· Città del Vaticano ·

Le nuove regole per nascere

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Come cambiano i reparti maternità

03 aprile 2020

Non è facile neanche nascere, in tempo di pandemia; per una mamma in attesa questi giorni sono ancora più complicati e faticosi da vivere, tra allarmi, messaggi contraddittori, paura di contagiarsi e di contagiare. Abbiamo chiesto che cosa è cambiato nei reparti maternità al professor Antonio Lanzone, che dirige l’area salute della donna e l’unità di ostetrica e patologia ostetrica al Gemelli (struttura hub, a Roma, insieme all’Umberto i, per la ricezione di casi sospetti o accertati di infezione covid-19 in gravidanza).

Al momento non ci sono linee guida condivise a livello nazionale in Italia; quali sono, nella sua esperienza, le misure di precauzione in caso di mamme positive al coronavirus attuate negli ospedali?

Non ci sono linee condivise, e le misure cautelari sono differenti a seconda degli ospedali. Bisogna sottolineare che l’espressione dei sintomi clinici nelle donne gravide è piuttosto debole, quindi il ricorso ai tamponi in gravidanza va esteso oltre quelle che sono le normali indicazioni. Una paziente che arriva in ospedale, una volta sottoposta a tampone va posta in isolamento; l’ospedale deve essere attrezzato per mettere a disposizione un percorso totalmente differenziato tra pazienti non covid e pazienti covid, sia nell’ingresso al Pronto soccorso che nel passaggio al reparto di isolamento o alla sala parto. Questo è il pre-requisito di cautela.

E la presenza del marito in sala parto, di parenti e amici prima e dopo la nascita. deve essere regolamentata.

Se la paziente è in attesa di tampone, viene considerata come fosse positiva, e non può avere un accompagnatore in sala parto, e neppure durante la degenza post partum fino alla negativizzazione del test. In questa situazione il parto deve avvenire con dispositivi anti contagio come quelli che si usano nelle terapie intensive. E la situazione attuale ha portato alla scelta di ridurre al massimo la presenza di visitatori, per cui le altre pazienti non covid hanno la possibilità di avere un accompagnatore ma non potranno ricevere visite di amici e parenti nel tempo di permanenza in ospedale. E dovranno portare le mascherine anche se sono negative

La letteratura scientifica prodotta finora sembra confermare il fatto che il virus non viene trasmesso da madre a figlio durante la gravidanza e il latte materno non è veicolo di contagio, ma come preparare le mamme positive a proteggere la salute dei loro bambini?

Non è ancora ben chiaro come debba essere il rapporto mamma-neonato. Noi abbiamo fatto la scelta di separare la mamma positiva dal neonato anche in caso di madre poco sintomatica. L’allattamento al seno potrà iniziare solo dopo il test materno negativo, facilitiamo comunque la montata lattea con tiralatte per tutto il periodo in cui la madre deve stare in isolamento, abbiamo una cautela particolare in questa situazione, perché ancora non ci sono risultati sicuri su come il virus si presenta nel contesto dell’allattamento.

Come cambierà — e come è già cambiato — il mondo dell’assistenza sanitaria?

Credo che questa pandemia ci abbia insegnato una cosa importantissima. Abbiamo probabilmente sbagliato a puntare su un modello di sviluppo molto ospedale-centrico e molto basato sulla iper-biotecnologia. E abbiamo in qualche modo lasciato da parte problematiche tradizionali, come la microbiologia, l’epidemiologia, la medicina interna, l’infettivologia, è come una sorta di “vendetta di Montezuma” e ci si sono scaricate addosso e riproposte anche in un ospedale come il nostro a testimoniare che la medicina comunque ancora tradizionale conserva una sua prerogativa importante laddove esplodono queste situazioni a cui non siamo preparati. Quello che credo possiamo imparare dall’esperienza soprattutto della Lombardia è di cercare di avere un sistema sanitario molto connesso tra territorio e ospedali. Avere ospedali tecnologicamente molto forti ma non avere basi e reti territoriali di fatto non rende la sanità forte ma la rende sconnessa, poco interdipendente e molto debole alla fine. Quindi credo che il mondo dell’assistenza sanitaria ha concettualizzato che tutto quello che era vaccini e tutta la polemica no-vax si sgonfierà, perché è evidente che ritornano in primo piano gli esperti con il loro ruolo, i loro consigli e le loro indicazioni. Dall’altra parte però è ovvio che dobbiamo proporci in modo diverso costruendo una rete migliore tra ospedale e territorio puntando soprattutto al fatto che ci sia un’assistenza domiciliare più fattiva. Perché probabilmente se ci fossimo attrezzati in un altro modo una serie di situazioni sarebbero state gestite più facilmente e meglio.

Qualche esempio di buona, oltre che di “mala” sanità?

Mah... le storie di mala e buona sanità in realtà si intrecciano. Che questa sia stata (anche) un’opportunità è vero, abbiamo incominciato a sperimentare cose che avevamo lasciato nel dimenticatoio. Io sono un professore universitario e la sperimentazione della didattica online, di tutto quello che può essere fatto in maniera simulata è stata sicuramente intensificata da questa crisi. Quando ne saremo usciti, avremo in mano delle metodiche che non avevamo mai appieno sperimentato e che invece adesso stiamo sperimentando. Che dire anche del fattivo aiuto dei nostri studenti, in un contesto del genere, a portare avanti l’anno accademico in un modo che sembrava impossibile, e invece ci stiamo piano piano riuscendo. Siamo segregati a casa, ma nei primi giorni, quando ancora non c’era il lockdown, ecco che abbiamo visto i Pronto soccorsi ritornare alla loro funzione originaria, gestire cioè le vere urgenze e non essere più un luogo di prestazioni para-ambulatoriali che intasavano e rendevano impossibile la vita di tutti i giorni. Poi purtroppo si sono intasati per patologie serie, ma questo significa che anche l’utenza ha cominciato ad acquisire un’idea di come le cose debbano funzionare. Questo permarrà nella nostra memoria? Non lo so. Non so se, finita la pandemia, torneremo alle cattive abitudini.

di Silvia Guidi