· Città del Vaticano ·

Giovanni Paolo II ti scrivo

Giovanni Paolo II - Cappella Redemptoris Mater

A quindici anni dalla morte

01 aprile 2020

Quel 2 aprile di 15 anni fa ho perso mio padre per la seconda volta. Lo stesso giorno di primavera. Ventidue anni prima avevo perso il padre che mi aveva generato nella carne. Il 2 aprile 2005 ho perso il padre che mi ha ri-generato nella fede. Li ho persi e so dunque di averli accanto a me. Per sempre. La loro morte è avvenuta nell’orbita di Pasqua: il lunedì dell’Angelo del 1983 e i primi vespri della domenica in Albis del 2005.

Papa Giovanni Paolo II, scrivo, in prima persona, questa lettera per te. Con l’umile presunzione di dar voce un po’ a tutti. Aggiungendo subito un’altra presunzione: che questo suggerimento di guardare oggi dentro se stessi, proprio attraverso la tua testimonianza, serva sul serio a renderci persone migliori. Almeno un po’. Altrimenti ricordarti a quindici anni dalla tua morte sarebbe un’opportunità sprecata.

Padre santo, confesso subito la mia inadeguatezza: scrivo questa lettera per te senza la preoccupazione di dire cose eccezionali, ma solo per dirti grazie, per dirti che ti ho voluto e ti voglio bene. In realtà, non saprei proprio cosa scrivere per raccontare anche solo una briciola del tuo pontificato. Sì, intervistare chi ti ha conosciuto più da vicino; o, persino, sarebbe interessante oggi far parlare davvero chiunque, anche chi non ha titoli ecclesiastici o accademici.

In realtà tutti noi siamo tue reliquie. Tu sei stato co-autore, per un lungo tratto di strada, della biografia di ciascuno di noi. Anche dei più lontani dalla tua fede. Anche di coloro che, per ragioni anagrafiche, non hanno incrociato i tuoi passi sulle loro strade.

Finisco per accogliere il suggerimento dei colleghi della redazione dell’Osservatore Romano, e da figlio eccomi qui a rivolgermi a te come padre nella fede. Oltretutto in un’ora drammatica per la pandemia: ma io ti ho visto piangere, a singhiozzi, padre santo, quel 22 maggio 1995 nella tua Polonia, davanti alla lapide che ricorda tuo fratello, il medico Edmund, morto il 4 dicembre 1932 in prima linea per non lasciare soli i malati colpiti dall’epidemia di scarlattina, nell’ospedale di Biełsko-Biała dove era aiuto-primario. Aveva 26 anni.

Epidemia... sembra una notizia di oggi, padre santo. E resto convinto che non si possa capire la tua testimonianza personale sul valore salvifico della sofferenza — a te il Signore ha tolto il camminare e il parlare, due tue straordinarie leve di forza — senza far riferimento a Edmund. «Era un bravo medico e aveva un senso di humor mio fratello» dicesti quel giorno, in Polonia, piangendo a dirotto, commosso, perché a Edmund venne dedicata una lapide per ricordare la sua testimonianza eroica di «medico cristiano».

Riprendo oggi in mano vecchi taccuini che straboccano di appunti e di stati d’animo che mi hai fatto vivere. Mi brucia ancora nel petto il fuoco di quelle esperienze di grazia perché un pellegrinaggio, un incontro, un’udienza di Pietro continua sempre. Non termina mai. Papa Francesco lo ha ricordato nel libro che raccoglie la sua testimonianza su di te: San Giovanni Paolo II Magno.

Padre santo, oggi ti scrivo perché voglio stare ancora un po’ con te. Ho provato a raccontare i tuoi passi in mille articoli sul tuo giornale — e tu mi hai insegnato cosa significa lavorare all’Osservatore — ma ora ogni parola mi pare «poco». Inadeguata. Scopro, scavandomi, che le uniche parole adatte a te, ora, che mi vengono dritte dal cuore sono quelle della preghiera. Sbagliato per un giornalista? Penso di no. Sono le parole dell’impegno a convertirsi a Cristo, ogni istante della vita. O almeno a provarci. Ecco quello che ti scrivo adesso sul mio taccuino, come ai vecchi tempi, e che riporterò poi sul portatile.

E approfitto sfacciatamente, padre santo, di questa opportunità di parlarti. Ti chiedo di aiutarmi a essere, da cristiano, padre di famiglia e giornalista. Uomo. Mi accompagna un tuo gesto che mi ha segnato per sempre. Visitando, molti anni fa, la Casa Dono di Maria che hai affidato a madre Teresa in Vaticano, mi hai chiesto se mia moglie era arrabbiata con te «per il troppo lavoro». Avevi visto, padre santo, l’anello all’anulare della mia mano sinistra.

Con un filo di voce, strappato all’imbarazzo, ti ho risposto che non ero ancora sposato: il mio era l’anello di fidanzamento. Mi regalasti un sorriso, padre santo, tu che sul valore degli anelli nuziali hai scritto la storia della «bottega dell’orefice». Mi hai detto che avevo preso «proprio un bell’impegno cristiano» con quell’anello al dito “ancor prima del matrimonio: ma, allora, sei ancora solo... un seminarista!». E giù una risata. E da allora quante volte — nelle visite alle parrocchie romane, nelle udienze e nei viaggi — mi hai guardato e, con un sorriso quasi di complicità, hai accennato al gesto di sfilarti e di rinfilarti al dito il tuo anello.

Sì, quasi un messaggio in codice per una catechesi molto pratica sul valore dell’anello, sulla forza, che non ha scadenza, di ogni sacramento. Padre santo, ho sostituito poi, come sai, quell’anello di fidanzamento con l’anello nuziale. Conservo il primo come segno e benedizione della mia vocazione in famiglia. E anche come tua reliquia.

Per diciannove anni ti ho seguito quasi ogni giorno. Per il tuo andare sempre incontro agli uomini, mi hai fatto percorrere strade imprevedibili per uno di parrocchia di viale Marconi a caccia della sua poesia nella vita: dalle steppe del Kazakhstan alle pendici del monte Ararat, davanti alla Sindone e in Terra Santa, nelle “catacombe” ucraine e nella tua casa a Wadowice, negli slums di Calcutta, nelle capanne del Biafra e tra le macerie della Bosnia ed Erzegovina. E, sì, anche nelle stanze del policlinico Gemelli: nel tuo ultimo tratto di strada, in quell’ospedale ci ho quasi vissuto anche io, fisso.

Mi hai spedito a Calcutta per i funerali di madre Teresa «perché la intervistavi sempre» hai detto. E hai benedetto tracciandoci, sopra il segno della croce, quell’articolo con la provenienza «Mosca», scritto a macchina — i mezzi erano quelli e la cortina di ferro ancora non del tutto rimossa — che avevo inviato per fax quando mi avevi chiesto, espressamente, di «far parlare i testimoni», soprattutto giovani della chiesa di San Luigi dei francesi che era proprio davanti alla famigerata Lubjanka, la sede del Kgb. Lo conservo quell’articolo dattiloscritto. Anche quello come tua reliquia.

Insomma, padre santo, mi hai messo a tu per tu con una vocazione che se ci penso mi tremano le gambe. Riconosco la mia piccolezza. L’ho ingoiata tutta d’un fiato questa vocazione — in famiglia e nel giornale del Papa — provando a non aver paura. Come hai insegnato tu fin da subito: «Non abbiate paura!». E io ci provo a non aver paura, padre santo, perché mi sono fidato di te che ti fidavi tenacemente di Dio e di sua Madre: me ne sono reso conto quando ti ho visto parlare — onestamente, persino alzare la voce come fossi arrabbiato, sbattendo il pugno — faccia a faccia con l’immagine della Madonna di Kalwaria, a te cara fin da bambino.

Mi hai testimoniato che devo intrecciare il lavoro, il mio servizio con la mia vita. E tu adesso già lo sai dove vado a parare. Benedetta. Sì, mia figlia. Anche lei è una tua reliquia. Fin da quando, dopo la messa celebrata a Pentecoste a Rijeka, in Croazia, nel tuo centesimo viaggio internazionale, hai saputo che sarebbe nata, tu non hai mai smesso di esserci padre. Lo sei stato quando l’ho dovuta battezzare io, di corsa, appena venuta al mondo, prima di un delicatissimo intervento chirurgico. Era piccola piccola, ma lo ha capito anche lei quando le arrivavano quei cioccolatini tipici della tua terra di origine e quella palla natalizia con su scritto “Kraków”. E non sono reliquie?

Mi hai detto di aver pregato per lei, in quei giorni, guardando le nove lettere che compongono il suo nome scritte su un foglio di carta che hai tenuto nel cassetto dell’inginocchiatoio nella tua cappella. L’ultima parola che mi hai rivolto, con una voce che ormai non era più neppure voce, il nome di mia figlia: lì c’era proprio tutto.

Ci avevi lasciato da pochi mesi, e forse anche per questo ci sei stato ancora di più padre, quando Benedetta ha affrontato quell’aggressiva leucemia. In quei giorni ho fatto memoria e tesoro delle tue parole: «Affidati ai santi che hai conosciuto perché intercedano e stiano accanto ai medici».

Ritorna la missione del medico. Ritorna il dottor Edmund Wojtyła. Ci hai fatto capire, padre santo, che una figlia con la sindrome di Down e alle prese con l’esperienza della malattia non è una cartella clinica. Non è venuta male: Benedetta è perfetta, esattamente così com’è. Il problema, piuttosto, è essere degni di Benedetta: questo l’ho imparato da te. Ecco, per davvero hai intrecciato la grande storia dell’umanità, in te, con le nostre piccole storie. Con una nota: mi accorgo che viene naturale parlare di vita anche quando si deve ricordare, come oggi, la morte di un Papa. E forse, padre santo, quello è stato l’unico «sbaglio» che proprio non si poteva «corriggere».

di Giampaolo Mattei