· Città del Vaticano ·

La misericordia
salvezza del mondo significa aspettare chi resta indietro

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20 aprile 2020

«La misericordia non abbandona chi rimane indietro» ha ricordato il Papa nell’omelia di domenica durante la messa celebrata nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, Santuario della Divina Misericordia. Si potrebbe aggiungere: la misericordia è ciò che ci rende umani. Se in un gruppo di animali che migrano uno si ferma perché stanco, malato, azzoppato, gli altri non lo aspettano, non se ne curano, lo abbandonano. Diversamente gli esseri umani. In quel momento, quando qualcuno cade, irrompe qualcosa, nell’animo e nelle azioni, che suona a un tempo umano e più che umano e che imprime alla catena dei fatti naturali un’altra direzione, un’altra dimensione. Accade che ci si ferma per aspettare l’altro. Questa “cosa”, umana e più che umana, è la misericordia, che mostra dell’uomo un volto più grande, un volto divino. Nei racconti dei Vangeli praticamente in ogni pagina si può vedere questo volto che è il volto di Cristo, vero Dio e vero uomo, che mostra gli uomini di che “pasta” sono fatti, la sua, anche se spesso se lo dimenticano.

Gesù nel Vangelo per lo più cammina, con un ritmo urgente, incalzante, si sposta di città in città per predicare (su questo aspetto è esemplare il film di Pasolini ispirato al testo di Matteo) e molti cercano di stare al suo passo, ma non ce la fanno: arrancano o, peggio, cercano di superarlo imbrigliandolo nei loro piccoli progetti di potere. Nell’incipit di Simone Bariona, il bel racconto dedicato ai ricordi di san Pietro da anziano, lo scrittore italiano Ferruccio Parazzoli fa dire al protagonista: «Ancora un po’ di pazienza, Signore, lo so che arrivavo sempre in ritardo». Il ritmo di Gesù in effetti è difficile da mantenere, anche perché è spiazzante, paradossale, e sfugge sempre alle tentazioni ideologiche andando sempre “altrove”, come è scritto all’inizio del Vangelo di Marco; però, sempre, se vede che una delle sue pecorelle perde la strada, si ferma e torna indietro a recuperarla. È quello che succede nei racconti dei Vangeli del periodo di Pasqua, relativi alle apparizioni del Risorto. Gesù infatti ha compiuto il passo più lungo di tutti, ha vinto la morte, è davvero irraggiungibile eppure decide di tornare a riprendersi i suoi, i “fratelli” come li chiama (e solo dopo la resurrezione usa questo termine), e va proprio da quelli che pochi giorni prima lo avevano abbandonato, rinnegato, tradito. Scelta sorprendente. Nel mondo sportivo si dice spesso “squadra che vince non si cambia”, Gesù invece rovescia la logica: non si cambia proprio la squadra che perde. È a questa squadra che bisogna dare fiducia, trasmettere speranza. E così torna proprio dai suoi, non li abbandona. E se per caso anche uno solo manca all’appello, torna apposta per lui, l’ultima pecorella smarrita, Tommaso a cui lascia toccare le ferite, “feritoie di speranza”, ed è proprio sua, ricorda il Papa, «la confessione di fede più semplice e più bella»: «Mio Signore, mio Dio». È per questa cura così attenta da parte del loro pastore, per questo amore paziente e misericordioso del maestro che i discepoli potranno fare poi quello che hanno fatto dal giorno di Pentecoste in poi: ripartire di slancio ed evangelizzare il mondo con un coraggio e una gioia invincibile nel cuore. Questo è il punto essenziale del cristianesimo: il nesso inscindibile tra l’amore ricevuto e quello donato, la corrispondenza tra le due misure, quel rimettere agli altri i debiti perché i nostri debiti sono stati rimessi. Bella ed efficace l’immagine evocata dal Papa, dei cristalli: «fragili e preziosi al tempo stesso. E se, come il cristallo, siamo trasparenti di fronte a Lui, la sua luce, la luce della misericordia, brilla in noi e, attraverso di noi, nel mondo».

Non si tratta solo di una bella immagine, né di una storia di venti secoli fa, ma di quello che accade oggi, ogni giorno e, soprattutto, deve accadere domani. Se è vero che «la misericordia non abbandona chi rimane indietro», il Papa ci esorta a vivere di conseguenza: «Ora, mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio questo pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro [...] In quella comunità, dopo la risurrezione di Gesù, uno solo era rimasto indietro e gli altri lo aspettarono. Oggi sembra il contrario: una piccola parte dell’umanità è andata avanti, mentre la maggioranza è rimasta indietro».

La visione lucida, profetica, di Papa Francesco avverte il rischio più grande che attraversa tutto il mondo oggi, nel momento in cui si può cominciare a immaginare una ripresa dalla terribile emergenza sanitaria: il rischio di una ripartenza a due velocità. Ma tornare indietro al mondo com’era prima della pandemia, non solo non è possibile ma non sarebbe giusto, quel mondo non era giusto. Nel mondo di ieri infatti hanno spesso prevalso gli «interessi di parte» e questo ha inquinato la politica, quella «forma alta di carità» secondo l’espressione di Paolo VI citata dal Papa nelle intenzioni della messa di lunedì 20 da Casa Santa Marta, ora invece i partiti politici «cerchino insieme il bene del paese e non il bene del proprio partito». Oggi si apre davanti a noi il mondo di domani e allora, ci esorta il Papa, che sia davvero “nuovo”, un mondo di resurrezione dopo la morte: «Cogliamo questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti. Perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno. Oggi l’amore disarmato e disarmante di Gesù risuscita il cuore del discepolo. Anche noi, come l’apostolo Tommaso, accogliamo la misericordia, salvezza del mondo. E usiamo misericordia a chi è più debole: solo così ricostruiremo un mondo nuovo».

Andrea Monda