· Città del Vaticano ·

I limiti del popolo

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Democrazia e autorità politica secondo don Sturzo

21 aprile 2020

Occorre subito dire che I limiti del popolo. Democrazia e autorità politica nel pensiero di Luigi Sturzo (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2020, pagine 409, euro 25) di Flavio Felice è uno studio dal quale sarà impossibile prescindere per quanti, in futuro, vorranno affrontare la figura del fondatore del popolarismo. Le tematiche affrontate nelle tre parti del volume presentano inoltre una stringente attualità, vista la crisi politica che accompagna gran parte della classe politica europea. Dar conto di tutto è impossibile, per questo occorre puntualizzare quegli elementi che Sturzo considerò e che furono archiviati con superficialità, salvo poi riesplodere prepotentemente nelle attuali contingenze.

Tra i problemi della prima parte spicca quello del limite e dell’autocontrollo. Limite che non riguarda solo i poteri, ma lo stesso popolo nel quale vanno create «le condizioni etico-psicologiche, per le quali esso stesso impone a sé i limiti che non può oltrepassare». Se questo non avviene, le democrazie danno spazio a quel populismo che da anni stiamo sperimentando.

Di grande valore è la seconda parte dove si analizzano autorità politica e coscienza individuale. La base morale dell’autorità costituisce la sua ragion d’essere. Belle sono le impressioni sturziane raccolte dalla stessa Dottrina sociale della Chiesa, per esempio in Giovanni Paolo II. Ma non meno suggestive sono le pagine relative alla cosiddetta passione per la libertà capace di esprimersi in un vero e proprio metodo. Libertà e la stessa pace sociale, infatti, non vanno confuse con uno sterile quietismo. La libertà «non esclude il conflitto», ma lo risolve «nel quadro dell’ordinamento sociale, ricorrendo agli istituti classici della democrazia liberale, mai definitivi e mai assoluti». La grandezza di Sturzo si misura non solo dalla forza del suo pensiero capace di dare risposte ai problemi del suo tempo, ma anche dalla capacità di questo di inserirsi, a pieno titolo, nella grande tradizione del pensiero cristiano di ogni tempo. Sottolinea Felice, «ogni potere è relativo, derivato da Dio, dunque, limitato», perché la politica non costituisce, pur essendo estremamente importante, il tutto dell’uomo. Se così fosse, inevitabilmente, diverrebbe totalitaria. Da qui la critica all’enfasi hegeliana dello statalismo panteista che, sia pur in modo diverso, accomunerà la destra e la sinistra. Lo stesso marxismo, in questa prospettiva, nasce ingabbiato e tale resta nei suoi tre elementi teorici fondamentali: «il determinismo collettivo a carattere materialista, una concezione storica di tipo dialettico e infine il concetto di uguaglianza» che sfugge all’ottica dei veri diritti e risulta frutto di una pianificazione imposta a danno della libertà e della stessa volontà popolare. Per questo, «tutta l’era cristiana sarebbe contrassegnata» dalla necessità di trovare un potere che «abbia origine nel popolo. Invero si tratterebbe di un’idea ben presente anche nell’era pre-cristiana, sebbene inquinata dalla pratica della schiavitù». Forse non riusciremo mai a valutare la grande portata storica della nostra religione che, non a caso, apparendo oggi in crisi, ha generato nuove e drammatiche forme di schiavitù.

Da qui il recupero, proprio nelle pagine conclusive, di quell’autorità che era stato il tema iniziale dello studio. Autorità intesa come ministero, tanto da suggerire, ad alcuni contemporanei, l’opportunità di definire l’autorità come la più alta forma di carità. Ecco perché i nomi della carità «sono diritto, dovere e responsabilità». Caratteristiche frutto di una rigorosa disciplina morale e, quindi, presupposto dell’ordine politico. Questo «non ha nulla di statico, attinge semmai all’agostiniana Tranquillitas ordinis» ripresa e rivisitata, poi, dalla Scuola di Friburgo.

Nelle conclusioni si capisce perché Sturzo sia tra quei giganti che si sono battuti per recuperare alla politica i suoi presupposti morali, intesi come rettitudine di coscienza e non certo imposti da comitati centrali di partito, concezioni etiche dello Stato o guide infallibili di turno. Da qui la polemica sturziana nei confronti dello statalismo, la partitocrazia egoistica e lo spreco di denaro pubblico, che sempre definì le «tre male bestie».

di Rocco Pezzimenti