· Città del Vaticano ·

La notte e la luce di un amore umile, creativo, eroico

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06 aprile 2020

«Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare» (Gv 9, 4). Così il Vangelo di Giovanni, che abbiamo letto in questi giorni di preparazione alla Settimana Santa. Gesù si riferisce ovviamente proprio al momento in cui verrà arrestato e quindi la sua azione sarà interrotta definitivamente, infatti nel capitolo 13 dello stesso quarto Vangelo l’evangelista annota, nel momento in cui Giuda esce dal cenacolo per andare a organizzare il tradimento, l’espressione «Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte» (Gv 13, 30). Ma quelle parole di Gesù, oggi, al termine di questa Quaresima contrassegnata dalla quarantena a causa della pandemia, assumono un’ulteriore valenza e significato. Viene infatti da pensare che in questi giorni l’Italia, e con essa ormai buona parte del mondo, si trovi già nell’oscurità di una “notte” che impedisce o limita fortemente ogni tipo di azione. Ci troviamo tutti o quasi tutti rinchiusi nelle nostre case costretti a rimanerci per un tempo incerto, che di settimana in settimana si allunga anziché diminuire, senza possibilità di movimento se non all’interno delle mura domestiche. Siamo stati tutti colti di sorpresa: la modernità era contraddistinta dal movimento, dall’uomo che diventava “faber”, “facitore” della propria fortuna, del proprio destino; l’illuminismo già nel titolo indicava la fine della notte, la possibilità di spaziare per l’uomo guidato dalla luce della ragione ovunque volesse rigettando via ogni oscurità e con essa le paure e le tristezze («Oggi la felicità è un’idea nuova in Europa» dirà Saint-Just nella Convenzione durante la rivoluzione francese), e infine e ancora di più la post-modernità si è affermata per la velocità di questo movimento, un dinamismo talmente ottimista ed insieme convulso da rendere tutto (in primis le relazioni) effimero, precario, liquido.

Ora si è fermato tutto, tutto sembra ristagnare. Questo “fermo immagine” che ha bloccato il rutilante film d’azione che il mondo occidentale stava interpretando, alcuni più convinti, altri meno, ci costringe tra le altre cose a ridefinire il concetto di “azione”, di quell’operare di cui parla Gesù. E la domanda allora è diretta proprio ai seguaci di Gesù di Nazaret: cosa e come devono operare oggi, nel pieno della paralisi dovuta all’emergenza sanitaria? Quali azioni possono e devono compiere i cristiani essi già lo sanno, sono “le opere di colui che mi ha mandato”, ma come fare in un momento in cui fisicamente è quasi impossibile muoversi, avvicinarsi agli altri?

Il Papa venerdì scorso ha indicato una strada, l’unica percorribile oggi per un cristiano, quando nel videomessaggio trasmesso da Rai Uno ha detto: «Cerchiamo, se possiamo, di utilizzare al meglio questo tempo: siamo generosi; aiutiamo chi ha bisogno nelle nostre vicinanze; cerchiamo, magari via telefono o social, le persone più sole; preghiamo il Signore per quanti sono provati in Italia e nel mondo. Anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano con la creatività dell’amore. Questo ci vuole oggi: la creatività dell’amore». E due giorni dopo, nell’omelia per la Domenica delle Palme è tornato sul tema: «Siamo al mondo per amare Lui e gli altri. Il resto passa, questo rimane», esortando i cristiani a intraprendere con decisione la via dell’amore creativo specificando un’altra caratteristica propria di questo amore, il servizio.

Qui subentra una dimensione “eroica”, come ha spiegato rivolgendosi ai giovani: «Il dramma che stiamo attraversando in questo tempo ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve. Perché la vita si misura sull’amore. Allora, in questi giorni santi, a casa, stiamo davanti al Crocifisso — guardate, guardate il Crocifisso! —, misura dell’amore di Dio per noi. Davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo, guardando il Crocifisso, la grazia di vivere per servire. Cerchiamo di contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo solo a quello che ci manca, pensiamo al bene che possiamo fare. […] Certo, amare, pregare, perdonare, prendersi cura degli altri, in famiglia come nella società, può costare. Può sembrare una via crucis. Ma la via del servizio è la via vincente, che ci ha salvati e che ci salva, ci salva la vita. Vorrei dirlo specialmente ai giovani, in questa Giornata che da 35 anni è dedicata a loro. Cari amici, guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce: non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno sé stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita».

Vivere il servizio può sembrare vivere nell’ombra, nella notte, perché si è senz’altro fuori dalla luce di riflettori, ma in verità non esiste luce più grande, non c’è fuoco più forte che sia capace di scaldare i cuori, il proprio e l’altrui, come quello dell’amore gratuito e servizievole. Una luce e un fuoco che sono in grado di rimanere quando tutto passa, anche questa notte della pandemia, anzi di contrastarla già oggi in cui nessuno, solo apparentemente, può operare.

Andrea Monda