· Città del Vaticano ·

Il covid a Pointe-Noire

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L’emergenza nella Repubblica del Congo

30 aprile 2020

«Sono arrivata a Pointe-Noire il 20 febbraio scorso per restare venti giorni ma ora sono più di due mesi che sono qui e chissà per quanto altro tempo ancora». Chimene, 35 anni, è originaria della Repubblica del Congo (nota anche come Congo-Brazzaville, dal nome della capitale), una ex colonia francese dell’Africa centrale. Da non confondere con la confinante Repubblica Democratica del Congo, ex colonia belga ed enormemente più grande.

Il primo paese, infatti, ha circa 5 milioni di abitanti su una superficie poco più estesa dell’Italia (342 mila km quadrati), mentre il secondo si sviluppa su 2 milioni di km quadrati e ha quasi 100 milioni di abitanti. Qualche mese fa, Chimene, che è operatrice socio-sanitaria in una casa di riposo a Milano, ha perso il padre ma, per motivi di lavoro, non ha potuto partecipare ai suoi funerali. È riuscita a organizzarsi solo a febbraio, nei giorni in cui la mamma aveva programmato una messa in ricordo che si sarebbe conclusa con un grande pranzo con parenti e amici, come è usanza in quei luoghi. Una bella occasione per ricordare il papà insieme alla sua famiglia. «Non mi sembrava vero di poter stare un po’ di tempo con mia madre e i miei fratelli. Ero felice. Ma dopo qualche giorno sono cominciate ad arrivare notizie allarmanti dall’Italia riguardo a un misterioso virus che stava uccidendo le persone. Si parlava di blocco delle attività, di chiusura delle frontiere e io ho pensato subito al mio lavoro. Non potevo permettermi un’eventuale assenza, dovevo assolutamente tornare. Ho cercato di anticipare il viaggio di ritorno ma ormai era troppo tardi, il mio volo era stato annullato. La compagnia aerea ha permesso solo ai cittadini italiani di tornare e io non lo sono ancora».

Ora Chimene trascorre le sue giornate nella casa di famiglia, insieme alla mamma, alle sorelle e ai nipoti, 15 persone in tutto, in un quartiere non molto distante dal centro di Pointe-Noire, capitale economica del paese e seconda città più popolosa della Repubblica del Congo, dopo Brazzaville. Situata sull’oceano Atlantico, la città è il porto principale del paese e terminal per petroliere. L’economia del Congo è infatti dominata dal petrolio, che rappresenta il 90 per cento delle esportazioni.

«Per me è difficile sotto tutti i punti di vista, sociale, economico e morale», spiega la ragazza. «Sono venuta con un budget limitato e qui il mio bancomat non funziona. Mia sorella Victoire, con cui vivo a Milano, e mio fratello hanno fatto quello che potevano ma ora posso contare solo su mia madre e le mie sorelle. Loro sono molto accoglienti e condividono tutto con me. Fa caldo al cuore. Ma quando si è abituati a essere indipendenti ci si sente un po’ a disagio. La mia preoccupazione riguarda soprattutto il lavoro. Ho un contratto a tempo indeterminato, non posso essere licenziata, ma mi hanno sospeso lo stipendio».

A Pointe-Noire, come nel resto del paese, il presidente della Repubblica, Denis Sassou Nguesso, al potere dal 1979, salvo il periodo 92-97, ha disposto la chiusura totale delle attività, salvo quelle necessarie, e l’isolamento nelle proprie case fino al 20 maggio. Il controllo esercitato dalla polizia è molto rigido. Dopo le 20 c’è il coprifuoco. In giro non si vedono auto, bus o taxi. Ci sono soltanto le macchine dei militari. Si può uscire solo per fare la spesa. Il mercato è aperto due giorni alla settimana, dalle 9 a mezzogiorno, con ingressi regolamentati, mentre i negozi di alimentari possono prorogare l’orario fino alle 14. I cittadini, sentendo le notizie alla tv, hanno cominciato ad avere paura e a essere diffidenti l’uno verso l’altro. Chimene, che è venuta dall’Italia, considerata uno dei luoghi più colpiti dall’epidemia, è guardata con sospetto. «Mi additano come una malata e temono di essere contagiati. Ogni volta che esco sembra che vedano un fantasma», racconta la ragazza tra il divertito e il dispiaciuto. La paura di essere contagiati deriva anche dalla mancanza di dispositivi di protezione, come mascherine, guanti e amuchina, e, soprattutto, dalla difficoltà, quando non dall’impossibilità, di pagare le eventuali spese sanitarie. Nel paese, infatti, le cure ospedaliere sono a pagamento e pochi se le possono permettere. «Se scoppia un’epidemia è finita», dice Chimene. A oggi, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) del 25 aprile scorso, nel paese sono 207 i contagiati e 8 i morti. In linea con le statistiche generali, sono i maschi quelli più interessati, il 73 per cento contro il 26,6 per cento delle donne. A Pointe-Noire, che ha circa un milione di abitanti, si contano 57 casi.

Anche il cibo è un problema. I viveri stanno diminuendo. All’inizio c’è stato l’assalto agli alimenti non deperibili, riso, tonno, sardine, pasta, sale, zucchero, farina. Ma quelli che non potevano permettersi di fare rifornimento per un mese sono rimasti fuori. Comprano quello che possono giornalmente, sennò non mangiano. L’obbligo di rimanere a casa è sopportabile per chi ha un lavoro regolare ma è devastante per coloro che sopravvivono grazie ad attività informali. La divisione fra le due parti della città è marcata. Il Centre Ville è la zona ricca, dove vivono soprattutto gli espatriati impiegati nell’industria del petrolio; la Cité è la parte più disagiata, dove vive la grande maggioranza delle persone e dove i servizi scarseggiano. Nonostante questo, «le persone sono allegre, c’è condivisione, ci si aiuta. Ma la fame inizia a farsi sentire e quando la pancia comincia a toccare la schiena c’è poco da ridere», afferma Chimene. «È dura, è dura. Non si sa chi vincerà, il virus o noi. Solo Dio lo sa».

di Marina Piccone