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Mani che guarirono una città

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Giuseppe Moscati, il medico dei derelitti

11 aprile 2020

Erano soliti vederlo chinato a lenire ferite, a visitare i malati, ad ascoltare le voci dei sofferenti negli ospedali. Ore interminabili tra le corsie, da un reparto all’altro, per consolare, guarire, curare. Giuseppe Moscati era un medico particolare, quello che la gente richiedeva da ogni parte: non solo un bravissimo clinico che sapeva formulare le diagnosi più complicate, ma un santo. Quando morì d’infarto, il 12 aprile 1927, non aveva ancora compiuto 47 anni. Era tornato dall’ospedale e dalle visite a domicilio per controllare alcuni pazienti. La gente per le strade di Napoli iniziò a gridare: «È morto il medico santo».

Non era solo un esperto delle scienze terrene, ma anche delle cose di Dio. Nel malato vedeva Cristo Crocifisso da soccorrere, amare e servire. Aveva speso la vita nella ricerca e nello studio per essere sempre più utile al prossimo. D’altronde, era un celebre professore che all’insegnamento univa la pratica di quanto appreso negli atenei. Aveva acquisito anche una fama internazionale per le sue ricerche che avevano trovato spazio nelle pagine delle riviste scientifiche. I suoi studi, in particolare, si concentravano sul glicogeno e su argomenti collegati, facendo di lui un rinomato precursore in questo campo.

Giuseppe era nato il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo dei nove figli del magistrato Francesco Moscati e di Rosa De Luca, dei marchesi di Roseto. Fu battezzato il 31 luglio. L’anno successivo la famiglia si trasferì prima ad Ancona e poi a Napoli. Dal 1889 al 1894 seguì i corsi ginnasiali e liceali all’istituto Vittorio Emanuele. A 17 anni si laureò con ottimi voti e si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Napoli. Aveva scelto di diventare un dottore perché era sempre stato sensibile alla sofferenza umana, tanto da cercare in ogni modo di lenirla. Non riusciva ad accettare l’impotenza di fronte a molte malattie. Da qui l’impegno per la ricerca scientifica. Tuttavia, sapeva che Gesù era l’unico medico del corpo e dell’anima, per cui affidava a Lui ogni sforzo per ridare la salute alla gente che incontrava. La sua azione era integrale: non voleva solo guarire dalle malattie, ma anche ricondurre le anime a Cristo e salvarle dalla morte eterna.

Il 4 agosto 1903, Giuseppe Moscati conseguì la laurea con pieni voti e dignità di stampa. Dopo cinque mesi, partecipò al concorso pubblico indetto per l’ufficio di assistente ordinario negli Ospedali Riuniti di Napoli, e a un altro per coadiutore straordinario. Si aggiudicò il primo posto e iniziò a prestare servizio nell’ospedale degli Incurabili. Si dimostrò un grande organizzatore e a lui venne affidato il compito di sistemare il ricovero dei malati affetti dalla rabbia. Nel 1906 si prodigò per salvare i ricoverati nell’ospedale di Torre del Greco, durante l’eruzione del Vesuvio. Continuò a studiare e a vincere concorsi, fino a quando divenne primario. Nel 1911 ottenne la libera docenza in chimica fisiologica su proposta di Antonio Cardarelli e insegnò indagini di laboratorio applicate alla clinica e chimica applicata alla medicina, secondo i programmi del Consiglio superiore della pubblica istruzione.

Allo scoppio della prima Guerra mondiale presentò domanda di arruolamento volontario, ma la richiesta venne respinta. Volevano averlo a disposizione per curare i soldati feriti che tornavano dal fronte. Venne nominato anche direttore del reparto militare dal 1915 al 1918. In questo periodo, per quanto riportato dai registri dell’ospedale degli Incurabili, visitò 2.524 soldati.

La sua prolifica attività professionale non si spiega solo con la passione per la medicina. Non era raro che, andando a curare i poveri nelle loro case, invece di riscuotere la parcella lasciasse loro del denaro. Non era difficile nemmeno trovarlo in giro di notte per le strade di Napoli mentre si recava a visitare un ammalato. La forza di tanta attività gli proveniva dall’amore di Dio. Partecipava quotidianamente alla messa nella chiesa del Gesù Nuovo, che era nei pressi di casa sua, e rimaneva a lungo in preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Dalla Parola di Dio attingeva il coraggio e l’ispirazione per affrontare le difficoltà che incontrava nella cura dei malati. Tra i numerosi pazienti, ne ebbe due famosi: il tenore Enrico Caruso e il beato Bartolo Longo.

I funerali di Moscati furono un’apoteosi popolare di riconoscenza a questo medico umile e pieno di carità. La sua fama di santità crebbe sempre più, al punto che, il 16 novembre 1930, i suoi resti mortali vennero traslati nella chiesa del Gesù Nuovo.

Beatificato da Paolo VI il 16 novembre 1975, durante il giubileo, e proclamato santo da Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987, durante i lavori dell’assemblea del Sinodo dei vescovi su «La vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo», è stato di recente proposto come patrono del “118” proprio per la sua instancabile dedizione a quanti soffrono nel corpo e nello spirito. (nicola gori)