· Città del Vaticano ·

La vita come missione

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Un libro-intervista su padre Juan Gabriel Arias

21 aprile 2020

Nelle scorse settimane, a Buenos Aires, nella parrocchia dell’Immacolata Concezione di Belgrano, emblema di questo quartiere portegno, è stato presentato il volume edito da «Agape Libros» che raccoglie le interviste curate dalla giornalista Silvina Premat a padre Juan Gabriel Arias, missionario argentino in Mozambico. Tra i numerosi partecipanti alla presentazione, preceduta da una messa celebrata da padre Juan Gabriel, ricordato come parroco, c’erano anche padre Pepe Vallarino, autore del prologo del libro, e il direttore della casa editrice, Ignacio Javier Colabelli.

Il libro è il frutto di più di otto ore di dialogo fluido, personale e missionario. Da esso emerge una vita che non è stata facile, con difficoltà di ogni sorta (economiche e affettive), come quella di tanti. Ma le interviste ci mostrano che, in questo caso, le carenze, piuttosto che un limite, sono state uno sprone. Padre Juan Gabriel è un appassionato tifoso di calcio, di arrampicate e di immersioni, come pure di altre attività che denotano una personalità che potrebbe apparire eccentrica e poco strutturata. Eppure, nella sua identità profonda, questo libro ci mostra soprattutto il cuore di un uomo catturato da Gesù.

Durante la presentazione, padre Juan Gabriel Arias, ha parlato, con profonda gioia, del suo lavoro quotidiano di cura pastorale in quarantacinque comunità, dove sono state aperte decine di cappelle in edifici estremamente precari. Grazie alla sua esperienza missionaria degli anni trascorsi in Mozambico, ha compreso che è stata la celebrazione eucaristica a far crescere le comunità, che dal suo arrivo si sono triplicate. Ha poi aggiunto che, in un raggio di 90 chilometri, molte comunità sono nuove ma che sono state riaperte anche alcune di quelle che erano state chiuse durante la guerra. Ha inoltre sottolineato l’importanza dei progetti educativi e le loro potenzialità in ambito sociale. I mozambicani di queste aree isolate, a esempio, non conoscevano nel loro regime alimentare la colazione dato che, nel migliore dei casi, avevano accesso a un solo pasto giornaliero. L’offerta di una colazione con un attento apporto nutrizionale ha incrementato non solo la frequenza scolastica ma anche la capacità di concentrazione e la salute dei 15.000 studenti che al momento frequentano le scuole parrocchiali. Lo hanno testimoniato, durante la presentazione, due giovani mozambicani che hanno già conseguito il diploma e una borsa di studio e che ora sono iscritti a un corso di laurea all’università cattolica di Buenos Aires.

Il sostegno missionario argentino all’opera di padre Juan Gabriel è stato confermato anche dalla presenza di equipe di medici con vocazione missionaria che si recano spesso in Mozambico per andare in suo aiuto. Gli operatori sanitari hanno messo in evidenza l’importanza della missione raccontando che, nelle loro prime visite, si sono resi conto che il 99 per cento dei mozambicani non avevano mai visto un medico in vita loro.

Padre Juan Gabriel Arias è stato ordinato sacerdote nel 1997. Ha esercitato il suo ministero in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Buenos Aires, a quel tempo sotto la guida episcopale di monsignor Jorge Mario Bergoglio. Dal 2003 al 2006 è stato missionario in Mozambico. Su consiglio pastorale di Bergoglio è poi tornato a Buenos Aires, dove è rimasto fino al 2014, anno in cui ha fatto ritorno in Mozambico per portare avanti la missione di San Benito di Mangunde.

Nelle pagine del libro padre Juan Gabriel esprime pensieri molto vicini a quelli di Papa Francesco, che riconosce come un padre sempre presente nella sua vita e nel suo ministero: «Per me i poveri sono sacrari viventi. Non posso inginocchiarmi davanti al Santissimo, pregare e rendere culto all’eucaristia, a Gesù nell’eucaristia, se tutto ciò non è unito al culto di Gesù nella persona dei poveri. Non posso separare le due cose, non sono due cose diverse, ma sono unite, sono collegate e sono anche collegate alla Parola. Per me è importante l’unione tra adorazione eucaristica e adorazione nella persona dei poveri. Non posso partecipare alla celebrazione del Venerdì santo, adorare la Croce e baciare Gesù crocifisso, se dopo poi non m’importa che Gesù soffra in ogni povero che sta soffrendo. Nella mia fede c’è qualcosa di sbagliato se faccio l’adorazione all’eucaristia o mi sento unito a tutta la Chiesa nella comunione e poi non vivo questa comunione nella solidarietà, non mi impegno nell’aiuto al più povero. Se non vedo Gesù nel povero e lo vedo solo nell’eucaristia, la mia fede è incompleta, la mia adorazione non è reale. È un problema di carità, di amore, ma c’è anche un problema dogmatico perché non sto intendendo bene la fede, sto avendo un problema con la fede. È molto più di una questione morale, è una questione dogmatica».

di Marcelo Figueroa