· Città del Vaticano ·

La città «razionale» che protegge l’uomo

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Contro la tentazione di vedere strade e piazze come luoghi di insidie letali

03 aprile 2020

A partire dalla biblica Gerico la città ha costruito nel tempo una condizione naturale, quasi spontanea, di tutela e di protezione degli abitanti, ponendoli all’interno di un sistema architettonico e sociale strutturato, dove la residenza, i servizi e le sedi che ospitano l’amministrazione pubblica tendono a diventare un tutt’uno organico. La riconoscibilità di questo impianto risale alla città romana e a quella greca, ma anche ai piccoli centri medievali attraversati da una spina principale che, sostenuta dalle case a schiera, quasi sempre mette in collegamento i due poli del centro religioso e del potere politico. Nel corso dei secoli viene ulteriormente precisato questo disegno, servendosi anche delle mura, sia preesistenti sia realizzate ad hoc, non solo a scopo di difesa, che rafforzano lo spirito di partecipazione e collaborazione comunitaria di tutti gli abitanti. Questi danno vita a un insieme unitario — la civitas — destinato a configurarsi in modo omogeneo dal punto di vista culturale, politico, sociale, religioso.

La città contemporanea sta vivendo, soprattutto oggi, una condizione anomala, di straniazione da quell’idea originaria, ma anche in contrasto profondo con i principi fondanti dell’Architettura Moderna che si prefiggeva di generare città capaci di offrire a tutta la popolazione condizioni di benessere ambientale equamente distribuito, programmato con sufficiente lungimiranza, capace di sostenere in futuro gli adeguamenti dovuti alle nuove esigenze. Molteplici sono gli esempi di “città di fondazione”, sia di medie dimensioni, come le pontine Sabaudia e Latina, sia di grandi dimensioni, come le capitali Canberra in Australia, Brasília o, in India, Chandigarh, ideata da Le Corbusier negli anni Cinquanta, a cavallo tra il Punjab e l’Haryana.

Come detto, nella città contemporanea si stanno generando condizioni di pericoloso antagonismo: gli abitanti danno vita sempre più di frequente a identità separate, allontanandosi dallo spirito di integrazione e di inclusione che era alla base culturale e ideologica sia della Città storica che della Città moderna.

Alla fine della seconda guerra mondiale, a seguito del massiccio abbandono delle campagne, si sono talvolta determinati, e Roma ne è un esempio, nuclei distinti in base alla provenienza regionale degli abitanti, identificabili per dialetto, abitudini lavorative, tradizioni alimentari, modo di coltivare la terra nei campi delle periferie urbane ancora rarefatte. Era una forma di chiusura e di isolamento che partiva però da una condizione di necessità e si appoggiava ad affinità e costumi territoriali. Si trattava di ghetti spontanei che, tuttavia, hanno ben presto evaporato i loro recinti per integrarsi con la città multiculturale. La scuola, il posto di lavoro, il sindacato, la sede del partito, la parrocchia hanno costituito il riferimento ideologico più solido per sciogliere questi nuclei, sorti per difesa spontanea, e dare vita ad aggregati più ampi e sufficientemente integrati. Resistenze maggiori si sono registrate nelle aree di forte espansione industriale, come a Torino, dove il trasferimento della popolazione, particolarmente consistente, ha alterato in tempi troppo rapidi la composizione sociale e culturale dei nuclei urbani di arrivo.

Compito degli architetti e degli urbanisti moderni è stato quello di progettare condizioni di accoglienza, equilibrate nella distribuzione dei servizi e nella dotazione di quanto potesse rendere partecipi più classi sociali alla costruzione, anche identitaria, di una città.

Tranne pochi esempi, soprattutto quelli sorti durante i governi socialdemocratici del Nord Europa tra le due guerre, e le new towns inglesi, dove residenza e servizi sono stati concepiti nello spirito di una reale tutela ambientale, questi principi del Movimento moderno sono stati profondamente disattesi, sopraffatti dalle azioni speculative del mercato immobiliare. L’evoluzione/involuzione di questo modo di concepire la città è stata sospinta in direzione contraria, impostata nel determinare isole sociali rigorosamente omogenee, e quindi facilmente ghettizzabili perché incapaci di raccogliere nuclei a composizione mista, l’unica strada per favorire un sistema culturalmente complesso.

Durante questi giorni, che non sappiamo quando finiranno, in cui il pericolo del contagio da coronavirus sta paralizzando interi territori, emerge con violenta attualità il fenomeno della città vista come pericolo sociale, piuttosto che come ambiente dove trovare la tranquillità della protezione. Il clima di isolamento che si vive oggi a Milano appare distante anni luce dall’impostazione di molti suoi nuovi quartieri che inseguono il benessere proprio attraverso la ricchezza del vivere sociale. Il recente insediamento della “Città contemporanea” si rivolge infatti ai modelli urbanistici del Nord Europa, invitando a vivere in costante collegamento con la Grande Milano. L’impegno attuale, a rimanere chiusi in casa, sta creando invece la psicosi nei confronti del vicino, comportando l’annullamento dei valori positivi del vivere aggregato.

L’isolamento viene cercato con cura e la vicinanza fisica diventa un’insidia. Questo stato emotivo si sta trasformando in diffidenza, se non addirittura in ostilità verso chi contende il tuo stesso spazio di sicurezza. Questa condizione, collegata in modo del tutto imprevisto al coronavirus, rischia di alimentare la distanza verso gli altri, soprattutto se considerati diversi e pericolosi, il più delle volte con argomenti pretestuosi. Questo fenomeno pervade la città dopo una profonda trasformazione della composizione della popolazione: il consistente aumento, negli ultimi cinquanta anni in tutto il mondo, del numero degli abitanti, più che raddoppiati, e il massiccio fenomeno migratorio che ha trovato impreparato il tessuto urbano ad accogliere una pressione così consistente. Ogni fenomeno di integrazione e di inclusione deve avere tempi di adattamento graduali, capaci di assorbire senza traumi i necessari cambiamenti. Se questo vale per la condizione sociale, ancora più pressante è per la città fisica che, per corrispondere al mutare delle esigenze, ha bisogno di tempi necessariamente dilatati per la valutazione dell’entità del fenomeno, la programmazione della sua soluzione e, finalmente, per promuovere la progettazione di opere che necessitano di ingenti finanziamenti pubblici e privati.

Alle calamità degli ultimi anni si è risposto quasi sempre ricorrendo a soluzioni di emergenza che, inevitabilmente, si sono limitate a tamponare, e spesso in modo insufficiente, le necessità individuali con opere di fortuna (baraccamenti e “casette”), tralasciando tuttavia i servizi collettivi, o meglio rinviandoli sine die. È questa una condizione che in Italia, e a Roma in particolare, è rimasta una costante, a partire dalle borgate del Regime, ma è proprio l’inadeguatezza delle strutture pubbliche che porta a una sorta di rivalità, talvolta inconsapevole, verso il vicino che è visto come l’occupante di uno spazio comune ristretto, insufficiente a soddisfare le esigenze di tutti. Da qui la degenerata ricerca di chi ritiene di avere più diritto di altri a usufruire di quanto è collettivo. Il problema, apparentemente paradossale, non è però trascurabile: nasce a seguito delle trasformazioni rapide e intense, che spingono chi è sopraffatto dall’individualismo e dalle difficoltà a costruire barriere per arginare le necessità di chi si presume debba godere di meno diritti.

La città contiene l’occasione naturale per ritrovarsi e condividere momenti di partecipazione emotiva, culturale, religiosa, politica. La situazione di incertezza, a causa dell’emergenza del coronavirus, e di conflitto, soprattutto a seguito delle profonde alterazioni geo-politiche di questi anni, sta progressivamente trasformando il vivere urbano: la città non rassicura; al contrario può nascondere insidie e pericoli da evitare. Anche Papa Francesco, per assecondare una situazione di protezione sanitaria, ha scelto correttamente di favorire la rarefazione della folla di fedeli in piazza San Pietro decidendo di recitare l’Angelus della domenica “ingabbiato” all’interno della sua biblioteca.

Prevedere le calamità è sicuramente difficile, se non impossibile, però programmare lo sviluppo della città con i margini necessari per contenere i danni delle emergenze deve rientrare nei compiti ordinari. Si devono recuperare proprio quei principi che la “Città razionale”, messa a punto tra le due guerre, aveva descritto affidandosi alla dotazione generosa di residenze, verde, servizi, trasporti e luoghi per il governo locale e nazionale. Questi ultimi devono peraltro essere pensati di facile accesso per favorire, non solo fisicamente, la consuetudine a partecipare alla vita collettiva, compresa la gestione della cosa pubblica.

di Mario Panizza