· Città del Vaticano ·

I santi guaritori

L’arcivescovo Delpini benedice la nuova struttura ospedaliera

L’ospedale allestito alla Fiera di Milano affidato all’intercessione di un frate medico lombardo e di un monaco eremita libanese

02 aprile 2020

Il primo “miracolo umano” lo hanno fatto quelli che hanno costruito il nuovo Padiglione del Policlinico in Fiera, l’ospedale d’eccellenza allestito in pochi giorni presso la Fiera di Milano, riservato ai malati colpiti dal coronavirus che cominceranno a trovarvi ricovero nei prossimi giorni. Ma di miracoli ne serviranno altri. Si tratterà di invocare i santi, perché sono fatti per questo. E allora malati, medici e infermieri potranno chiedere aiuto anche a due santi speciali. Uno, di quelle parti, è Riccardo Pampuri (1897-1930), il giovane medico di Trivolzio entrato nei Fatebenefratelli, l’ordine che prescrive come quarto voto l’ospitalità e l’assistenza ai malati. Il secondo invece viene da più lontano: è il monaco eremita libanese Charbel Makhluf (1828-1898), canonizzato nel 1977 dal lombardo Papa Montini. Il 30 marzo, durante il rito di benedizione della nuova struttura sanitaria, l’arcivescovo di Milano, Mario Enrico Delpini, ha affidato «questo luogo di cura e di speranza all’intercessione del santo medico e frate Riccardo Pampuri e del santo monaco taumaturgo libanese Charbel Makhluf», dopo aver rivolto a «Maria, madre degli infermi, la nostra supplica per ottenere la divina benedizione su questo ospedale, su quanti lo hanno progettato e allestito, sui malati che vi saranno accolti e su quanti si prodigheranno a loro servizio».

Riccardo Pampuri è un santo caro e familiare per tanti cattolici lombardi, che da generazioni conoscono la potenza dei miracoli avvenuti per sua intercessione, e trovano conforto nella sua santità intessuta nell’umile fatica quotidiana, che in vita era rifulsa soprattutto nella bontà premurosa con cui trattava i malati. Più singolare appare la scelta del santo monaco libanese Charbel come co-patrono del posto che da qui a pochi giorni si riempirà di sofferenze, speranze, fatiche e attese di guarigione di tanti uomini e donne aggrediti dal nemico invisibile della pandemia. Eppure proprio l’atto di affidamento a Makhluf compiuto da monsignor Delpini lascia intravedere le vie intime e silenziose con cui nella Chiesa il sensus fidei attinge al giacimento inesauribile della comunione dei santi, godendo di incontri inattesi e intrecciando prossimità gratuite, senza bisogno di istruzioni per l’uso o adesioni a contorti percorsi di “ricerca spirituale” organizzata.

«Quando sono arrivato a Milano, nel 2016, per occuparmi della prima chiesa cittadina messa a disposizione della comunità maronita — racconta il sacerdote maronita libanese Assaad Saad — ho pensato: il 24 luglio celebro la festa di san Charbel e poi vado un po’ in vacanza. Ma quel giorno, la chiesa cominciò a riempirsi fin dalle prime ore del mattino di una moltitudine di persone. E non erano maroniti libanesi. Io ero arrivato da poco, nessuno ancora mi conosceva. Fino a quel momento, la gente si affacciava e ci chiedeva se quella di Santa Maria della Sanità in via Durini era ancora una chiesa cattolica. Ma quel giorno, mi accorsi che anche l’Italia è disseminata di cenacoli di preghiera di devoti a san Charbel. Quella mattina tanti di loro erano venuti senza che nessuno li avesse organizzati. E da allora continua il via vai di tante persone. Prima della pandemia, venivano anche tanti malati che dal sud Italia salivano a Milano per le cure oncologiche. Chiedevano di venerare le reliquie del santo, prima di entrare in ospedale».

Lo scorso luglio, a celebrare la festa di san Charbel nella parrocchia maronita di Milano è andato l’arcivescovo Delpini. Negli ultimi anni, dopo un pellegrinaggio di sacerdoti ambrosiani in Libano, è cresciuta anche tra le parrocchie milanesi la familiarità con il santo maronita e con la sua fama di santo taumaturgo. Alla sua intercessione sono collegate innumerevoli guarigioni, corporali e spirituali, di persone cristiane e musulmane. Tra i miracoli più sorprendenti attribuiti alla sua intercessione c’è quello riguardante Nouhad al Chami, madre di dodici figli, che stava per morire a causa di un’emiplegia con doppia ostruzione della carotide, e che il 22 gennaio 1993 fu operata nella sua stanza di notte dallo stesso san Charbel, apparsole in sogno. La mattina dopo, i medici trovarono sul collo della donna due cicatrici, una delle quali ricucita con un pelo della barba del santo, e verificarono che le ostruzioni ai vasi sanguigni all’origine della paralisi erano state rimosse.

Ora il santo libanese affiancherà il santo medico lombardo lungo le strade del dolore e dell’attesa di guarigione che passeranno per il padiglione medico allestito alla Fiera di Milano. «La crisi pandemica è globale», ricorda padre Assaad, e forse l’aver affiancato il libanese Charbel al lombardo Pampuri suggerisce che c’è un orizzonte e un’ampiezza globale anche nell’intercessione dei santi di cui ora abbiamo bisogno. Questi due santi instancabili ci rassicurano e ci danno conforto per la fama di grandi intercessori e la sollecitudine pronta per il popolo di poveri che rivolge a loro le sue suppliche».

di Gianni Valente