· Città del Vaticano ·

«Ma respira ancora!»

Janet Leigh nella celeberrima scena della doccia in «Psycho» (1960)

28 aprile 2020

Per ben nove volte girò la celeberrima scena della doccia in Psycho sir Alfred Hitchcock. Sarebbe dovuta durare un minuto e trenta, fu poi ridotta a quarantacinque secondi: secondi che avvincono, che inchiodano. In quella scena c’è tutto Hitch (come lo chiamavano gli amici e i più stretti collaboratori): la cura del dettaglio, fino all’ossessione. La volontà di essere perfetti. E per essere perfetti — diceva il maestro del brivido — bisogna essere plausibili e credibili. Altrimenti lo spettatore, anche il più distratto, non te lo perdonerà mai. Ha detto di lui Francois Truffaut: «Prima di Hitchcock il cinema è come non fosse mai esistito. Dopo Hitchcock non c’è regista che non gli sia debitore». Eppure, proprio la scena della doccia inflisse al genio britannico un vulnus che, per sua stessa ammissione, non si rimarginò mai del tutto. La moglie Alma, insostituibile “eminenza grigia” dietro le quinte di ogni suo film, si accorse che Janet Leigh, cadavere, dopo essere stata pugnalata a morte da Anthony Perkins (nel film veste i panni di Norman Bates), respirava, seppur impercettibilmente, ancora. Alma scattò in piedi e puntò il dito contro l’immagine che riproponeva la scena appena girata, e lanciò un urlo. «Ma respira ancora!». Hitchcock tirò un sospiro di sollievo, profondissimo, e subito provvide a tagliare quel minuscolo fotogramma. «Se Alma non se ne fosse accorta, la mia reputazione sarebbe stata compromessa per sempre», avrebbe ammesso il regista anni dopo. Ma da quella scena Hitchcock — noto anche per il suo cinico umorismo e per il piacere che provava nell’inquietare lo spettatore — trasse una maligna soddisfazione. «Fu tale il realismo di quanto mi stava accadendo intorno — confessò una volta Janet Leigh — che da quella volta non ho più fatto la doccia, preferendo la vasca da bagno». Sbirciando comunque sempre, con la coda dell’occhio, se dietro la porta non sbucava il pugnale di Norman Bates.

di Gabriele Nicolò