· Città del Vaticano ·

La forza del buonumore, potenza invincibile

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Lettere dal direttore

15 aprile 2020

A dieci anni dalla morte di Raimondo Vianello


«Questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli», cantava nel 1966 Fabrizio De André e mai come oggi, in tempo di pandemia, le sue parole suonano aspre, implacabili. Eppure mi vengono in mente proprio oggi per un motivo che invece è ricco di consolazione: infatti il 15 aprile di dieci anni fa moriva uno dei personaggi più amati dal pubblico italiano, il comico Raimondo Vianello. Era nato a Roma nel 1922 e per decenni ha fatto ridere, con la sua figura alta, a un tempo buffa ed elegante, intere generazioni di italiani, incarnando perfettamente il carattere, insieme goffo e arrogante, fragile e meschino, tipico del nostro popolo. I vizi italiani erano impietosamente raccontati dalla sua ironia e gliene siamo grati come sempre si deve essere di fronte a chi ci ha fatto ridere di noi stessi. Fellini lo ripeteva spesso: i comici sono i benefattori dell’umanità e aveva ragione. Raimondo Vianello è stato un nostro benefattore. Non da solo. Non si può infatti pronunciare il suo nome senza fare subito quello della moglie, Sandra Mondaini. Oggi chissà come avrebbero raccontato il dramma che stiamo vivendo, questo virus che obbliga al distanziamento, loro che erano sempre insieme, sempre stretti l’uno all’altro, pronti a litigare su tutto, al punto che negli ultimi anni il set delle loro gag era praticamente il loro letto, la loro stanza matrimoniale. Hanno vissuto insieme, vicini, per tutta la vita e sono morti vicini. Cinque mesi dopo la morte del marito anche Sandra ci ha lasciati, come a dire che senza Raimondo la sua vita non aveva più senso. Non è l’unico caso di coppie che muoiono in modo ravvicinato. Per il già citato Federico Fellini era stato lo stesso: cinque mesi tra l’ottobre del 1993 e il marzo del 1994 quando lo seguì Giulietta Masina. Forse il caso più toccante è quello di Benito Jacovitti, il geniale e divertentissimo fumettista, spentosi il 3 dicembre 1997 e seguito, solo poche ore dopo, fisicamente “abbracciato” dall’amata moglie Floriana.

Suonano meravigliosamente stridenti questi episodi rispetto al dato della vasta solitudine che affligge le grandi città nel nostro tempo, e non solo ora, in questo periodo di pandemia, ma già da decenni: è questa infatti la cifra della contemporaneità, l’isolamento, la fragilità nella fase di “manutenzione” delle relazioni. In questo anche un fenomeno buono in sé e inevitabile come la «medicalizzazione della morte», ha finito per relegare questo evento umano (e i suoi protagonisti) nell’asettica sfera delle strutture ospedaliere, contribuendo ancora di più a privarlo di ogni residua traccia di umanità che pur dovrebbe avere. Perché il morente è un vivente e la morte è qualcosa che si vive, è anzi il culmine dell’esistenza, anche se questa è un’idea che chi è sano, chi è giovane (e quanto è ampia oggi la fascia della giovinezza?) preferisce rimuovere.

Se si vive insieme si può morire insieme, evento che per due persone che si amano è un desiderio profondo, qualcosa che molte coppie si promettono e alcune realizzano come anche la letteratura racconta. È quello che accade ad esempio a Filemone e Bauci, nelle Metamorfosi di Ovidio: i due vecchietti che «riconoscendo la loro miseria e soffrendola in pace l’alleggerirono», dimostrandosi generosi e solidali con il prossimo, verranno premiati da Giove che esaudirà il loro unico desiderio, appunto quello di morire insieme, trasformandoli in due rami dello stesso albero. Questo mito classico, amato da molti autori successivi (Tolstoj lo riprenderà nel suo Padre Sergio), esprime un ideale agognato, più o meno consapevolmente, da ogni essere umano.

In tanti altri casi, sia nella letteratura che nella realtà (chi ha vissuto l’esperienza di assistere persone anziane nel momento della morte, lo avrà certamente osservato), l’uomo riesce a non subire la morte ma, accettandola, finisce quasi per controllarla, incanalarla, accogliendo il momento in cui cedere definitivamente, in cui dire, assieme al vecchio Simeone del vangelo di Luca: «Nunc dimittis Domine», «Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace».

C’è un modo, allora, per attraversare da vincitori la morte e i suoi temibili alleati, la paura e la solitudine, ed è quello indicato dai classici e dalla Bibbia: innanzitutto accettando appunto di attraversarla, riconoscendo la propria miseria e la propria finitezza di creatura che vive la condizione della speranza nell’esercizio della fraternità. «Alla sera della vita verremo giudicati sull’amore», il santo mistico spagnolo della Notte Oscura può cantare a nome di tutti gli uomini che c’è solo una via di uscita, una risposta all’enigma rappresentato dalla morte: l’amore che unisce gli uomini e permette loro di vincere la barriera del tempo che passa.

Sullo sfondo della dimensione dell’amore, la morte appare allora come un momento della vita, per quanto ultimo, definitivo e “veritativo”. «Presto saprò chi sono», così descriveva questo momento un anziano Borges nel celebre Elogio dell’ombra. Forse c’è allora una speranza: se si ri-impara a vivere, si riesce anche a saper morire.  Non viviamo da soli in questo mondo, e, se vogliamo, non moriamo da soli, in tutto questo stridore c’è una nota di dolcezza, appunto di consolazione, che fuoriesce dalla vicenda di Sandra e Raimondo, di Giulietta e Federico, di Benito e Floriana (fateci caso: tutte persone dotate di grande senso dell’umorismo): si può vivere la morte da protagonista e non da vittima solitaria e disperata, lo si può fare se si è accompagnati, se con cura certosina, quotidiana, si sono custodite negli anni le relazioni (ed è in questo che il buon umore è fondamentale), allora ci si riesce, perché non si muore soli, a dispetto dell’amarezza cantata da De André.

A. M.