· Città del Vaticano ·

Il sacerdote tra il male e la grazia

Una scena del film «Diario di un curato di campagna» tratto dall’omonimo romanzo di Georges Bernanos

Da Georges Bernanos a Béatrix Beck un filone narrativo che si fa riflessione sull’animo umano

16 aprile 2020

L’ultimo Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ha risvegliato in me un’intuizione dell’adolescenza che non sono stato certamente l’unico a dimenticare nella routine del quotidiano e nel tumulto mediatico: ossia che non si tratta di belle idee né di grandi teorie, ma di storie particolari che aiutano a decifrare il mondo e permettono di viverci e di agirvi inscrivendosi in esso.

Per fare un solo esempio, si è parlato molto in questi ultimi tempi del celibato ecclesiastico. Ovviamente la questione è inscindibile dall’idea che ci si può fare del sacerdote, da ciò che ci si aspetta da lui, e dunque dal cuore della fede: se l’uomo si volge verso Dio è perché Dio viene a lui per primo attraverso coloro che invia.

Esiste a tale proposito un’abbondante letteratura teologica che compete e interferisce con considerazioni storiche, sociologiche, antropologiche e altre ancora.

Ebbene, ciò che permette di capire a fondo che cos’è un sacerdote non è solo la Tradizione della Chiesa. Non è neppure solo l’esperienza che si può avere frequentando, o semplicemente guardando da lontano, il proprio parroco o il proprio cappellano. E ancor meno il clericalismo o l’anticlericalismo. Sono piuttosto i racconti i cui eroi non hanno neanche bisogno di essere esistiti. O meglio, anche se gli autori si sono ispirati a persone identificabili, quei personaggi conservano una consistenza e una verità immediata che sono indubbiamente più feconde dei ricordi che restano dei loro modelli.

Sono tre i romanzi francesi del XX secolo che vanno ricordati quando si parla di sacerdozio cattolico, se non ci si vuole accontentare di cliché superficiali.

I primi due appartengono allo stesso autore: Georges Bernanos (1888-1948). Sotto il sole di Satana (1926) rivela quale nemico affronta l’abate Donissan: non la miscredenza, la codardia o la mediocrità dei suoi parrocchiani, e neppure le tentazioni che potrebbe suscitare la povera Mouchette, ma il Male in persona, che lo spinge alla disperazione. Con i suoi fallimenti, il prete accompagna Cristo nella sua agonia e nella sua discesa agli inferi. Malgrado la sua reputazione rovinata e l’esilio in un paesino, è considerato un santo dalla popolazione rozza e miserabile. Ma non tiene per sé, quaggiù, nessuna delle grazie salvifiche che trasmette, e muore nel suo confessionale.

Il romanzo mette in scena altre figure sacerdotali: il saggio abate Menou-Segrais, che è l’unico a capire Donissan, e l’abate Sabiroux, che d’istinto non crede nel soprannaturale... L’opera di Bernanos include molti altri preti, tra i quali (nell’Impostura, 1927) gli opposti simmetrici costituiti dall’umile e ingenuo Chevance e dall’ipocrita e manipolatore Cénabre, il quale — meglio di qualsiasi indagine giornalistica o giudiziaria — può offrire un quadro della perversione, e anche della tragedia, dei sacerdoti oggi accusati di molteplici abusi.

Ma un personaggio meno eccessivo, sebbene non meno intenso e sicuramente più eloquente di ciò che si può chiamare mistero della condizione sacerdotale è l’anonimo redattore fittizio del Diario di un curato di campagna (1936). Giovane sacerdote in cattiva salute, soffre per l’indifferenza dei suoi parrocchiani e per la lucidità rassegnata dei suoi confratelli che hanno perso le loro ambizioni spirituali.

Si sente debole, impacciato, quasi impotente, e tuttavia serba la consapevolezza e la fiducia che Cristo agisce, ama e salva attraverso lo spogliamento che lui stesso subisce.

Come Sotto il sole di Satana, il Diario di un curato di campagna è stato portato sul grande schermo: la prima volta nel 1951 da Robert Bresson, la seconda nel 1987 da Maurice Pialat con Gérard Depardieu nel ruolo dell’abate Donissan. Film che sono esempi della ricchezza di queste storie di vite di sacerdoti, più intense e penetranti dei ricordi e dei racconti dei testimoni.

Queste narrazioni scritte non cadono in un sensazionalismo facile o in un moralismo edificante, e neppure in un didascalismo fatalmente pesante a furia di essere generale e astratto. La trasposizione cinematografica dà loro la consistenza visibile e la forza dinamica della carne ispirata dal verbo dello scrittore.

Ciò vale anche per un terzo romanzo, Léon Morin, prete (1952), di una scrittrice meno celebre, Béatriz Beck (1914-2008). Quest’opera in parte autobiografica, che ha ottenuto il Prix Goncourt, vanta non meno di tre adattamenti cinematografici. Il primo nel 1961¸ con la regia di Jean-Pierre Melville e con Jean-Paul Belmondo ed Emmanuelle Riva. Poi, nel 1991, un telefilm con Robin Renucci e Nicole Garcia come coprotagonista. Infine nel 2016 con la regia di Nicolas Boukhrief e il titolo di La Confession, con Romain Duris nel ruolo di Léon Morin. Tutte queste versioni fanno intravedere ciò che tocca di essenziale e d’inesauribile questa storia di una giovane donna che si converte perché involontariamente sedotta da un giovane sacerdote dallo stile poco clericale, che resterà serenamente fedele ai suoi voti. Ecco dunque otto storie — tre romanzi e tre film — che si possono leggere o rileggere e vedere o rivedere. Fanno capire che cosa è in gioco nelle “questioni” e polemiche attuali, e sopravvivranno loro. Il motivo è che, come ha scritto Papa Francesco nel suo Messaggio, simili storie — anche se non tutti i loro protagonisti, autori e attori hanno la fede — «profumano di Vangelo», il che sarà da stimolo sia per i miscredenti sia per i battezzati.

di Jean Duchesne