· Città del Vaticano ·

Il manto di Maria che protegge l’umanità

Biblioteca Apostolica Vaticana, Ross. 123, sec. XV, Missalis excerpta, f. 3r: Mater Misericordiae

Manoscritti della Biblioteca Vaticana in dialogo con il presente

24 aprile 2020

«Insieme» è la parola che risuona in modo nuovo in ciascuno, in questo tempo di crisi: ne riscopriamo il significato, avvertendo quanto vivere, lavorare, pregare insieme possa pacificare il senso di smarrimento presente e donare speranza per i progetti futuri. La leggiamo negli spot informativi trasmessi in tv, nei video e nelle immagini che circolano sui social network, negli articoli di giornalisti, storici, psicologi e intellettuali che riflettono su ciò che stiamo vivendo.

Ancora più «insieme» siamo stati in tante occasioni in questi giorni, nei quali Papa Francesco con discorsi, gesti e liturgie straordinarie, ha unito tutto il mondo tramite i canali di comunicazione, affollando di partecipazione viva gli spazi vuoti, facendo parlare il silenzio, raggiungendo in modi diversi ogni persona anche nella lontananza fisica. Tra le occasioni che hanno scritto la storia di questi giorni, ricorderemo per sempre il suo invito a recitare il Padre nostro con i cristiani di ogni Chiesa: «In questo momento vogliamo implorare misericordia per l’umanità duramente provata dalla pandemia di coronavirus. E lo facciamo insieme» (25 marzo 2020), e il messaggio in occasione della benedizione Urbi et Orbi: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: “Siamo perduti”, così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme» (27 marzo 2020).

Non è scontato attraversare una situazione drammatica rimanendo insieme, ma guidati e sostenuti da queste parole lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo, nello spirito operoso e solidale che unisce l’umanità, da un continente all’altro. Questa dimensione umana, psicologica e spirituale, verificatasi nelle varie epoche per motivi simili, ovvero nei periodi di epidemia, o diversi, è stata talora tradotta in immagini: una di queste è l’iconografia potente e tenera allo stesso tempo della Madonna con il mantello. Un’iconografia attestata a partire dal Trecento nell’Italia centro-settentrionale, poi diffusa anche altrove successivamente.

La Madonna è al centro, in posizione frontale, rasserenante, sicura del suo amore per l’umanità e del bene che attende ogni persona, con le braccia aperte in un immenso abbraccio che ricorda quello del Figlio sulla croce. Al riparo, sotto il manto bicolore, tra cielo e terra si trova l’umanità, talvolta una famiglia, altre volte i membri di un ordine religioso, spesso numerose persone di ogni ceto sociale, laici e religiosi, umili e potenti, simbolo dell’umanità intera. Su ogni differenza prevale il sentirsi figli, sentimento che induce a rivolgere lo sguardo alla Madre che protegge da ogni male.

Su questa immagine abbiamo meditato anche in occasione del Giubileo della Misericordia. È nota infatti come Madonna della Misericordia o Madonna dell’aiuto (o della Consolazione); le varianti linguistiche riportate da repertori e lessici iconografici accentuano ora l’elemento iconografico ora il suo significato simbolico o li comprendono entrambi: Virgen del manto, Notre-Dame de la Consolation, Vierge au manteau o de la Misericorde, Virgin of Mercy, Schutzmantelmadonna. Chi legge «L’Osservatore romano» l’avrà riconosciuta, in forma stilizzata, nel simbolo che contraddistingue, in modo significativo, la rubrica «Ospedale da campo».

L’iconografia è stata preceduta da un’elaborazione dottrinale che affonda le radici nei testi dei Padri, attraversa la preghiera della Salve Regina, Mater Misericordiae (secolo xi), per giungere all’immagine del manto, che si trova in un passo del Dialogus miraculorum di Cesario di Heisterbach (VII, 59), opera scritta attorno agli anni Venti del XIII secolo. Il passo descrive la visione di un monaco cistercense che, rattristato per non aver visto in Paradiso nessuno dei suoi confratelli, chiede spiegazione. Maria risponde prontamente con le parole e con la gestualità: essi le sono talmente cari ut eos etiam sub ulnis meis foveam. Aperiensque pallium suum quo amicta videbatur, quod mirae erat latitudinis, innumerabilem multitudinem monachorum (...) illi ostendit. ‘Foveo’ indica molto di più della mera protezione: l’autore non poteva scegliere un verbo più efficace di questo che letteralmente significa «scaldare», «covare», «stringere a sé» e, in senso figurato, in particolare riferito alla prole, «prendersi cura», e poi «ristorare», «sostenere». Dopo queste parole Maria fa il gesto di aprire il grande pallium: dunque in Paradiso il manto è chiuso in uno stretto abbraccio. L’immagine ricorre in diverse altre visioni, tra cui quella di santa Brigida (Rivelazioni, ii, 23), in cui la Mater Misericordiae rivela di aver ricevuto la misericordia dal Figlio e indica il suo mantello come metafora dell’umiltà, unica vera protezione dalle intemperie del mondo. Un simbolo dalle molteplici sfumature: dall’originario valore legale del riconoscimento di un figlio, al segno di appartenenza, della chiamata (Elia nei confronti di Eliseo: 1 Re 19, 19), poi di protezione a bisognosi e perseguitati, riparo inviolabile.

I Cistercensi fanno propria l’immagine, la usano nei loro sigilli, contribuendo — in particolare san Bernardo — allo sviluppo della devozione alla Madre della Misericordia, seguiti poi da altri ordini (domenicani, francescani, carmelitani, gesuiti). L’iconografia diventa presto simbolo delle confraternite — per esempio quella dei Raccomandati o del Gonfalone, sorta a Roma, in Santa Maria Maggiore nel secolo XIII —, riprodotta negli stendardi, e si diffonde proprio nei periodi di peste, a cominciare da quella del 1347. L’associazione della peste e delle calamità alle colpe dell’umanità dà origine a una variante, diffusa nel XV secolo anche in Emilia Romagna, della Madonna delle frecce: il manto diventa uno scudo che arresta le frecce scagliate da Cristo Giudice o dagli angeli della giustizia (Tommaso Castaldi, La Madonna della Misericordia, La Mandragora, 2011).

Siamo abituati a vederla raffigurata nelle grandi opere pittoriche dei noti maestri del Trecento e del Quattrocento, da Simone Martini (Siena, Pinacoteca Nazionale) a Bartolo di Fredi (Pienza, Museo Diocesano), al polittico di Piero della Francesca (Sansepolcro, Pinacoteca Comunale), commissionato dalla Confraternita della Misericordia, a Domenico Ghirlandaio (Firenze, chiesa di Ognissanti), fino alle opere contemporanee, come quella di Trento Longaretti (Bergamo, Basilica di Santa Maria Maggiore).

Ma è stata realizzata anche in forme meno note, “nascoste” tra i fogli di manoscritti, dove l’immagine dialoga con un testo piuttosto che con uno spazio architettonico, diventando oggetto della meditazione personale e silenziosa piuttosto che della contemplazione della platea di fedeli.

È il caso di un manoscritto di piccolo formato (213 x 168 millimetri), costituito da 34 fogli, contenente parti di un messale, della metà del XV secolo: il Ross. 123 della Biblioteca Vaticana. Nei pochi fogli che lo compongono troviamo notizie precise che lo collocano inequivocabilmente nel contesto dell’ordine carmelitano, a cui appartengono sia il copista, Iohannis Löwestein (f. 6r) sia il committente, tale Conradus / Cunradus (ff. 3v e 34v). L’ornamentazione è stata attribuita a un miniatore austriaco attivo attorno alla metà del secolo XV, che avrebbe realizzato i capilettera e le due miniature a tutta pagina preposte al testo (Corso, in Catalogo dei codici miniati della Biblioteca Vaticana, i, I manoscritti Rossiani, a cura di Silvia Maddalo, Eva Ponzi, Città del Vaticano 2014, i), come a suggerire l’ispirazione per la preghiera a chi apre il volume. Queste raffigurano la Madonna della Misericordia (f. 3r) e sant’Alberto degli Abati da Trapani (f. 3v), protettore dell’ordine carmelitano invocato in particolare per le guarigioni degli ammalati. È raffigurato con i simboli consueti, il crocifisso, il libro e il giglio; davanti a lui è inginocchiato il monaco committente. Nella miniatura mariana di questo manoscritto colpisce in particolare la differenza dal modello iconografico più frequente: sotto il mantello bicolore di Maria incoronata, accompagnata da due angeli in volo, uomini e donne non sono rigidamente separati a destra e a sinistra, ma sono insieme, mescolati e in circolo piuttosto che ripartiti in due schiere, uniti sotto la protezione materna. Maria domina la scena sullo sfondo dell’azzurro del cielo, ma poggia i piedi sulla terra, su un prato verde dove sono inginocchiati personaggi di diverse età e appartenenti a tutte le classi sociali, compresi alcuni membri dell’ordine carmelitano. Nel margine inferiore del foglio interamente occupato dalla miniatura, le due righe dedicate all’invocazione presentano la triplice ripetizione di venia ponendo l’accento sulla richiesta di perdono: Advocatrix reorum, impetra veniam peccatorum, et venia data, reseretur celorum porta. Supplicamus a te instanter, cum tu sis omnis venie mater.

Il testo si apre con la benedizione dell’acqua de sancto Alberto che guarisce dalla febbre, e contiene altre benedizioni, tra cui quella per le donne in attesa, oltre alle messe per le principali festività e alle messe votive. L’iniziale istoriata «T» di Te igitur del Canone della Messa (f. 6v) è contraddistinta non dalla Crocifissione, come di consueto, ma da una scena che raffigura la vittoria della vita sulla morte e la Trinità allo stesso tempo: Cristo fuori dal sepolcro riceve la colomba dello Spirito Santo da Dio Padre.

Un altro tipo di testo in cui si può trovare la medesima iconografia mariana è lo Speculum humanae salvationis, opera di tipo didattico molto diffusa nel tardo medioevo che, tra testo e immagini e confronti tra episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, illustra la storia della redenzione dell’uomo. Tra i numerosi manoscritti che la tramandano, è il Pal. lat. 413 della Biblioteca Vaticana, dell’inizio del secolo XV, di area tedesca. Nell’incipit del capitolo XXXVIII dell’opera (f. 41v), si trova la raffigurazione di Maria che protegge uomini e donne inginocchiati, in posizione leggermente ruotata verso destra, con una conseguente asimmetria tra il lembo di sinistra e quello di destra del mantello. I soli colori del disegno sono il verde del prato, il giallo pallido dell’aureola e il rosa dei volti. Al di sopra, in rosso, l’indicazione Maria est nostra defensatrix et protectrix; sotto il disegno il testo spiega che, mentre il capitolo precedente illustra il ruolo di Maria mediatrix, che protegge gli uomini dalle frecce divine, qui si tratta della defensatrix dell’umanità dalla tentazione, dal diavolo.

La Mater omnium non poteva mancare nei testi in cui l’Ufficio della Vergine costituisce la parte principale, i libri d’Ore, diffusi soprattutto tra XIV e XVI secolo (per es. New York, Morgan Library, G.14, f. 88r; M.3, f. 90r; M.63, f. 60v; M.196, f. 162v; M.1175, f. 201v): qui i miniatori l’hanno raffigurata spesso in corrispondenza di invocazioni mariane (Obsecro te, O intemerata, suffragi) o del Kyrie eleison, collocazione che conferma la duplice valenza di protettrice e mediatrice.

La Mater con il manto aperto per includere tutti, uomini e donne, giovani e anziani, regnanti e semplici cittadini, vescovi e monaci, e il testo di invocazione a lei rivolto ci richiamano alla misericordia del Padre per tutti i suoi figli e che sotto il manto di Maria diventa contagiosa: chi si lascia accogliere sotto quel manto non può che sentirsi unito ai fratelli e riprodurre a sua volta gesti di misericordia. Così facevano i membri degli Ordini religiosi, delle famiglie e delle confraternite, protagonisti di opere caritatevoli e assistenziali, che in questa iconografia e in questi simboli si riconoscevano e trovavano ispirazione.

Nello studio dei testi e nella contemplazione delle miniature che i manoscritti veicolano, ciascuno può immergersi anche a distanza grazie alla versione digitalizzata degli originali. Da anni la Biblioteca Vaticana è impegnata nel progetto di digitalizzazione delle sue collezioni. Ed è attraverso questo e altri servizi per la ricerca che anche durante la chiusura la Biblioteca rimane aperta agli studiosi o a chi volesse anche solo semplicemente avvicinarsi a tali bellezze, con le quali si può comprendere la storia, ma anche leggere il presente, per progettare il futuro.

di Claudia Montuschi