· Città del Vaticano ·

L’affettuosa ironia di Gesù risorto

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Il Vangelo della III Domenica di Pasqua

21 aprile 2020

«Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto? / Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme / Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca / C’è sempre un altro che ti cammina accanto» (La terra desolata, v). Con queste parole T. S. Eliot descrive l’incontro mancato con un personaggio misterioso, che due viandanti non riescono a vedere lungo la strada desolata che percorrono. Il Vangelo di Luca racconta invece che nel pomeriggio di Pasqua i due viandanti alla fine riconoscono il terzo che cammina accanto a loro, mentre discutono e condividono le loro delusioni. Gesù in persona li accompagna e si inserisce nella conversazione: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». I due si fermano «col volto triste», e comincia un lungo dialogo, nel quale il Signore riesce piano piano a guarire i due viandanti dalle loro tristezze e disillusioni: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24, 17-21).

La cura contro la tristezza usata da Gesù è innanzitutto la pazienza di camminare accanto, adeguando il proprio passo a quello dei suoi interlocutori. Rallentando l’andatura diventa possibile far sentire ascoltate le persone con cui si cammina. Solo a quel punto il Maestro può provare a mostrare un altro punto di vista, aiutando a capire cosa è realmente successo, con pazienza: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24, 27). C’è un tono particolare in tutto questo dialogo. Invece di arrabbiarsi di fronte all’iniziale risposta brusca che riceve («Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?»), il Signore domanda semplicemente: «Che cosa?». C’è un’affettuosa ironia nel modo con cui Gesù si prende cura di questi suoi discepoli delusi, che viene espressa in una splendida versione poetica del dialogo: «Quale Gesù chiede Gesù e si fa raccontare la sua stessissima storia / dal punto di vista dell’agnosticismo» (J. M. Ibáñez Langlois, Il Libro della Passione, ix, 11).

Il Maestro non insegna l’ironia mordace né tantomeno il sarcasmo, ma una certa affettuosa presa in giro, che aiuta a ridimensionare i problemi senza negarli. Un tono in cui si fa sempre sentire la comprensione, che aiuta l’interlocutore a sdrammatizzare la situazione. Non si tratta di negare le preoccupazioni, le inquietudini, i drammi. Si tratta di non prendere troppo sul serio noi stessi mentre affrontiamo i problemi. È un’arte particolarmente importante in famiglia, ancor più adesso che è terminata la fase eroica della “quarantena quaresimale”, e ci troviamo incamminati da vari chilometri sul noioso sentiero, che sembra interminabile, della “quarantena pasquale”. Anche restando chiusi in casa è necessario imparare a rallentare l’andatura per osservare un figlio, per ascoltare il coniuge, per assistere con pazienza un genitore anziano che non riesce a gestire bene una videochiamata… Non è difficile immaginare il sorriso con il quale i discepoli di Emmaus avranno raccontato decine di volte, prima che confluisse nel Vangelo di Luca, il gesto quasi giocoso con cui il Maestro, senza mostrare la minima fretta, «quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, fece come se dovesse andare più lontano» (Lc 24, 28).

Ma si può ancora sorridere nel mondo di oggi? Come i discepoli di Emmaus, anche noi a volte sentiamo il peso delle ansie, come se questa Pasqua non fosse riuscita a rendere il nostro mondo davvero vivibile. In una recente omelia mattutina, Papa Francesco ha invitato a pregare per le donne incinte, che sono inquiete e si domandano: «In quale mondo vivrà mio figlio?». La Pasqua ci riporta l’invito esplicito di Gesù a fidarci della sua parola, senza essere «stolti e lenti di cuore a credere» (Lc 24, 25). Il Maestro ci promette che il mondo che troveranno i nostri figli (e anche noi quando finalmente usciremo dalle nostre case) non sarà una terra desolata. Come dice il Papa, «sarà certamente un mondo diverso, ma sarà sempre un mondo che il Signore amerà tanto». E che guarderà con un sorriso affettuoso e incoraggiante.

di Carlo De Marchi