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Il paradiso al 90° minuto

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Storia di giovani rom, di calcio e di riscatto

24 aprile 2020

«Lo sport mi ha sempre appassionato: più farlo che seguirlo. Ero un discreto mezzofondista. Avevo 25 anni, andavo due o tre giorni a settimana ad allenarmi nella zona di Ponte Milvio, intorno allo stadio della Farnesina. Tra i runner nascono spesso amicizie complici, fatte di poche parole e molto fiato. Così mi trovai a correre e fare amicizia con un signore dai capelli già grigi ma molto atletico, un fondista, appassionato di maratona. Malgrado la diversa età mi dava filo da torcere a stargli dietro. Un giorno, rientrati negli spogliatoi, cambiandoci e rivestendoci in abiti civili rimasi a bocca aperta. L’atletico runner aveva indossato infatti sotto una giacca elegante scura, il colletto inamidato da prete». Salvatore Paddeu, che racconta questa bella storia, oggi di anni ne ha 39 e quel prete runner che gli ha cambiato la vita, allora impiegato presso la Segreteria di Stato vaticana, è oggi il vescovo di Ascoli Piceno, don Giovanni D’Ercole.

«La sorpresa si tramutò in curiosità: non immaginavo che un sacerdote potesse essere così coinvolto dall’attività sportiva. E quindi correndo correndo, cominciammo a parlare e conoscerci meglio. Lui era molto più bravo di me, aveva partecipato alle maratone di mezzo mondo: Roma, Londra, New York. Ero ammirato non solo dalle sue performance sportive ma anche dalle pillole di saggezza che mi dispensava correndo su e giù lungo il Tevere. Mi ero ormai affezionato a questo nuovo strano amico. Un giorno, correndo lungo le anse del fiume a Tor di Quinto, ci trovammo la strada sbarrata da un gruppo di ragazzini rom. Seduti per terra, malvestiti, sporchi, ci guardavano fissi negli occhi, con uno sguardo a metà strada tra l’ammirazione e la derisione. “Don Giovanni, non è possibile che quei ragazzini, invece di andare a scuola, vivano in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina, così malridotti. E che nessuno faccia nulla per loro. Perché non facciamo qualcosa per loro?”. Lui fermò per un attimo la sua corsa, mi guardò e mi disse: “Certo. Pensaci tu”. Io non capii. Anzi ci rimasi male. Non capii che non era un tirarsi indietro, ma il lancio di una sfida. Una sfida della carità. Voleva mettermi alla prova. Il giorno dopo ritornai da solo lungo quella banchina del fiume. Con lo scopo di rincontrarli. E loro erano di nuovo lì. Li salutai. Non sembravano molto socievoli all’inizio. Erano solo affascinati dalle mie sneakers che non si sarebbero mai potuti permettere. Ci avevo pensato a lungo su come approcciarli ma non sapevo veramente cosa dirgli. Per questo avevo portato con me un pallone. “Giochiamo a calcio? Se vi va io faccio le squadre e poi vi arbitro”».

La cosa piacque subito, erano abituati a dare calci solo a scatole di latta, non a un vero pallone di cuoio. «Fare le squadre placando rivalità e litigi — racconta Salvatore — fu un’impresa, ma alla fine ci riuscimmo. E si divertirono tanto. Perciò tornai anche il giorno dopo. E quello dopo ancora. Loro mi aspettavano. Divenne un appuntamento. Dopo la seconda volta cominciarono a chiamarmi “mister”. Avevo vinto la diffidenza e conquistato la loro fiducia. Senza dire una parola, semplicemente con una palla. Dopo qualche giorno chiamai don Giovanni, orgoglioso di aver raccolto la sfida e rilanciai “Adesso tocca a te”». L’idea: creare una scuola calcio e formare una vera squadra di soli ragazzi rom, rivela Salvatore.

«”Mi serve una mano”. Dopo solo mezz’ora don Giovanni mi richiamò: avevamo uno sponsor. Non puoi capire cosa successe quando mi presentai al campo di via del Baiardo, dove l’Aniene si tuffa nel Tevere, con il corredo di calzoncini, maglietta, scarpini, tuta e borsa per ciascun piccolo giocatore. Sulle magliette era stampato il nome della squadra. M’era venuto fuori di getto. Un po’ per ridere della non proprio possente struttura fisica dei piccoli giocatori e un p0’ in omaggio a don Giovanni, sul retro della maglia era scritto gli “Ercolini”. Lo stesso giorno iscrissi la squadra al torneo regionale US Acli e li tesserai tutti al Coni. La voce si sparse anche negli altri campi rom, e alla fine avemmo sessanta tesserati».

Il problema era che il mister era un allenatore dai criteri tecnici un po’ particolari. Come fare a selezionare la prima squadra? Il criterio era semplice ma non propriamente in linea con le aspettative di vittoria. Entravano nella rosa della partita di campionato del sabato quelli che potevano provare di essere andati a scuola tutti i sei giorni precedenti. «Il fatto era però che quelli che andavano a scuola, diciamo che non erano proprio i più bravi a giocare a pallone» — confessa Salvatore — per cui in classifica all’inizio non eravamo certo tra i migliori. Dopo qualche settimana, però, cominciammo a raggiungere i risultati che mi ero proposto: qualche vittoria sul campo, ma soprattutto tanti ragazzi in più che cominciavano ad andare a scuola regolarmente».

Don Giovanni andava regolarmente, quando non era in viaggio, a vedere e tifare per gli Ercolini, sia in casa che in trasferta. «Io andavo ormai tutti i giorni da un campo rom all’altro della città — sottolinea il fondatore del team — e li conoscevo tutti ormai. Questa storia mi prendeva totalmente. Per cui decisi di lasciare il mio lavoro di fotoreporter e mi iscrissi all’università. Sentivo che quella era la mia vocazione e che dovevo essere più strutturato nel seguirla, per cui scelsi Scienze della formazione».

Oggi Salvatore lavora come educatore presso una comunità di sostegno ai giovani, si è sposato e ha tre bambini piccoli. Sua moglie lo aiuta nell’impresa degli Ercolini, che in più di quindici anni si è estesa in più aree di Roma. «Attualmente grazie a una decina di volontari siamo riusciti ad aprire sedi degli Ercolini alla Magliana, a Prima Porta, sulla Nomentana, nelle parrocchie di San Gregorio Magno e dei Santi Elisabetta e Zaccaria. Sono centinaia i ragazzi rom che in questi anni hanno calciato il pallone degli Ercolini. I primi ormai sono grandi, hanno già famiglia, alcuni vivono all’estero, molti si sono integrati nella società grazie a quell’esperienza. Con molti sono ancora in contatto e mi scrivono regolarmente», aggiunge. Don Giovanni D’Ercole nel frattempo è diventato vescovo, vive ad Ascoli Piceno, ma rimane il nume tutelare di questa straordinaria esperienza.

Quali sono state le difficoltà di quest’avventura? «Da parte dei ragazzi molto poche. Tra gli adulti nei campi all’inizio registrai qualche ostilità, principalmente da coloro che temevano, e facevano bene a temerlo, che con questa iniziativa si sottraessero i ragazzini alla pratica ignobile dell’accattonaggio. Resistenze che si acquietarono definitivamente quando decisi di trasferirmi a vivere in una baracca del campo rom. Ci rimasi qualche mese, fino a quando dovetti lasciarla a una famiglia migrante arrivata nel campo. Fu un’esperienza esaltante. Per me e per loro. Avevo deciso questa “follia” sulle parole di don Milani: “Nessuno può conoscere ed amare i poveri se mangia solo pane bianco”. Avevano visto molti volontari cattolici e non cattolici varcare i cancelli del campo, ma non avevano mai visto un “gagè”, cioè un “non rom”, condividere con loro l’esperienza della vita nomade».

Molto belle sono state anche le occasioni di incontro tra ragazzi rom e quelli italiani. Sui campi di calcio, ma non solo. Ricordo un bellissimo incontro che facemmo in un liceo di Roma. Il professore di religione che lo aveva organizzato non aveva anticipato nulla ai suoi ragazzi. Quando fece entrare gli Ercolini in classe i suoi studenti rimasero stupiti e spaventati. Per loro erano gli “zingari”, quelli che rubano, che fanno accattonaggio, quelli che fin da bambino le mamme ti dicono “attento, lì ci sono gli zingari”. Ma nessuno di loro aveva mai in realtà conosciuto e parlato a un rom in vita sua. I primi cinque minuti furono di silenzio e di sguardi indagatori da entrambe le parti. Poi si cominciò a parlare della Roma e della Lazio e tutto si sciolse. I ragazzi hanno meno precomprensioni degli adulti. Alla fine dell’ora tutti scherzavano con tutti e si davano gran pacche sulle spalle. Io e il professore li guardavamo commossi.

Neanche gli aiuti economici sono stati un problema. «Come ama dire don Giovanni — puntualizza Salvatore — il nostro sponsor si chiama Provvidenza. Con ciò non voglio dire che siano state tutte rose e fiori. Problemi ne abbiamo avuti. Qualche ragazzo sicuramente più turbolento e aggressivo degli altri per esempio. Ma ci sono sempre state chiare le ragioni di quei comportamenti: chi cresce e vive nell’isolamento cova inevitabilmente tanta rabbia dentro. E con molta pazienza siamo riusciti a recuperare anche i più difficili».

Proprio per rompere la logica dell’isolamento negli ultimi tempi è stato deciso di non confinare l’esperienza degli Ercolini ai soli ragazzi di provenienza rom ma di estenderla anche a ragazzi italiani e stranieri che soffrono comunque povertà e disagio sociale. Oggi, a quasi quaranta anni, Salvatore coltiva un suo nuovo sogno: diventare un insegnante di religione nella scuola pubblica così da poter creare nuove vie di comunicazione tra due mondi apparentemente lontani ma che hanno bisogno l’uno dell’altro. «Sono al secondo anno di studio per la laurea in Scienze religiose. È un po’ dura però: metti insieme gli Ercolini, il lavoro impegnativo, una famiglia con tre bambini sotto i quattro anni, lo studio di notte. Ma ce la farò. È la mia vita e il Signore me l’ha fatta scoprire così per caso: se non avessi corso insieme a don Giovanni e se quel giorno non fossimo quasi inciampati in quei ragazzini a Tor di Quinto».

di Roberto Cetera