· Città del Vaticano ·

La penna e la spada

Il filosofo francese che nel 1964 rifiutò il Nobelper non vedersi trasformato in una «istituzione»

Tra tensione morale e volontà di oblio

14 aprile 2020

Basta il semplice atto di scrivere per definirsi artista? A questo interrogativo così rispose Jean-Paul Sartre: «Il signor Jourdain scriveva in prosa per chiedere le pantofole. Hitler per dichiarare guerra alla Polonia». Nel rivendicare il ruolo dello scrittore e della letteratura nel contesto sociale e civile, il filosofo francese (morto il 15 aprile di quarant’anni fa) non ha mai perso di vista il potere rivoluzionario che ogni singola parola ha, almeno in potenza, e di conseguenza l’alta responsabilità che essa riveste. Al contempo, tuttavia, non si faceva illusioni sulla capacità della parola stessa di incidere concretamente sulla vita della società e sul corso della storia. Al di là delle singole contingenze, sebbene cariche di significato, per il padre dell’esistenzialismo la letteratura è «utopia» e lo scrittore è «inutile». Sorge dunque il sospetto che il suo pensiero sia minato alla base da un’intima quanto flagrante contraddizione: sì, ma solo in apparenza. Sartre infatti — come spiega, con cristallina lucidità nonostante la complessità delle argomentazioni addotte, nel saggio Cos’è la letteratura, pubblicato nel 1947 sulla rivista «Le Temps Modernes» — poggia la sua tesi sulla convinzione che solo attraverso «l’immaginario» la letteratura può tentare un contatto con la realtà. Alla luce di questa impostazione interpretativa, essa si differenzia dall’arte pittorica, la quale invece si manifesta dentro l’economia di una circoscritta e ben identificabile critica della realtà. Nello stesso tempo la letteratura è distinta dalla poesia perché, sostiene Sartre, i poeti «rifiutano il linguaggio» piegandolo, artatamente e opportunisticamente, a strumento di espressione delle proprie sensazioni e delle proprie pulsioni, mentre il linguaggio si realizza pienamente nella prosa, essendo essa un luogo dove converge e assume un senso il mondo dei segni.

Nel pensiero di Sarte acquista una forte rilevanza la figura del lettore, che merita, scrive, «il massimo rispetto e il massimo degli onori». Il lettore nell’Ottocento era stato un po’ «bistrattato», perché relegato al ruolo di semplice fruitore del messaggio dello scrittore, chiuso in sé stesso ma al contempo animato, quasi ossessionato, dal desiderio di parlare di sé e, ovviamente, di essere ascoltato. Il lettore, in questa dinamica, svolgeva la poco lusinghiera funzione di interlocutore muto perché messo nelle condizioni di non interagire. Erede, in tal senso, della cultura degli illuministi, Sartre si pone a difensore della dignità del lettore e fa di più di quanto non avessero fatto Voltaire e gli altri suoi illustri colleghi i quali, per quanto sensibili all’esigenza di formare e di educare il lettore dispensando i talenti di un sapere enciclopedico, lo concepivano comunque come un soggetto passivo. Sartre invece lo pone sullo stesso piano dello scrittore e lo elegge, a pieno titolo, protagonista di quello «spazio letterario» in cui si consuma la fondamentale dialettica tra l’atto dello scrivere e la ricezione dell’opera. Questa concezione spiega, tra l’altro, il suo rapporto con la figura di Flaubert, da lui adorato da bambino, tanto che si vantava di conoscere a memoria le ultime pagine di Madame Bovary. Da adulto, invece, il filosofo tramutò quella venerazione in avversione perché in lui riconobbe un esteta borghese, connivente con la classe sociale cui apparteneva e che pur disprezzava. Flaubert poi non pensava al lettore ma alla parola, di cui era un fanatico cesellatore: anche Sartre nei riguardi di essa coltivava rispetto e ammirazione, ma guardava al di là della pagina scritta, mentre Flaubert vi rimaneva «incastrato».

A Flaubert il filosofo dedicò L’idiota della famiglia, un’opera che nasce come biografia per diventare una profonda riflessione prima sull’arte, poi sull’uomo. L’arte è vista come una via di fuga e come uno strumento di rieducazione sentimentale, mentre l’uomo sfugge a una definizione valida e calzante una volta per tutte. Si sa veramente qualcosa di un uomo anche quando si pensa di sapere tutto, o quasi tutto, di lui? Il mistero rimane, anche quando storia e società possono sembrare strumenti utili per inquadrarlo: forse nella forma, ma non nella sostanza.

Come Leopardi, Sartre aveva scoperto la propria vocazione alla cultura respirando, sin da bambino, l’aria, al contempo stantia ed eccezionalmente stimolante, della biblioteca: quella paterna nel caso del poeta di Recanati, quella del nonno nel caso del filosofo. Con un’altra differenza, più significativa, data dal fatto che mentre Leopardi si immergeva in quei testi e vi si abbandonava con aperta adesione e con irrefrenabile passione (per poi più tardi scoprire la limitatezza, per il suo genio, di quel sapere codino raccolto sugli scaffali), Sartre avvertì invece una sorte di fastidio per volumi polverosi, «troppo impegnati e astrusi», dai quali, pur studiandoli con voluttuosa acribia, assunse un garbato distacco. Tanto che ebbe a dire, in età adulta, che continuava a prediligere, come quando era adolescente, i romanzi di avventura piuttosto che i testi del filosofo austriaco Wittgenstein.

Attraverso il rapporto con i libri, stabilito dunque sin da giovanissimo, è dato di constatare quella duplice, complementare dimensione di impegno e di disincanto che si configura quale tratto distintivo del suo pensiero. Per lui lo scrittore era «inutile», ma si alzava all’alba e cominciava a scrivere e lo avrebbe fatto per ore perché non poteva farne a meno; ostentava una certa ostilità verso tomi giudicati troppo impervi, ma se ne nutriva con malcelata avidità. Duplice dimensione che esemplarmente si specchia in una delle sue creature più celebri, quell’Antoine Roquentin, protagonista de La nausea, il quale sembra stare, in tutto lo sviluppo del romanzo, in equilibrio tra voglia di fare e voglia di disfare. Da questo intimo e sofferto conflitto interiore, sgorga appunto la nausea, un’entità da lui avvertita — anche qui c’è un doppio registro interpretativo — come «dolce e orribile», che lo porta a condurre una vita non vissuta in avanti, ma trascinata all’indietro. «Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare. Ecco la Nausea», scrive, con la maiuscola, Sartre.

Quando il 22 ottobre 1964, gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura, Sartre lo rifiutò dichiarando: «Ho sempre declinato gli onori ufficiali. Uno scrittore non dovrebbe permettere a sé stesso di essere trasformato in una istituzione. Uno scrittore che adotta posizioni di carattere politico, sociale o letterario deve agire solo all’interno dei mezzi che gli sono propri, vale a dire la parola scritta». In quel rifiuto cominciavano forse a manifestarsi anche i prodromi di quella stanchezza derivante dalla insidiosa consapevolezza che il suo pensiero non avrebbe inciso in profondità come avrebbe voluto. E sul limitare della sua vita, richiamandosi idealmente a Wystan Hugh Auden, secondo cui «la poesia non fa accadere nulla», Sartre sentenziò: «Per lungo tempo ho guardato alla mia penna come a una spada. Ora so quanto noi tutti non abbiamo potere».

di Gabriele Nicolò