· Città del Vaticano ·

In preghiera per i defunti “anonimi” sepolti nelle fosse comuni

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Nella messa a Santa Marta il Pontefice ricorda le vittime del coronavirus

30 aprile 2020

Papa Francesco si è spiritualmente inginocchiato accanto alle fosse comuni dove sono stati sepolti tanti defunti “anonimi” in questo tempo di pandemia: hanno profondamente colpito il cuore del vescovo di Roma le immagini delle sepolture alle quali si è dovuto ricorrere nel pieno dell’emergenza del contagio del coronavirus.

E così giovedì mattina, 30 aprile — proprio all’inizio della messa celebrata nella cappella di Casa Santa Marta — con voce accorata e dolente il Pontefice ha presentato a Dio tutte le vittime, in particolare le donne e gli uomini sepolti “senza nome”. «Preghiamo oggi — ha detto Francesco — per i defunti, coloro che sono morti per la pandemia; e anche in modo speciale per i defunti — diciamo così — anonimi: abbiamo visto le fotografie delle fosse comuni. Tanti...».

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre»: con le parole di Gesù, riportate da Giovanni nel passo evangelico (6, 44-51) proposto dalla liturgia, il Pontefice ha poi avviato la sua meditazione nell’omelia. «Gesù ricorda — ha detto — che anche i profeti avevano preannunciato questo: “E tutti saranno istruiti da Dio”».

Dunque, ha spiegato il Papa, «è Dio che attira alla conoscenza del Figlio. Senza questo, non si può conoscere Gesù. Sì, si può studiare, anche studiare la Bibbia, anche conoscere come è nato, cosa ha fatto: questo sì. Ma conoscerlo da dentro, conoscere il mistero di Cristo è soltanto per coloro che sono attirati dal Padre a questo».

Ed è proprio «quello che è successo a questo ministro dell’economia della regina d’Etiopia» ha affermato Francesco, facendo riferimento al brano degli Atti degli apostoli (8, 26-40) che racconta appunto l’incontro di Filippo con il funzionario di Candàce, regina di Etiopia. «Si vede che era un uomo pio — ha fatto presente il Pontefice — e che si è preso il tempo, in mezzo a tanti suoi affari, per andare ad adorare Dio. Un credente. E tornava in patria leggendo il profeta Isaia» (cfr. versetti 27-28).

Ecco che, ha proseguito il Papa ripercorrendo il passo degli Atti degli apostoli, «il Signore prende Filippo, lo invia e poi gli dice: “Va’ avanti e accòstati a quel carro”» (cfr. versetto 29). E così Filippo «sente il ministro che sta leggendo Isaia. Si avvicina e gli fa una domanda: “Capisci quello che stai leggendo?” — “E come potrei capire se nessuno mi guida!”» (cfr. versetto 31).

A questo punto il funzionario della regina di Etiopia pone «la domanda: “Di quale persona il profeta dice questo?». Fa salire Filippo sulla sua carrozza «e durante il viaggio — non so quanto tempo, penso che almeno un paio di ore — Filippo spiegò, spiegò Gesù» (cfr. versetti 26-35).

Francesco ha affermato che «quella inquietudine che aveva questo signore nella lettura del profeta Isaia era proprio del Padre, che attirava verso Gesù (cfr. Giovanni 6, 44): lo aveva preparato, lo aveva portato dall’Etiopia a Gerusalemme per adorare Dio e poi, con questa lettura, aveva preparato il cuore per rivelare Gesù. Al punto che appena vide l’acqua disse: “Posso essere battezzato”» (cfr. Atti degli apostoli 8, 36). In sostanza quell’uomo «credette».

Il fatto «che nessuno può conoscere Gesù senza che il Padre lo attiri (cfr. Giovanni 6, 44) — ha spiegato Francesco — è valido per il nostro apostolato, per la nostra missione apostolica come cristiani». In particolare il Pontefice ha invitato a pensare «alle missioni: “Cosa vai a fare nelle missioni?” — “Io, a convertire la gente” — “Ma fermati, tu non convertirai nessuno! Sarà il Padre ad attirare quei cuori per riconoscere Gesù”».

«Andare in missione — ha affermato il Papa — è dare “testimonianza” della propria fede», perché «senza testimonianza non farai nulla. Andare in missione — e sono bravi i missionari! — non significa fare strutture grandi, cose..., e fermarsi così. No, le strutture devono essere testimonianze».

In realtà, ha rilanciato Francesco, «tu puoi fare una struttura ospedaliera, educativa di grande perfezione, di grande sviluppo, ma se una struttura è senza testimonianza cristiana, il tuo lavoro lì non sarà un lavoro di testimone, un lavoro di vera predicazione di Gesù: sarà una società di beneficenza, molto buona — molto buona! — ma niente di più».

Insomma, ha insistito il Pontefice, «se io voglio andare in missione..., se io voglio andare in apostolato, devo andare con la disponibilità che il Padre attiri la gente a Gesù, e questo lo fa la testimonianza. Gesù stesso dice a Pietro, quando confessa che Lui è il Messia: “Tu sei beato, Simon Pietro, perché questo te lo ha rivelato il Padre”» (cfr. Matteo 16, 17).

«È il Padre che attira, e attira anche con la nostra testimonianza» ha proseguito il Papa. «“Io farò tante opere, qui, di qua, di là, di educazione, di questo, dell’altro...”, ma senza testimonianza — ha chiarito — sono cose buone, ma non sono l’annuncio del Vangelo, non sono posti che diano la possibilità che il Padre attiri alla conoscenza di Gesù» (cfr. Giovanni 6, 44). Lo stile giusto è «lavoro e testimonianza».

«“Ma come posso fare perché il Padre si preoccupi di attirare quella gente?”» è la questione posta da Francesco. Con «la preghiera», è la risposta. E «questa è la preghiera per le missioni: pregare perché il Padre attiri la gente verso Gesù».

«“Testimonianza e preghiera” vanno insieme» ha ripetuto il Pontefice: «Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica, non si può fare annuncio. Farai una bella predica morale, farai tante cose buone, tutte buone. Ma il Padre non avrà la possibilità di attirare la gente a Gesù».

Dunque, ha spiegato ancora il Papa, «questo è il centro, questo è il centro del nostro apostolato, che il Padre possa attirare la gente a Gesù» (cfr. Giovanni 6, 44). E «la nostra testimonianza apre le porte alla gente e la nostra preghiera apre le porte al cuore del Padre perché attiri la gente».

«Testimonianza e preghiera» è quindi l’approccio corretto, secondo Francesco. E «questo non è soltanto per le missioni, è anche per il nostro lavoro come cristiani». Tanto che è opportuno domandarsi: «Io do testimonianza di vita cristiana, davvero, con il mio stile di vita? Io prego perché il Padre attiri la gente verso Gesù?».

«Questa è la grande regola per il nostro apostolato, dappertutto, e in modo speciale per le missioni» ha aggiunto il Pontefice. Con la consapevolezza che «andare in missione non è fare proselitismo».

E a questo proposito il Papa ha voluto condividere un ricordo: «Una volta, una signora — buona, si vedeva che era di buona volontà — si è avvicinata con due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, e mi ha detto: “Questo ragazzo, padre, era protestante e si è convertito: io l’ho convinto. E questa ragazza era...” — non so, animista, non so cosa mi ha detto — “e l’ho convertita”. E la signora era buona, buona. Ma sbagliava. Io ho perso un po’ la pazienza e ho detto: “Senti, tu non hai convertito nessuno: è stato Dio a toccare il cuore della gente. E non dimenticarti: testimonianza, sì; proselitismo, no”».

Alla fine della sua meditazione Francesco ha esortato a chiedere «al Signore la grazia di vivere il nostro lavoro con testimonianza e con preghiera, perché Lui, il Padre, possa attirare la gente verso Gesù».

È poi con la preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori che il Papa ha invitato «le persone che non possono fare la comunione» a fare la comunione spirituale. Concludendo la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per poi affidare — accompagnato dal canto dell’antifona Regina Caeli — le sue intenzioni alla Madre di Dio, sostando davanti all’immagine mariana della cappella di Casa Santa Marta.

A mezzogiorno la preghiera del vescovo di Roma è stata rilanciata, davanti all’altare della Cattedra della basilica Vaticana, dal cardinale arciprete Angelo Comastri che ha guidato la recita del Regina Caeli e del Rosario.