· Città del Vaticano ·

Il santo che durante la carestia lottava contro gli usurai

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Alfonso Maria de’ Liguori

25 aprile 2020

In tempo di covid-19 sentiamo e avvertiamo la mancanza di tante cose: la libertà di uscire, di abbracciare e stringerci la mano, di andare in chiesa, di festeggiare i riti della tradizione, eccetera. La nostra pratica religiosa è immagine della nostra società: quella dei consumi e così ci ritroviamo una religione “consumata” in cui capiamo poco il senso di essere uomini e donne di Dio.

Le cose necessarie, alla fine, le sappiamo apprezzare quando vengono meno. C’è un apologo ebraico che racconta di alcuni giovani che chiedono al rabbi anziano quando sia iniziato l’esilio di Israele. «L’esilio di Israele — risponde il saggio rabbi — cominciò il giorno in cui Israele non ha più sofferto del fatto di essere in esilio». Il vero esilio non comincia quando si lascia la patria, ma quando non c’è più nel cuore la struggente nostalgia della patria.

Correva l’anno 1764, Alfonso Maria de’ Liguori era da circa due anni stato eletto (senza raccomandazioni) vescovo di una delle 131 diocesi del regno napoletano: Sant’Agata dei Goti. In quell’anno una terribile carestia colpì tutta l’Italia con una strage di innocenti fatti esclusivamente di poveri. Alcuni storici dicono che alla fine della carestia si contarono più di 200 mila morti. La carestia giunse inaspettata a ridosso di due annate che fornirono raccolti piuttosto insoddisfacenti.

Lo storico Franco Venturi ha scritto che «la grande carestia del 1764 segna l’origine della radicalizzazione del pensiero del Genovesi, mette a nudo il suo odio per i civili sfruttatori, per i preti e i frati insensibili alla miseria che li circondava, per i signori che riducevano i loro contadini a miserabili servi».

Cosa fece sant’Alfonso nel tempo di fame? Non si perse d’animo e progettò iniziative d’ogni specie per comprare cereali, distribuire farina e aiutare i poveri a non morire. Da recenti studi d’archivio sappiamo che il vescovo di Sant’Agata convinse preti, canonici e autorità cittadine ad autotassarsi per accendere mutui e comprare grano in favore dei poveri. Un atto notarile porta la firma del 24 aprile 1764 ed è finalizzato alla compera di grano perché il pane venga venduto a un prezzo ragionevole e accessibile. Il motivo viene addotto con le seguenti parole: «Si pensò di sostenersi la vendita del pane per la pubblica panificazione a grani sei il rotolo, quandanche per corrispondere al prezzo della compra de cennati grani sarebbesi dovuto vendere almeno a grani dodici il rotolo, e così sarebbesi ogni povero cittadino impossibilitato a poterne comprare e per conseguenza a potersi alimentare e vivere».

La carità, di cui Alfonso fu sempre zelantissimo promotore, è testimoniata praticamente dall’aiuto materiale e morale nei confronti dei più deboli.

Per far fronte alla fame, il vescovo di Sant’Agata dei Goti vendette pure due anelli preziosi, la croce pettorale di oro, servendosi di una d’argento indorato nelle funzioni liturgiche. Si disfece, in seguito, delle ricche posate, dicendo: «Bastano a noi quelle di ottone». Non contento di questo voleva poi vendere il rocchetto e l’orologio ma gli fu impedito anche per l’esiguo guadagno. Gli restava la carrozza, necessaria per muoversi nella diocesi: non fece passare troppo tempo che la vendette, nonostante i ripetuti dinieghi del vicario e dei canonici, diceva: «San Pietro era Papa e non andava in carrozza, ed io non sono da più di San Pietro».

Al termine della carestia il vescovo riprese la sua attività pastorale (visite alle parrocchie, correzione dei libri, redazione delle visite ad limina da presentare alla S. Sede e la conclusione del libro Via della Salute).

Nella Vita di Sant’Alfonso, del cardinale Alfonso Capecelatro (opera in due volumi della fine dell’800), troviamo scritto che passato il tempo horribilis della carestia sant’Alfonso si prodigò molto per far distruggere o annullare parecchi contratti illeciti e usurai: «Per ottenere ciò, chiamò a sé e ammonì con paterna carità i mercanti e i proprietari, i quali, bisogna pur dirlo a loro lode, non furono sordi alle parole di lui». Una testimonianza di vera vicinanza al popolo, esempio di genuina carità, possibile pista da intraprendere in questo tempo di “nuova carestia” che porta il nome di coronavirus. Le “gesta” pastorali di Alfonso non passarono inosservate all’élite francese. Il barone J. Angot Des Rotours, nella biografia dedicata al santo, agli inizi del ’900 scrive: «Sant’Alfonso difende i deboli contro coloro che avevano approfittato della disgrazia generale, per darsi all’usura o che, torturando i loro debitori, li costringevano a firmare obbligazioni esagerate. Fece chiamare i negozianti, i finanzieri, e ingiunse loro di non allontanarsi dalle regole dell’equità. Contro il flagello della carestia, il santo si doleva amaramente di non poter fare di più. Ma fu constatato che nella sua diocesi, il prezzo del pane saliva molto meno che nel resto del regno». A dire il vero, oltre al prezzo del pane, calmierato, nella diocesi di Sant’Agata dei Goti i morti di fame sono stati veramente pochi rispetto alle altre diocesi italiane.

di Mario Colavita