· Città del Vaticano ·

Lettere dal direttore

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30 aprile 2020

In molti si chiedono, ci chiediamo, come sarà il mondo “dopo”. È un automatismo molto umano, che ribadisce ancora una volta la specificità propria dell’uomo che immagina, desidera, progetta, cerca di prevedere. Sempre questo accade, ogni giorno, tanto più in periodi di tempesta come quelli che il mondo sta attraversando da circa quattro mesi.

E qui forse la parola degli esperti, dei “tecnici”, non è l’unica da ascoltare, non è sufficiente. Non si tratta di competenze, di essere dei bravi economisti o sociologi, ma di essere visionari. E allora i poeti, gli scrittori e più in generale gli artisti possono essere preziosi “esperti” delle cose umane.

Senza andare troppo lontano o troppo “in alto”, mi viene in mente un film di una dozzina di anni fa, di quelli cosiddetti “per bambini” (che spesso proprio per questo sono i più acuti), intitolato Wall-E, realizzato dalla Pixar che da oltre trent’anni sforna i prodotti più interessanti in circolazione nelle grandi sale. Ebbene Wall-E ha una forza che non esito a definire profetica, impressionante.

Il punto di partenza, il pre-testo che sta sotto la trama è antico, primordiale, rifacendosi direttamente alla vicenda di Noè raccontata nei primi capitoli della Genesi. Come ai tempi di Noè anche qui tutto il mondo si è salvato su un’arca, una nave, anzi un’astronave che ha condotto l’umanità lontana dalla terra perché il pianeta è diventato talmente tossico a causa dell’inquinamento che l’unica cosa da fare è fuggire “lontano dal pianeta sporco”. La prima parte del film è ambientata sulla terra dove troviamo Wall-E, un piccolo robot (ma con l’anima) che fa lo spazzino, pulisce con cura e ostinazione il pianeta intero smaltendo i rifiuti in modo che, una volta ripulito tutto, gli umani poi potranno tornare a casa. In visita a Wall-E arriva Eve, una candida sonda (“animata” pure lei, tra i due ovviamente nascerà un sentimento) spedita dall’astronave viaggiante negli spazi siderali, che è come la bianca colomba che Noè invia sulla terra dopo il diluvio: se tornerà con un germoglio, un ramoscello come segno della vita rinascente, ecco che questo sarà il segno del possibile ritorno all’amata terra. Il problema è che questa terra non è poi così “amata”, ma è stata, praticamente, dimenticata. Qui siamo nella seconda parte del film, tutta ambientata dentro l’astronave, una parte “profetica” in modo ancora più aspro rispetto al “grido ecologico” della prima parte.

È successo infatti che sono passati così tanti anni, secoli, che gli abitanti dell’astronave si sono dimenticati lo scopo del viaggio e hanno finito per confondere il mezzo con il fine, il mondo con l’astronave stessa. È un tema non nuovo nella letteratura di fantascienza, ma che inoltre dice molto dei rischi che in ogni epoca corre l’umanità. Già nella metà dell’Ottocento un pensatore acuminato come Kierkegaard descriveva la società occidentale come una grande nave da crociera dove l’altoparlante trasmette non la voce del capitano che indica la rotta ma quella del cuoco che elenca il menù. Un ritratto lucido della società post-moderna, così come l’astronave di Wall-E, un luogo in cui peraltro si mangia spesso e molto: i milioni di abitanti sono tutti obesi, vivono in un enorme parco dei divertimenti e stanno lì, senza fare alcun lavoro né movimento, sdraiati in comodissime poltrone con davanti uno schermo televisivo ultratecnologico che li bombarda di messaggi rassicuranti e felicitanti stordendoli con l’intrattenimento a oltranza che alimenta la dimenticanza e la distrazione. Diversi macchinari provvedono a nutrire questi milioni di consumatori condannati al dolce oblio, tutti affiancati tra loro ma mai di fronte l’uno all’altro: gli uomini del futuro immaginato da Wall-E non si guardano e soprattutto non si toccano. C’è un gesto che i due protagonisti, Wall-E e Eve, ripetono più volte, si stringono le mani, un gesto trasgressivo che colpisce e scandalizza all’inizio gli abitanti della nave finché, a fatica, ricorderanno che a questo erano destinati: a vivere da uomini, in piedi, uno di fronte all’altro, abbracciandosi.

In questo tempo di isolamento e distanziamento sociale, a causa di una pandemia che rischia di condannarci a stare sul divano delle nostre case, mi è tornato alla mente questo film del 2008 che parla di oggi, ma non del mondo della pandemia ma del mondo che già eravamo diventati, perché il covid-19 ha avuto il “pregio” di svelare una realtà già realizzata dagli uomini del terzo millennio: una società fatto di tele-consumatori dove è il suffisso “tele” l’elemento inquietante. Tutto a portata di mano, disponibile e strumentalizzabile, ma al tempo stesso “a distanza”, ridotto a icona virtuale che dà comfort psicologico ma non esige impegno reale, concreto. Persone che non vedono oltre il proprio naso, che escludono gli altri dalla propria visuale, li scartano creando un mondo in cui il contatto con la “carne” degli altri è ridotto al minimo, che condanna tutti a una grande solitudine; persone che vivono come fossero intorpidite nelle loro funzioni più squisitamente umane: lo sguardo, la decisione, l’azione, la relazione.

A volte allora non serve cercare il luminare della scienza per fare previsioni, è sufficiente riascoltare le storie antiche, i vecchi racconti pieni di saggezza, che l’uomo non smette di raccontare magari colorandole con le vernici più mirabolanti e gli effetti più speciali, ma che sotto sotto rivelano la stessa antica saggezza che se è tale, parla a chi sa ascoltare (i bambini) non del mondo com’era ma di quello che è e sarà sempre.

A.M.