· Città del Vaticano ·

Ignoranza e pregiudizio

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#CantiereGiovani - Per costruire e alimentare un’alleanza tra le generazioni

06 aprile 2020

«Questo isolamento forzato mi porta a pensare a cose e fatti molto tristi accaduti nella mia vita... Mi porta a non dormire, a fumare senza smettere, sperando di sparire in quel fumo... Prima o poi questa distanza e questo isolamento finiranno e forse ci renderemo conto di quanto sia importante il Tempo», scrive Luca. Del senso del tempo parla anche Michael: «Solo ora che di tempo ne ho a disposizione mi rendo conto quanto sia facile smarrirlo, perderlo... Solo io posso occuparlo dandomi degli obiettivi da raggiungere nell’arco della giornata». Ayoub riflette, invece, sulla parola Ignoranza. «Ho scelto questa parola perché sembra che sia la causa di questa diffusione del virus. In questo caso però non so se usare la parola ignoranza o la parola irresponsabilità perché la gente sa il rischio che corre uscendo di casa e  malgrado ciò continua a uscire e fregarsene, quindi ciò non è ignorare di sapere ma è ignorare di assumersi le proprie responsabilità».

«Stare a casa porta le persone a pensare e a cercare un colpevole dato che, come sappiamo, noi umani cerchiamo sempre qualcosa o qualcuno che ci può mettere in pericolo. Sul web sono uscite numerose teorie dove c’è chi incolpa i cinesi chi gli americani, ma la realtà è che stiamo cercando un colpevole perdendo tempo: io sono convinto che bisogna fare qualcosa, creare qualcosa di nuovo, perché dopo ogni ricaduta si può avere una grandissima risalita», scrive Nicolas, che ha scelto la parola Pregiudizio.

Luca, Michael, Ayoub e Nicolas frequentano il quinto anno del Corso per Manutentori elettrici e meccanici dell’Istituto professionale Industria e Artigianato Mazzini - Da Vinci, di Savona. Parole come: Tempo, Partecipazione, Esclusione, Ansia, Coraggio, Paura, Isolamento, Libertà, sono uscite dal mazzo di carte realizzato dai 26 ragazzi della classe durante lo svolgimento del progetto COsa Vi Devodire 19, ideato dalla loro insegnante di lettere, Sabina Minuto, e dall’associazione Teatro 21.

In realtà, quello del mazzo di carte è un metodo che la professoressa utilizza normalmente durante l’anno scolastico nei suoi laboratori per stimolare la riflessione. In ognuna delle carte viene scritta una parola scaturita dal lavoro collettivo su cui i ragazzi esprimono il loro parere. Sono di cartoncino, posizionate sulle pareti o sul pavimento. Ora, in questo periodo di didattica online, sono inserite in un padlet, una lavagna multimediale a cui gli studenti possono accedere da casa con un cellulare o un computer.

Un lavoro consueto, quindi, che, però, in questo particolare momento, ha acquisito un valore terapeutico. «Nel mio plesso scolastico lavoriamo moltissimo sulle relazioni», dice Minuto. «Curiamo gli studenti come piantine in un vaso. Ma ora è più di un mese che siamo a casa, senza scuola, senza studenti, senza lezioni. Inutile negarlo: mi sento vuota e abbastanza inutile». Cosa le manca di più? «L’incontro. Lo sguardo. Il rincorrere i ragazzi nei corridoi, la pacca sulla spalla, la lezione con le consulenze individuali, le letture ad alta voce. Manca un mondo, il mondo in cui si tesse una trama che tiene in piedi la vita di una comunità educante». Come ha affrontato questa mancanza? «Dovevo impiegare il tempo della mia didattica ma ho cercato di concentrarmi sul come e non sul cosa. Il cosa ha una certa importanza ma ai ragazzi arriva qualcosa solo se io cerco di tenere in piedi una relazione, e quindi devo trovare un come che funziona». Vi siete dotati di una piattaforma per la didattica? «Fino a pochi giorni fa non ce l’avevamo. Ora ne abbiamo adottata una. È una fase che si sta avviando. Ma io non amo questo modo di lavorare. Le piattaforme alla fine si riducono a: carica compiti / scarica compiti, carica lezioni / scarica lezioni. La scuola educa mettendo al centro l’individuo e le relazioni non il programma».

Allora ha pensato ad altro. «Alle video chiamate. A un canale podcast per condividere racconti e poesie. A qualche applicativo facile anche dal cellulare». E cos’è successo? «I ragazzi non reggevano. Erano stanchi, affaticati, smarriti. Li vedevo persi, con gli occhi spenti. E anche per noi adulti era frustrante. Perché questa iperconnessione perenne è incredibilmente faticosa. Usare WhatsApp per gli affari propri è un conto, usarlo per tenere viva una classe di 26 studenti è ben altro. Allora ho pensato che dovevamo tutti rallentare un po’. Darci tempo. Darlo anche ai nostri studenti. C’è altro che preme da fuori. Un fuori non solo metaforico. Siamo tutti solo e sempre dentro: dentro una casa, dentro uno schermo. E fuori la lezione della vita invece scorre veloce e su quella, magari, sarebbe meglio concentrare, anche con i ragazzi, la nostra attenzione». Ed è in questa fase che ha realizzato il progetto.

«Mi sono presa una settimana di pausa dalla didattica. Volevo parlare con i miei alunni di come fare scuola al tempo del covid-19. Di che cosa si aspettano da noi. Perché l’insegnamento non fosse solo unidirezionale». E com’è andata? «I ragazzi avevano bisogno di parlare. Era la prima volta che venivano sollecitati a esprimersi sull’argomento. Sono scaturite riflessioni profonde, intense. Non solo sul tema e non solo su sé stessi. Anche sul lavoro del papà, sulle fidanzate, sul mondo, che va come va. Alla fine erano sollevati, rasserenati, più consapevoli».

Un esperimento che ha ribaltato i ruoli. «Da loro imparo la gentilezza: “Grazie, prof”; “Mi scusi”; “Buonasera”; “A presto”. Imparo che sanno usare le buone maniere tanto quanto me e forse di più. Poi sto imparando la resilienza. L’arte di risollevarsi dopo una botta. Di resistere. Ho imparato la sospensione del giudizio. Non sempre occorre giudicare o valutare tutto. Ora non serve. Serve lavorare sugli strumenti di meta cognizione. Perché siano in grado da soli di capire dove c’è una piccola falla da tappare o un problema che possono risolvere. Infine, ho imparato come sia importante chiedere “Come va?”. Mai sottovalutare il “Come va”. Il “Come va” ti svolta la giornata».

di Marina Piccone