· Città del Vaticano ·

Liberi di potervi aiutare

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Le testimonianze dei detenuti di Roma e Viterbo ai microfoni di Radio Vaticana Italia

11 aprile 2020

Gianni, Massimo, Orlando, Massimiliano, Daniele, Mouhcine, Paolo, Goffredo, Alessandro, Danilo, Silvio e Francesco. Dietro a ciascun nome un percorso diverso, drammatico per certi versi, che li ha condotti in carcere a pagare il loro debito con la società. Alcuni a Roma, nella Casa di reclusione di Rebibbia, altri a Viterbo, nella Casa circondariale Mammagialla. La pandemia li ha colti di sorpresa ma, paradossalmente, preparati perché da ristretti loro ci vivono da anni. E proprio perché la situazione la conoscono molto bene, hanno deciso di lanciare un messaggio a quello che sono soliti chiamare “mondo libero”.

Un messaggio di solidarietà, di speranza e, non ultimo, di disponibilità ad aiutare chi sta soffrendo. Per farlo hanno scelto «I Cellanti», il programma settimanale di Radio Vaticana Italia che si occupa di pastorale carceraria. «Così siamo sicuri che ci ascolterà Papa Francesco. Ci vuole bene e parla sempre bene di noi. Anche noi gli vogliamo bene e preghiamo sempre per lui», hanno detto.

Attualmente la reggente dei due istituti di pena è Nadia Cersosimo che già ebbe modo di incontrare il Santo Padre in occasione della Messa “in cena Domini”  il 13 aprile 2017 a Paliano, in provincia di Frosinone. Nell’occasione il Papa lavò i piedi agli ospiti (tutti collaboratori di giustizia) nella struttura da lei diretta. È stata la stessa Cersosimo a chiedere che la voce dei ragazzi arrivasse il più lontano possibile: «Vorremmo che queste parole giungano al cuore di tutti perché anche noi oggi, a causa del virus, viviamo per certi versi la loro stessa situazione. Ma il loro non è un messaggio di detenuti, ma quello di uomini che vogliono condividere la sofferenza dei loro familiari, di chi è stato colpito dal covid-19, dei poveri, dei senzatetto, degli anziani e dei bambini».

Secondo la direttrice «questi ragazzi avrebbero potuto assumere altri atteggiamenti: lamentarsi, denunciare, protestare. Invece hanno scelto la via della partecipazione e del coinvolgimento». Cersosimo infatti ha rivelato che, sia a Roma che a Viterbo, si sono messe in moto le sartorie interne per il confezionamento delle mascherine. Altri hanno organizzato collette il cui ricavato è finito agli ospedali locali. «Nonostante i ragazzi siano giustamente destinatari di un dispositivo dell’autorità giudiziaria e sono limitati nella loro libertà, hanno voluto comunque essere parte attiva nella filiera di aiuti».

Danilo, il primo del gruppo, si trova a Rebibbia e ha esordito ringraziando Papa Francesco «per le sue continue carezze» e l’amministrazione che continua ad infondere «tranquillità e serenità grazie ai costanti aggiornamenti». Danilo è grato anche agli agenti di Polizia penitenziaria perché «hanno i nostri stessi problemi e rischiano tutti i giorni. Per noi — ha confidato — sarà una Pasqua molto triste». Anche Silvio si è detto soddisfatto del potenziamento del sistema comunicativo: «Continuiamo a parlare con i cari attraverso Whatsapp e possiamo farlo anche nell’area verde». Per Francesco il coronavirus «non è un problema del carcere, ma della società intera. Immaginate se ci infettassimo tutti — ha detto — faremmo saltare il sistema sanitario nazionale».

E la segnalazione di Francesco appare sensata se pensiamo che nelle nostre patrie galere ci sono oltre sessantamila ospiti. Gianni è a Viterbo e ha tenuto a sottolineare che da persona “normale” quale è «prova paura, disagio, angoscia. Per sé e per la propria famiglia». Massimo, invece, ha spiegato che il grande risultato ottenuto è stato quello di «mantenere la calma, nonostante tutti i detenuti siano molto preoccupati. Anche perché l’infermeria del carcere è piccola e non potrebbe far fronte ad una emergenza di questa levatura». Orlando ha auspicato che «tutto vada bene», mentre Massimiliano ha lanciato un vero e proprio appello: «Fate in modo che il nostro contributo sia costante, possiamo e vogliamo fare di più per aiutarvi».

Daniele ha manifestato la sua profonda preoccupazione per le famiglie dei detenuti: «Hanno bisogno della nostra presenza. Nessuno può amare e tutelarle come possiamo fare noi». Tra la rappresentanza di stranieri, Mouhcine ha espresso la sua gratitudine perché prima era consentita una chiamata a settimana, mentre oggi una al giorno ma ha precisato: «Stiamo perdendo una generazione e ora abbiamo cominciato a sentire che muoiono anche tanti giovani». Le mura alte e grigie, per Paolo, dividono ancora più di prima a causa di questo nemico invisibile. E poi c’è Goffredo che si è distinto perché, nel raccontare la sua detenzione al tempo della pandemia, ha espresso la sua emozione in modo diverso: «Dopo anni di reclusione, grazie alle videochiamate, ho rivisto casa mia, le pareti delle mie stanze e, soprattutto, i volti dei cari che non ho più incrociato. È stata per me una immensa gioia, indescrivibile. La stessa gioia hanno provato anche i miei compagni nel rivisitare i luoghi dove sono cresciuti e hanno vissuto, anche se da remoto. Me ne sono accorto fin da subito perché i loro occhi sono cambiati». Alessandro, infine, ha chiesto di poter riabbracciare presto i propri cari e per questo si è rivolto direttamente alle istituzioni. Anche se con diverse sfumature, tutti sono stati concordi nel ribadire che il carcere non è, e non deve essere, un luogo che custodisce, ma che educa, un valore e non una misura estrema, un luogo dove il pensiero deve essere tenuto sempre vivo, presente, e dove le persone devono poter esprimere la propria individualità, le proprie preoccupazioni e le proprie speranze. «Sa cosa mi hanno detto? — ha ripreso Nadia Cersosimo — Che non avevano mai maturato un’esperienza del genere, perché nessuno li ha mai ascoltati. E questo è fondamentale proprio perché ha consentito a ciascuno di sentirsi individuo. Il carcere, purtroppo, tende a massificare questo senso di appiattimento dell’individualità: invece, proprio attraverso l’espressione del pensiero c’è un’opportunità per cui il soggetto viene considerato come tale e quindi come persona» ha aggiunto.

La vicenda del coronavirus, pur nella sua drammaticità, ci conferma che il carcere può essere un luogo educativo (o meglio ri-educativo) dove poter esprimere continuamente una personalità attiva sia verso l’universale (lo Stato) che verso il particolare (le persone e i gruppi sociali). Un territorio di frontiera che oggi più che nel passato esige un surplus di progettualità per poter operare in favore della comunità. Non solo quella carceraria. Umanizzare gli istituti, pertanto, deve essere l’obiettivo principale e per renderlo effettivo è necessario un impegno a tutto campo che sviluppi quell’inventiva pedagogica che è nella struttura e nei programmi di chi ogni giorno si prodiga affinché il detenuto non venga mai identificato con la pena che ha commesso.

di Davide Dionisi