· Città del Vaticano ·

Il dopo siamo noi

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Proposta di misure concrete per costruire un futuro diverso

28 aprile 2020

Sono in molti a chiedere a studiosi, esperti, addetti ai lavori come sarà il mondo post-coronavirus. La risposta più corretta è che non esistono traiettorie obbligate e risposte certe perché tutto dipenderà, come sempre, da noi. Quel “noi” nella logica dell’economia civile non vuol dire, come spesso pensiamo quasi per un riflesso condizionato, dalle scelte di un leader quanto piuttosto dall’interazione combinata di meccanismi di mercato, istituzioni sovranazionali, nazionali e locali che faranno scelte più o meno illuminate, cittadinanza attiva e responsabile e i suoi comportamenti più o meno civicamente responsabili, imprese e organizzazioni di terzo settore.

Le due domande più corrette da porre è in cosa siamo già cambiati durante questa crisi e quello che dovremmo fare per trarne la migliore lezione e costruire il migliore dei futuri possibili.

Iniziamo dicendo che la pandemia è un evento talmente dirompente e globale da trovare similitudini solo nelle due grandi guerre mondiali del secolo scorso. La pandemia sta cambiando l’Unione europea e i rapporti tra i suoi membri. Le scelte già fatte e quelle in corso ci dicono che stanno aumentando i livelli di cooperazione e solidarietà anche se non possiamo essere certi che sarà abbastanza. Dall’origine della crisi l’Unione europea ha sbloccato i fondi comunitari regionali non utilizzati per via di mancanza di cofinanziamenti, creato un sistema di finanziamento dei meccanismi di sussidio alla disoccupazione nazionali (Sure) che prevede di fatto la nascita di piccoli eurobond e la condivisione dei rischi (emissioni comunitarie fino a 100 miliardi coperte da 20 miliardi di garanzie nazionali a cui i paesi membri possono attingere in misura superiore alla propria quota di garanzie). Il Recovery Fund prevede, secondo le ultime versioni del progetto, la moltiplicazione per 10 di questo meccanismo, con garanzie attivate dal bilancio comunitario. La Banca centrale europea poi ha messo a disposizione delle banche nazionali linee di credito fino a 3100 miliardi al tasso del -0,25 per cento. E questo consente a sua volta alle banche di erogare quei prestiti di liquidità previsti dal governo italiano a tassi vicini all’1 per cento, per un orizzonte fino a 6 anni con garanzie statali del 100 o del 90 per cento. Insomma, come alla fine della seconda guerra mondiale i paesi belligeranti hanno trovato la forza, di fronte alla comune tragedia, di far nascere la comunità del carbone e dell’acciaio (la Ceca) mettendo in comune quelle risorse per le quali Francia e Germania avevano combattuto tra loro, così la comune tragedia del coronavirus sta spingendo i paesi membri a importanti passi avanti.

Veniamo all’Italia. La pandemia ha bloccato per due mesi la vita economica, a eccezione di quelle imprese e di quei settori che hanno potuto trasferire la propria attività sul digitale. La ripartenza (la fase 2 che inizierà il 4 maggio) non consentirà un ritorno immediato alla situazione pre-crisi soprattutto per quei settori (trasporti, ristorazione) dove le regole del distanziamento peseranno di più. Per aiutare le imprese a non fallire sono stati messi in campo i prestiti di liquidità di cui sopra e meccanismi di differimento/sospensione del pagamento delle imposte. Fondamentale sarebbe anche qualche tipo di sostegno a fondo perduto ma l’alto debito pubblico non ci aiuta. Dobbiamo fare particolare attenzione alle parti più deboli del tessuto sociale che sono anche quelle meno protette. Nel campo delle organizzazioni produttive il terzo settore, che svolge un ruolo fondamentale per il paese, non deve essere abbandonato in questo momento difficile. Con circa 140 milioni è possibile attivare 80.000 domande pervenute di servizio civile di giovani che si mettono a disposizione per offrire solidarietà e assistenza. Sarebbe un delitto non attivare quest’enorme giacimento di capitale sociale. Le associazioni di terzo settore non possono al momento accedere ai prestiti di liquidità e anche questo punto va modificato. Infine è fondamentale sbloccare due anni di arretrato di cinque per mille non ancora trasferito al terzo settore anticipando se possibile i contributi dei prossimi due anni.

Quanto alle persone fisiche e alle famiglie i più deboli a rischio di mancata protezione sono tutti coloro che non lavorano nel pubblico o nelle grandi imprese, non sono coperti dai meccanismi di cassa integrazione e non percepiscono nemmeno il bonus dei lavoratori autonomi non rientrando nemmeno nel reddito di cittadinanza. Penso soprattutto ai lavoratori irregolari (soprattutto stranieri). Con 360 colleghi abbiamo pubblicato un appello per estendere la proposta di regolarizzazione degli irregolari del settore agricolo, attualmente in discussione al governo, a quelli che operano nei servizi alla persona (colf, badanti), nell’artigianato e nell’industria. Al di là delle ovvie ragioni umanitarie che motivano l’intervento, come è possibile, abbiamo affermato, pensare che la fase due (con i suoi propositi di test di immunità, monitoraggio, tracciamento) possa funzionare con la progressiva ripresa delle attività produttive dove lavorano circa 600.000 invisibili, che sfuggono ai controlli medici e vivono in abitazioni dove non è possibile rispettare le regole di distanziamento sociale?

Ogni tragedia porta con sé delle opportunità. Questo è un tempo di kairos (tempo di opportunità) e un gigantesco esercizio di ritiro di massa che per due mesi ci ha costretti a ragionare sul senso della nostra esistenza. L’uomo è un cercatore di senso, prima che un massimizzatore di utilità. Paradossalmente, con l’impossibilità di partecipare alle celebrazioni domenicali, la domanda di senso religioso è aumentata e con essa l’audience delle messe televisive. Siamo stati costretti a una forzata esercitazione di lavoro a distanza. E abbiamo scoperto che lo smart work ci può rendere molto più “ricchi di tempo” ma anche che esso rischia di amplificare i divari digitali e le diseguaglianze. Quanto lo smart work funziona dipende dalla potenza della connessione domestica, dalla qualità dei nostri cellulari e pc e ovviamente dal comfort della casa in cui viviamo e dalla possibilità di mettere in piedi contemporaneamente tante postazioni di lavoro e studio domestico quanti sono i membri giovani o adulti della famiglia.

La pandemia è stata uno stress test che ha evidenziato la fragilità del nostro modello di sviluppo. L’imperativo per il futuro si riassume nel concetto di “resilienza trasformativa”. Ovvero abbiamo bisogno di riformare il nostro modello di sviluppo rendendolo meno sensibile a shock pandemici e ambientali. Per far questo dobbiamo privilegiare tutte quelle scelte che ci consentono di aumentare la nostra capacità di creare valore economico rendendola però compatibile con tutte le altre dimensioni del benessere (dignità del lavoro, salute, sostenibilità ambientale, conciliazione vita-lavoro). L’area più importante dal punto di vista produttivo del nostro paese (la pianura padana e la regione lombarda in particolare) si è rivelata anche la più fragile. Essenziale diventa oggi accelerare la transizione ecologica e dunque quegli investimenti delle imprese che migliorano il loro impatto sociale e ambientale. Il passaggio da un modello lineare a uno circolare di economia, dove il design dei prodotti è studiato in modo da favorirne il riciclo (dalla culla alla culla) con un aumento di percentuale di materia “seconda” (riciclata), piuttosto che materia prima, sarà una chiave fondamentale dello sviluppo per aumentare la nostra capacità di creare valore economico ambientalmente sostenibile. Incentivare la sostenibilità ambientale vorrà dire anche rendere più efficiente il riscaldamento urbano riducendo l’emissione di polveri sottili che, senza covid, sono responsabili secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, di circa 215 morti al giorno nel nostro paese. La dematerializzazione e la digitalizzazione, ove possibile, sarà fondamentale per aumentare la capacità del sistema economico di agire contemporaneamente in modo positivo su creazione di valore economico, sostenibilità ambientale, riduzione dell’esposizione ai rischi di shock pandemici e capacità di conciliare vita di lavoro con relazioni e affetti.

La qualità del nostro futuro post-covid dipenderà dalla capacità di applicare la logica delle quattro mani che sarà fondamentale per uscire dalla pandemia. “Restiamo a casa” è stato lo slogan martellante che ci ha fatto capire che soltanto il coordinamento delle scelte delle istituzioni e dei meccanismi di mercato con la somma di tante piccole nostre scelte individuali di responsabilità sociale e di quelle delle imprese può portarci fuori dalla crisi. Il mondo post-covid sarà molto migliore se avremo imparato la lezione e sapremo trasformare questa mirabile capacità di coordinamento in una responsabilità sociale individuale fatta di stili di vita sostenibili e di “voto col portafoglio”, ovvero premio con le nostre scelte di consumo e di risparmio delle aziende leader nella capacità di coniugare qualità dei prodotti con dignità del lavoro, sostenibilità ambientale e salute del consumatore. Il mercato siamo noi e le nostre scelte coordinate possono contribuire a cambiare il pianeta molto più di quanto crediamo. Esempi concreti? Una piattaforma online (www.gioosto.com) per i campioni della qualità e della sostenibilità italiani (economia carceraria, agricoltura biologica, agricoltura sociale, filiere della qualità) che ha creato un canale diretto coi cittadini aiutando le imprese sostenibili a raggiungere i consumatori in un momento difficile come questo. Aprendo alla spesa “sospesa”, con la quale è possibile in rete fare un dono per persone in difficoltà facendo arrivare i prodotti in Caritas o direttamente agli indirizzi indicati. I cittadini che potevano hanno votato col portafoglio con un semplice click aiutando le aziende a trovare nuovi canali distributivi ed evitando di fare ore di fila per entrare in un supermercato.

Il futuro che vogliamo deve essere generativo e resiliente. Abbiamo tutti gli ingredienti per poterlo costruire e avere vite soddisfacenti e ricche di senso. A patto che non facciamo il solito errore. Pensare che il nostro futuro dipenda solo dalle scelte di qualcun altro e non anche e soprattutto dalle nostre.

di Leonardo Becchetti