· Città del Vaticano ·

Il filosofo dissidente voce di Charta 77

Ladislav Heydánek

È morto Ladislav Heydánek

30 aprile 2020

È stato uno dei protagonisti di Charta 77, il movimento per la difesa dei diritti umani nato alla fine degli anni Settanta nella Cecoslovacchia comunista sulla scia della tragica primavera del Sessantotto. Ladislav Heydánek è morto il 28 aprile a 92 anni, nella sua Praga. Studioso di logica matematica, sociologia e filosofia, Heydánek è stato uno degli intellettuali che più ha contribuito alla critica interna del sistema sovietico nell’Est europeo e alla “rivoluzione di velluto” del 1989.

Come molti altri dissidenti firmatari della «Charta 77», Heydánek subì interrogatori, violenze e la marginalizzazione sociale da parte di uno dei peggiori regimi che in nome del sogno del socialismo reale attuarono una repressione senza scrupoli, soprattutto contro gli intellettuali: la Cecoslovacchia di allora fu definita da Heinrich Böll un “cimitero culturale”. Emarginato e perseguitato, Heydánek lavorò come operaio negli anni Cinquanta e in seguito come impiegato all’Istituto di epidemiologia e microbiologia di Praga. Tra il 1968 e il 1971, a causa dei suoi scritti filosofici, venne arrestato e passò nove mesi in prigione. Negli anni Ottanta organizzò seminari clandestini di filosofia e tesse — in quanto portavoce del movimento di protesta — numerose relazioni internazionali. Quelle relazioni che in seguito avrebbero fatto la differenza nella lotta contro il totalitarismo.

Il riconoscimento accademico arrivò molto tardi, ma non fu essenziale. Negli anni Novanta le sue idee hanno circolato ampiamente in patria e fuori, diventando uno dei punti di riferimenti del pensiero critico nell’Europa dell’Est.

Sul piano filosofico, il pensiero di Heydánek è stato profondamente influenzato da un altro firmatario della «Charta 77», il filosofo Jan Patočka, che fu allievo di Husserl, Heidegger e Hartmann, e autore di una rilettura critica del pensiero fenomenologico in un senso profondamente anti-idealista. Da una soggettività pura e disinteressata, quale Husserl credeva di trovare come “residuo” della riduzione fenomenologica, Patočka passa a un io concreto, situato e impegnato nel proprio “aver da essere”. La precedenza dell’esperienza originaria del mondo naturale rispetto alla coppia soggetto/oggetto, tema cruciale del pensiero di Patočka, è presente in tutti i lavori principali di Heydánek, e soprattutto in due concetti cardine: il pensiero non-oggettivo e la “meontologia”, cioè la teoria del nulla, del non-essere (Non-objectiveness in Thought and in Reality, 1977).

La critica della soggettività trascendentale e della metafisica moderna conduce Heydánek all’affermazione della priorità del non-essere sull’essere. Di qui il privilegio metodologico conferito alla nozione di evento: un passaggio che accomuna Heydánek a molti altri pensatori della sua generazione. L’evento è quel che non può essere calcolato né previsto; rifugge leggi e strutture, rispetto alle quali rappresenta lo scarto, la frattura. L’evento scardina la razionalità precostituita della logica e ci obbliga a confrontarci con qualcosa che va al di là del concetto. Questo aspetto si riflette anche nella riflessione teologica e religiosa di Heydánek, che alcuni accostano a quella di Jean-Luc Marion.

Come Patočka, Heydánek riteneva che il dato primario dell’esistenza umana non fosse il pensiero logico, ma l’esperienza pratico-corporea, articolata secondo tre assi: l’accettazione del mondo, l’azione pratica e la ricerca della verità, cioè il senso di se stessi e del mondo. Ricerca, questa, che si configura sempre come un combattimento contro ogni sistema anonimo e alienante. Una lotta che implica la responsabilità di prendere una direzione e di seguirla in tutte le sue conseguenze. «La vita che si è conquistata come esistenza non può chiudersi — scriveva Patočka — perché in tal modo ricadrebbe nuovamente nella mera autocontinuazione; la vita che ha aderito alla propria finitezza si è conquistata soltanto per dedicarsi. E questo vuol dire: per appellarsi, per consegnarsi agli altri, non in vista della semplice continuazione della loro perdita di sé, ma per ritrovare una pura, comune interiorità». «Charta 77» ha incarnato questa aspirazione, e Heydánek ne è stato un testimone privilegiato.

di Luca M. Possati