· Città del Vaticano ·

Come conciliare occupazione e gestione dei figli

Le famiglie sono il motore della ripartenza

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27 aprile 2020

La pandemia ha bloccato non solo il motore dell’economia, ma sconvolto anche le attività quotidiane delle famiglie e proiettato in una condizione di incertezza i progetti di vita. Ora che la morsa del virus sembra rallentare, programmare il riavvio in condizione di nuova normalità non significa solo assicurare un accesso al posto di lavoro. È interessante, a questo proposito, notare che i paesi in Europa più attenti alle politiche familiari sono quelli più consapevoli della necessità di consentire alle coppie con figli di organizzare adeguatamente tempi di lavoro, di spostamento, di vita e organizzazione familiare. Tra gli altri, Francia e Danimarca, hanno già programmato la riapertura di nidi e scuole materne.

Va riconosciuto che le famiglie italiane hanno agito con responsabilità, caricandosi di costi economici, disagi e complicazioni in questa tempesta. Tale condizione è però sostenibile e accettata solo se temporanea. Può, invece, creare molta insoddisfazione e frustrazione se, anche dopo l’uscita dalla fase di emergenza del Paese, le famiglie si troveranno a dover gestire una continua emergenza privata. Le conseguenze di una ripartenza delle attività lavorative in carenza di strumenti di conciliazione e attività socio-educative per infanzia e adolescenza investono tre ambiti: l’organizzazione dei tempi familiari; il benessere dei bambini; le diseguaglianze sociali. Le ricadute negative sul secondo e terzo punto non producono forse un impatto immediato sull’economia del paese, ma portano con sé costi che andranno a crescere nel tempo. Il policy brief “The Impact of Covid-19 on children” delle Nazioni Unite mette chiaramente in luce che le nuove generazioni, pur essendo risparmiate dal virus, rischiano di essere le maggiori vittime di come i governi gestiscono la crisi sanitaria, con conseguenze di medio—lungo periodo e accentuando fragilità pre—esistenti.

Il primo punto ha, invece, implicazioni dirette sulle condizioni attuali di ripresa della crescita del paese, per l’impatto su due indicatori che da troppo tempo ci vedono nelle posizioni peggiori in Europa: l’occupazione femminile e la natalità. La debolezza italiana delle misure di conciliazione — che sta alla base dei bassi valori su tali due dimensioni — rischia di inasprirsi ulteriormente rendendo meno solida la crescita, accentuando gli squilibri demografici, risolvendosi in ulteriore impoverimento delle famiglie con figli.

Va, inoltre, considerato che non dando risposta all’attuale domanda di utilizzo dei servizi per l’infanzia, anche l’offerta (già ben al di sotto della media europea) andrà ancor più a contrarsi. Molti nidi si trovano già in forte difficoltà a resistere all’impatto dell’emergenza, ma se non potranno riattivarsi sin d’ora il rischio è di trovarsi definitivamente chiusi dopo l’estate. Si andrebbe così ad innescare un circuito negativo tra domanda e offerta che va a vincolare verso il basso la combinazione tra occupazione femminile e natalità. Senza tener conto che anche i servizi educativi e di cura sono attività di lavoro da tutelare.

Ci sono poi le ricadute sul clima sociale. Le difficoltà che persistono anche dopo l’emergenza portano a sviluppare — come già in parte successo con la recessione precedente — un senso di abbandono che non solo genera rinunce nelle scelte individuali ma va anche a corrodere coesione sociale e fiducia. Mentre la ripresa ha bisogno, oltre che protocolli di sicurezza nell’ambiente di lavoro, anche (e soprattutto) di un atteggiamento positivo che consenta a tutti di contribuire al meglio e sentirsi partecipi di una nuova stagione di vitalità e crescita comune.

È quindi cruciale che già dalla fase 2 venga adottata una visione sistemica che metta assieme le varie dimensioni della vita attiva delle persone e del loro stare e fare in relazione. Serve soprattutto una attenzione particolare verso gli strumenti che consentano a tali dimensioni di essere efficacemente integrate. Varie soluzioni sono possibili. Riguardo ai servizi per l’infanzia va, inoltre, considerato che molto basso è il rischio di contagio tra i bambini in età 0-3 e che esiste già l’esperienza di vari paesi che stanno sperimentando modalità per riattivarli (proprio al fine di favorire un miglior impegno lavorativo dei cittadini e non forzare adattamenti al ribasso). Prevedere un graduale piano di riapertura dei servizi socio-educativi, iniziando a sperimentare modalità possibili in estate assieme a soluzioni da adottare a regime, è indispensabile. È inoltre importante fornire da subito indicazioni chiare alle famiglie e dare un segnale che le loro esigenze sono prese in considerazione. Con la consapevolezza che non farlo rischia di indebolire non solo la condizione delle famiglie stesse ma rendere anche più incerte e fragili le condizioni di una solida ripresa economica.

di Alessandro Rosina