· Città del Vaticano ·

L’inquietudine del cuore e l’incontro con Cristo acqua pura per la sete dell'uomo

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27 aprile 2020

Ad un mondo che vive un tempo intriso di precarietà e di inquietudine sempre pronta trasformarsi in angoscia, quando il morso del virus si fa più vicino e colpisce negli affetti più cari e demolisce i sogni e le prospettive più “sicure”, il Papa ricorda che l’inquietudine fa parte della vita, è una delle materie di cui siamo fatti, una delle stoffe in cui siamo stati intessuti. Domenica mattina durante l’omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta il Pontefice, commentando il passo del Vangelo relativo ai discepoli di Emmaus, ha affermato con semplicità che: «Noi siamo nati con un seme di inquietudine», e ha aggiunto: «Dio ha voluto così: inquietudine di trovare pienezza, inquietudine di trovare Dio, tante volte anche senza sapere che noi abbiamo questa inquietudine». Il Papa ha dato quindi un nome a questo nostro stato d’animo: cos’è che ci inquieta? È il desiderio, la nostalgia di Dio. Senza fare il nome ha poi citato l’incipit delle Confessioni di Sant’Agostino: «Il nostro cuore è inquieto, il nostro cuore ha sete: sete dell’incontro con Dio. Lo cerca, tante volte per strade sbagliate: si perde, poi torna, lo cerca». L’uomo dunque è un essere che cerca, ma non nel vuoto o per il gusto di cercare ma perché ha una meta che già conosce: «Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato» secondo il pensiero n. 553 di Pascal. Il 27 dicembre del 1978 San Giovanni Paolo II, da due mesi diventato successore di Pietro, citava il famoso pensiero di Pascal aggiungendo che «Questa è la verità sull’uomo. Non la si può falsificare. Non la si può nemmeno distruggere. La si deve lasciare all’uomo perché essa lo definisce». L’uomo, un essere in ricerca.

Ma questa è solo una parte della realtà e nemmeno la più grande, perché il punto decisivo del mistero dell’esistenza umana è che non è tanto che l’uomo cerca Dio ma il contrario: è Dio che cerca l’uomo. Senza perdersi in spiegazioni troppo didascaliche il Papa nella sua omelia ha chiarito perché noi viviamo con questo seme inquieto dentro il cuore, perché Dio ha voluto così: Dio ci ha creati inquieti perché Lui stesso è inquieto. «Dall’altra parte — ha aggiunto Francesco — Dio ha sete dell’incontro, a tal punto che ha inviato Gesù per incontrarci, per venire incontro a questa inquietudine». Due esseri assetati uno dell’altro destinati a incontrarsi: Dio e l’uomo.

Essere precario (cioè “colui che prega”) è una condizione inscritta nella natura dell’uomo, quella natura che Cristo ha assunto fino alle estreme conseguenze, pregando il Padre giovedì santo e sulla croce, apparentemente senza risposta. Questa dimensione della precarietà, della sete è cara a Papa Francesco che durante il viaggio in Colombia nel settembre del 2017 ebbe a dire parlando a dei giovani: «Se vuoi riuscire nella vita come vuole Gesù, prega, perché il protagonista della storia è il mendicante, il protagonista della storia della salvezza è il mendicante che ciascuno di noi ha dentro»; il protagonista della storia, un’espressione a sua volta ripresa dalle parole rivolte da don Luigi Giussani a Giovanni Paolo II il 30 maggio 1998 in occasione dell’incontro in piazza San Pietro tra il Papa e i movimenti ecclesiali: «Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Due mendicanze si incontrano, devono incontrarsi in Cristo nel disegno di Dio che l’uomo può ma non deve ostacolare. E infatti Papa Francesco, citando implicitamente l’incipit dell’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI, ha iniziato l’omelia con queste parole: «Tante volte abbiamo sentito che il cristianesimo non è solo una dottrina, non è un modo di comportarsi, non è una cultura. Sì, è tutto questo, ma più importante e per primo, è un incontro. Una persona è cristiana perché ha incontrato Gesù Cristo, si è lasciata incontrare da Lui». L’uomo può in effetti resistere alla possibilità d’incontro che Gesù, in modo discreto, gli offre. «Come agisce Gesù? In questo passo del Vangelo (cfr. Lc 24, 13-35) vediamo bene che Lui rispetta, rispetta la nostra propria situazione, non va avanti. Soltanto, qualche volta, con i testardi, pensiamo a Paolo, quando lo butta giù dal cavallo. Ma di solito va lentamente, rispettoso dei nostri tempi. È il Signore della pazienza. Quanta pazienza ha il Signore con noi, con ognuno di noi!». Sullo stile di Gesù si è soffermato a lungo durante l’omelia, perché lo stile di Cristo deve essere lo stile del cristiano, uno stile discreto che non usa violenza ma conosce l’arte dell’incontro, fatta di ascolto paziente e di condivisione sincera.

Nelle parole pronunciate al Regina Caeli il Papa si è soffermato invece sugli effetti di quell’incontro, partendo sempre dall’episodio di Emmaus, e osservando come i due viaggi dei discepoli, prima in fuga da e poi di ritorno a Gerusalemme, siano non solo geograficamente opposti: «Il primo avviene nella tristezza, il secondo nella gioia. Nel primo c’è il Signore che cammina al loro fianco, ma non lo riconoscono; nel secondo non lo vedono più, ma lo sentono vicino. Nel primo sono sconfortati e senza speranza; nel secondo corrono a portare agli altri la bella notizia dell’incontro con Gesù Risorto». È il bivio in cui si trova ogni cristiano nella sua vita, anche oggi: «Abbiamo davanti due direzioni opposte: c’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto sé stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita, cioè i fratelli che attendono che noi ci prendiamo cura di loro. Ecco la svolta: smettere di orbitare attorno al proprio io, alle delusioni del passato, agli ideali non realizzati, a tante cose brutte che sono accadute nella propria vita». C’è bisogno di uno scatto, di quello che il Papa definisce un «cambio di passo, dall’io a Dio, dai se al sì», un cambio che i discepoli riescono a compiere «incontrando Gesù».

Con un’avvertenza: nel primo viaggio, quello dello sconforto, dell’inquietudine, Gesù è già presente e cammina a fianco all’uomo. Si tratta allora per davvero di lasciarsi incontrare, di non fare nulla, nessuna ricerca, ma attendere, vivere l’attesa (cioè essere tesi-a) nei confronti di una presenza che è già vicina a noi, anche se in modo misterioso. Forse si tratta di sognare un po’ di più. Proprio come fa Giacobbe nel capitolo 28 della Genesi, quando sogna gli angeli che salgono e scendono dal cielo e Dio che gli promette di non abbandonarlo mai: «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”». Questo che è il fulcro del racconto veterotestamentario è anche la roccia della speranza cristiana: Gesù ci sta a fianco, bussa alla nostra porta, e attende solo che noi, come a Emmaus, gli diciamo di entrare e restare con noi.

di Andrea Monda