta per sopravvivere. Quindi esce per strada, incontra altre persone. Come si possono bloccare le vie? Come è possibile chiudere i mercati? Certo, del virus si parla nelle strade, ma non è una priorità, forse lo diventerà quando si registreranno le prime vittime e le persone si spaventeranno».

Le strutture mediche africane non sono state preparate a un evento simile. «I sistemi sanitari del continente — aggiunge Giovanni Putoto, esperto dell’ong Medici con l’Africa Cuamm — non sono paragonabili a quelli occidentali né tanto meno a quello italiano, che è universale e gratuito. In Africa, nonostante in molti paesi la Costituzione garantisca il libero accesso alle cure, mancano medici, infermieri, strutture e farmaci. In parecchie nazioni i pazienti in cura negli ospedali devono addirittura acquistare farmaci, garze, siringhe, e altro ancora, all’esterno». D’altra parte, nell’Africa subsahariana la spesa sanitaria media pro capite è inferiore ai 100 dollari all’anno. Una cifra irrisoria se pensiamo che in Italia la spesa media pro capite pubblica si aggira sui 2500 dollari all’anno. Scarsi investimenti, frutto di una pianificazione inesistente, di sistemi politici fragili, instabilità, guerre, mancanza di strutture, scuole e università. «Gli stanziamenti per gli africani sono una briciola di fronte alle grandi necessità che questi paesi devono affrontare», commenta Putoto. Per questo «se l’epidemia di Covid-19 si espanderà potrebbe causare notevoli problemi».

Ciò vale anche per la Repubblica Democratica del Congo. Stato ricchissimo di materie prime (oro, diamanti, cobalto, rame), investe solo l’8 per cento del proprio bilancio per le cure sanitarie. A Lubumbashi, capoluogo della provincia di Katanga, il sistema sanitario è stato colto quasi di sorpresa. «Qui — osserva ancora Marchetti — formalmente le cure sono garantite dallo Stato; nei fatti, quando si sta male, si devono pagare i medici, i farmaci, i presidi. Abbiamo letto che a Lubumbashi sarà attrezzato un ospedale per far fronte all’eventuale epidemia. Basterà? Non ne sono sicuro. Se dovesse scoppiare un contagio in grande stile servirebbe molto di più che un ospedale. Questa città ha 1.800.000 abitanti, le sue strade sono affollate, i mercati anche, non è uno scherzo bloccare un virus».

La Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo ha pubblicato una dichiarazione nella quale esprime «tristezza e preoccupazione» di fronte all’epidemia ed esorta il popolo congolese a «rendersi conto che il coronavirus è una malattia pericolosa come l’ebola», virus debellato di recente, anche grazie all’aiuto delle organizzazioni internazionali. Secondo i vescovi è importante «che ognuno di noi partecipi [...] nella risposta a questa pandemia». Per tale motivo l’episcopato ha invitato i sacerdoti a non celebrare le messe in pubblico ma in privato e a «continuare a pregare soprattutto per la fine di questa pandemia».

A Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, i padri bianchi hanno sospeso le lezioni nel loro centro di formazione filosofica e hanno invitato gli studenti a non lasciare la struttura. «La nostra casa — spiega padre Rovelli — è un po’ isolata dalla città; per questo motivo è forse più al riparo dal contagio. I ragazzi rischierebbero certamente di più se tornassero in famiglia. Per tenerli occupati abbiamo organizzato corsi di inglese e li impegniamo in lavori manuali. Abbiamo chiesto loro di non andare a fare visite ad amici e parenti e a non riceverle qui in comunità». Anche i missionari hanno ridotto al massimo le uscite. Lasciano la comunità solo per andare ad acquistare il cibo. E l’attività pastorale è rallentata: «Abbiamo seguito le indicazioni dei nostri vescovi. La messa domenicale e i funerali — sottolinea il missionario — sono stati sospesi. I matrimoni già programmati si celebrano ancora, ma non vengono accettate più di dieci persone complessivamente; quelli non programmati sono rinviati a data da destinarsi».

di Enrico Casale