· Città del Vaticano ·

Il futuro sotto la mattonella

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Potrebbe darsi che per costruire un nuovo mondo non si debba andare troppo lontano

24 aprile 2020

La preoccupazione per la salute, per la stessa vita si va, a poco, a poco stemperando. Al suo posto, però, emerge l’assillo per il lavoro, per il mondo dell’impresa, che apre ad un dopo. Salute e lavoro, binomio già drammaticamente noto a causa del dibattito tarantino sull’ex Ilva, subisce ora una nuova accelerazione, evidenziando, ancora una volta, la necessità di superare un falso dilemma. Come è possibile immaginare un dopo dell’impresa mentre ci troviamo ancora bloccati dentro le mura domestiche, a causa della salute? Come è possibile riparlare di lavoro, impresa, circolazione dei beni e delle persone, necessari alla riattivazione dei mercati, quando il clima di segregazione sembra aver contaminato l’inventiva, la progettualità, la stessa voglia di futuro? Si può ripartire da dentro casa, dalle relazioni domestiche, dagli scambi telefonici e telematici con persone con cui in questi giorni abbiamo condiviso preoccupazioni ordinarie e interrogativi fondamentali sulla vita, sul tempo, sul significato degli avvenimenti, sul futuro?

Cristoforo Colombo immagina la possibilità che possano esistere nuove rotte marine, nuovi mondi, anzi un mondo sferico e non piatto, mentre si trova ospite degli eremiti della Rabida. Questi francescani spirituali, alubrados, come venivano chiamati, cioè illuminati, dal chiuso della cella, prolungavano il loro sguardo verso orizzonti nuovi, culture e civiltà alternative. In diversi incontri organizzati in vista del Sinodo per l’Amazzonia, spesso mi veniva chiesto che cosa avrebbe potuto insegnare all’Europa e all’Occidente quell’iniziativa ecclesiale a favore di una regione così remota. Tra le possibili risposte, riguardanti, ad esempio, la conversione ecologica e il cambiamento degli stili di vita per attenuare lo sfruttamento rapace della foresta, quella più semplice, ma forse meno scontata di altre, mi era sembrata quella di un sinodo che proponeva un capovolgimento dello sguardo, una inversione della polarità dal centro alla periferia. Non più il: “Think globally, act locally”, ma il “Think localy, act globally”!

Ripartire dal locale, da un locale fragile, sì, ma determinante per l’equilibrio del pianeta; assumere la prospettiva del locale per riconsiderare l’assetto planetario, per rivedere lo stesso paradigma della globalizzazione, non solo sul piano commerciale, ma anche su quello culturale. Cogliere nel periferico il correttivo per una visione eccessivamente centralistica, standardizzata e omogeneizzante. Ricominciare dallo sguardo delle comunità indigene locali sulla natura, sulla persona, sulle relazioni, sul lavoro e sulla stessa trascendenza. Assumere la loro prospettiva per una verifica del nostro rapporto con le medesime dimensioni, da noi spesso sbrigativamente relegate ad un mondo arcaico e pre-moderno, perché inadeguate agli odierni standard di efficienza.

Quando negli anni Sessanta il progetto di industrializzazione nazionale stravolgeva il nostro territorio e la stessa famiglia, recidendo le radici culturali, sociali e domestiche tipiche della migliore tradizione italiana, Ettore Guatelli fondava a Collecchio in provincia di Parma un museo dell’usato agricolo, a testimonianza critica di una civiltà condannata all’oblio. Una delle ultime collezioni inserite nei padiglioni parmensi è una raccolta di scarpe ritrovate nelle spiagge degli sbarchi degli immigrati, nuova periferia condannata all’oblio.

E se oggi cogliessimo l’opportunità di questa imposta clausura eremitica e della forzata paralisi temporanea dell’efficienza moderna, per ripartire dal locale, dalle tradizioni locali, dalla cultura locale, dalla cultura della famiglia, e da quella del territorio? Non sarà forse possibile trovare risorse di pensiero, di creatività, di relazioni, di imprenditorialità e di lavoro, in un contesto a noi prossimo, che abbiamo troppo in fretta relegato tra i vecchi cimeli per affidarci all’esotismo della delocalizzazione, al miraggio di una globalizzazione funzionale a un benessere a prezzo scontato? Non possono allora tornare utili certi esperimenti, tentati da imprenditori italiani lungimiranti, che sulla scorta di Olivetti e Mattei, già in tempi non sospetti si sono affidati alle potenzialità del contesto locale e famigliare? Non sarà questa imprenditoria italiana, che può offrire il segreto per la ripartenza, grazie alla riscoperta di una tradizione del passato prossimo, ancora solo vagamente conosciuta e quindi poco o niente valorizzata? E se le riflessioni in famiglia di questi giorni potessero far riconsiderare non solo il modello degli indigeni dell’Amazzonia, ma quanto dichiarava solo lo scorso anno Giuseppe Corti, fondatore nel 1971 di Elmec Spa, realtà all’avanguardia nell’ambito dell’informatica, con i suoi 700 dipendenti in Italia e all’estero: «Può sembrare strano per chi guarda l’impresa da fuori e si fa fuorviare da alcuni stereotipi, ma forse questa idea di un “sistema famigliare allargato” mi sembra quella che più si adatta alla nostra storia». Anche per Pina Amarelli, la memoria dell’imprenditoria domestica riveste un valore determinante per il successo dell’impresa, che sa far affidamento nelle risorse locali: «Resta viva in noi la cultura contadina, tipica di questo territorio, che insegna l’accettazione dell’imprevisto, ma anche la resilienza e la perseveranza necessarie per arrivare ad un nuovo raccolto». E precisando ulteriormente: «La pianta della liquirizia ci aiuta a coltivare questi valori, perché nascendo spontanea sottoterra, quasi nascostamente, ha un suo ciclo negli anni da dover rispettare per poter essere trasformata e divenire quel prodotto particolarissimo che conosciamo».

E se guardando al di là delle finestre, in questa sosta prolungata, potessimo tornare a guardare il panorama del territorio che l’eccessiva famigliarità ci ha fatto dimenticare, cercando di riscoprirne le parzialità? Potremmo forse trovare conferma alle parole profetiche di Claudio Vavassori, di Cascina Clarabella, che nel 1992 entra in azienda come operaio e oggi è alla guida di questo consorzio che fa della cooperazione il suo segreto strategico: «Così ci siamo posti al servizio del nostro bellissimo territorio e abbiamo cooperato con chiunque vedesse nel “bene comune” il vero obiettivo per raggiungere contestualmente il proprio bene».

E se il mondo delle relazioni che stiamo scoprendo in questi giorni come dimensione fondamentale della vita, ragione per continuare a guardare al futuro e motivo di gratitudine di quanto seminato in passato, ci prospettasse una riflessione sulla fragilità feconda, come quella dell’Amazzonia e del nostro stesso contesto locale. E se allora, non solo la persona, la famiglia, la relazione e il territorio, ma proprio la fragilità divenisse opportunità per un nuovo inizio. Paradossale!, qualcuno penserà. Paradossale non lo è sicuramente per Claudio Rimoldi, che con la sua azienda Solidarietà e Servizi crea opportunità di lavoro per un gruppo di giovani disabili psichici, assicurando che non si tratta di filantropia, né di elemosina: «C’è gratitudine, aiuto reciproco e convivere fianco a fianco in una situazione che ha dei limiti oggettivi aiuta tutti a comprendere e ad accettare i propri e a superarli». E per i più scettici precisa: «La sfida è stata proprio questa: mantenere quella qualità che ci ha sempre contraddistinto ma riuscire a farlo con persone diversamente abili. Agli inizi non è stato semplice, ma grazie ad un lavoro di miglioramento continuo e a delle partnership con l’Università abbiamo costruito delle macchine apposite, rivisto alcuni processi, lavorato sulla formazione. I “nostri ragazzi” sono stati bravissimi e in poco tempo abbiamo raggiunto standard elevatissimi che oggi permettono alla Cooperativa di ottenere dei premi di fine anno legati alla qualità e alla quantità della produzione».

E se in questo tempo di confronto serrato con noi stessi, con la nostra solitudine, con i dubbi e i perché, potessimo infrangere il diaframma che ci separa dall’anima, potremmo forse vedere affiorare nel nostro intimo una nuova concezione del lavoro, dell’impresa e di quell’economia, che vorremmo ripartisse.

Le riflessioni lungimiranti di Eusebio Gualino, amministratore delegato di Gessi Spa, azienda situata in una splendida Val Sesia, si dimostrano assai incoraggianti e ispiratrici: «Credo fermamente che i prodotti abbiano un’anima, così come l’azienda, e che tutto ciò sia il riflesso della nostra dimensione interiore e spirituale. Credere in qualcosa di più alto e di più bello ci aiuta a trasformarci e a trasformare positivamente il contesto in cui viviamo, quasi fossimo delle sentinelle della bellezza, perché davanti a certi paesaggi naturali o ad un lavoro fatto ad arte nessuno può rimanere indifferente. Ecco, forse fare impresa vuol dire essere questo» (citazioni tratte da interviste, realizzate da Massimo Folador per «Avvenire»).

Che il silenzio e la segregazione eremitica di questi giorni, similmente a quanto sperimentato da Colombo nell’eremo degli illuminati della Rabida, possa generare anche in noi pensieri, idee e progetti per un futuro davvero nuovo, vero, felice. Si avveri l’auspicio di quella antica favola, che narra di un tale che cercava il tesoro lontano, mentre esso si trovava nascosto sotto la mattonella della propria casa. Fuori metafora, che una riscoperta vitale della dimensione locale, famigliare, territoriale permetta di ridisegnare una globalizzazione deviata, causa remota della pandemia e vero virus della nostra civiltà Occidentale.

di Giuseppe Buffon