· Città del Vaticano ·

Fratelli di un’Europa unita

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Alla messa del mattino la preghiera nel giorno della festa della patrona d’Italia e del continente

29 aprile 2020

«Oggi è la festa di Santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, Patrona d’Europa. Preghiamo per l’Europa, per l’unità dell’Europa, per l’unità dell’Unione europea: perché tutti insieme possiamo andare avanti come fratelli». Con questa intenzione Papa Francesco ha iniziato, mercoledì mattina, 29 aprile, la celebrazione della messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta.

«Nella prima Lettera di San Giovanni apostolo ci sono tanti contrasti: fra luce e tenebre, tra bugia e verità, tra peccato e innocenza» ha detto il vescovo di Roma nell’omelia, facendo riferimento al passo proposto come prima lettura (cfr. prima Lettera di San Giovanni 1, 5-2,2).

«Ma sempre — ha proseguito il Papa — l’apostolo richiama alla concretezza, alla verità, e ci dice che non possiamo essere in comunione con Gesù e camminare nelle tenebre, perché Lui è luce». Insomma, «o una cosa o l’altra: il grigio è peggio ancora, perché il grigio ti fa credere che tu cammini nella luce, perché non sei nelle tenebre, e questo ti tranquillizza. È molto traditore, il grigio. O una cosa o l’altra».

Francesco ha fatto presente che, nella sua Lettera, «l’apostolo continua: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è con noi” (cfr. 1, 8), perché tutti abbiamo peccato, tutti siamo peccatori». E «qui — ha messo in guardia il Pontefice — c’è una cosa che ci può ingannare: dicendo “tutti siamo peccatori”, come chi dice “buongiorno”, “buona giornata”, una cosa abituale, anche una cosa sociale, e così non abbiamo una vera coscienza del peccato».

L’atteggiamento giusto, ha insisto il Papa, è invece riconoscere che «io sono peccatore per questo, questo, questo». Con «la concretezza, la concretezza della verità: la verità è sempre concreta; le bugie sono eteree, sono come l’aria, tu non puoi prenderla». Invece «la verità è concreta. E tu non puoi andare a confessare i tuoi peccati in modo astratto: “Sì..., io, sì, una volta ho perso la pazienza, un’altra...”, e cose astratte».

Ci vuole dunque, ha rilanciato Francesco, la concretezza di dire: «Sono peccatore: Io ho fatto questo. Io ho pensato questo. Io ho detto questo». Ed è proprio «la concretezza che mi fa sentire peccatore sul serio e non “peccatore nell’aria”».

In questa prospettiva, il Pontefice ha riproposto le parole di Gesù riportate da Matteo (11, 25-30) nel passo liturgico del Vangelo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Ecco, ha detto il Papa, «la concretezza dei piccoli. È bello ascoltare i piccoli quando vengono a confessarsi: non dicono cose strane, “nell’aria”; dicono cose concrete, e alle volte troppo concrete perché hanno quella semplicità che Dio dà ai piccoli».

«Ricordo sempre un bambino — ha confidato Francesco — che una volta è venuto a dirmi che era triste perché aveva litigato con la zia. Ma poi è andato avanti. Io ho detto: “Ma cosa hai fatto?” — “Io ero a casa, volevo andare a giocare a calcio — un bambino — ma la zia — mamma non c’era — dice: ‘No, tu non esci: tu prima devi fare i compiti’. Parola va, parola viene, e alla fine l’ho mandata a quel paese”. Era un bambino di grande cultura geografica: mi ha detto anche il nome del paese al quale aveva mandato la zia!». Ma i bambini «sono così: semplici, concreti» ha fatto presente il Pontefice.

«Anche noi dobbiamo essere semplici, concreti. La concretezza ti porta all’umiltà, perché l’umiltà è concreta» ha affermato il Papa. Dire «“Siamo tutti peccatori” è una cosa astratta». Invece bisogna riconoscere: «“Io sono peccatore per questo, questo e questo”. E questo mi porta alla vergogna di guardare Gesù». È dire «“perdonami” il vero atteggiamento del peccatore».

Scrive Giovanni: «Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (cfr. prima Lettera di San Giovanni 1, 8). In effetti, ha proseguito Francesco, «un modo di dire che siamo senza peccato è questo atteggiamento astratto: “Sì, siamo peccatori, sì, ho perso la pazienza una volta...”, ma tutto “nell’aria”. Non mi accorgo della realtà dei miei peccati. “Ma, sa, tutti, tutti facciamo queste cose, mi spiace..., mi spiace, mi dà dolore, non voglio farlo più, non voglio dirlo più, non voglio pensarlo più...”. È importante che, dentro di noi, diamo nomi ai nostri peccati».

«La concretezza», dunque. «Perché se ci manteniamo “nell’aria”, finiremo nelle tenebre» ha detto ancora il Papa, invitando a diventare «come i piccoli che dicono quello che sentono, quello che pensano: ancora non hanno imparato l’arte di dire le cose un po’ “incartate” perché si capiscano ma non si dicano». E «questa è un’arte dei grandi, che tante volte non ci fa bene».

A questo proposito Francesco ha confidato di aver ricevuto «ieri una lettera di un ragazzo di Caravaggio. Si chiama Andrea. E mi raccontava cose sue. Le lettere dei ragazzi, dei bambini sono bellissime, per la concretezza. E mi diceva che aveva sentito la Messa per televisione e che doveva “rimproverarmi” una cosa: che io dico “la pace sia con voi”, “e tu non puoi dire questo perché con la pandemia noi non possiamo toccarci”». Il Papa si è riferito, in proposito, all’accenno di saluto a distanza che i pochissimi fedeli presenti alla messa a Santa Marta si scambiano al momento della pace: «Non vede — ha detto — che voi qui in chiesa fate un inchino con la testa e non vi toccate». In ogni caso, nella sua lettera, Andrea «ha la libertà di dire le cose come sono».

«Anche noi, con il Signore» ha suggerito il Pontefice, «dobbiamo avere la libertà di dire le cose come sono: “Signore, io sono nel peccato, aiutami” (cfr. Luca 5, 8)». Proprio «come Pietro dopo la prima pesca miracolosa: “Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore”».

Bisogna, perciò, «avere questa saggezza della concretezza» ha affermato il Papa, «perché il diavolo vuole che noi viviamo nel tepore, tiepidi, nel grigio: né buoni né cattivi, né bianco né nero, grigio». Ma questa è «una vita che non piace al Signore». Difatti «al Signore non piacciono i tiepidi».

Ci vuole «concretezza» anche «per non essere bugiardi» ha spiegato Francesco: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci» (cfr. prima Lettera di San Giovanni 1, 9)». Dio «ci perdona quando noi siamo concreti». In fondo, ha aggiunto, «è tanto semplice la vita spirituale, tanto semplice; ma noi la rendiamo complicata con queste sfumature, e alla fine non arriviamo mai...».

Concludendo la sua meditazione, il Pontefice ha invitato a chiedere «al Signore la grazia della semplicità. Che Lui ci dia questa grazia che dà ai semplici, ai bambini, ai ragazzi che dicono quello che sentono, che non nascondono quello che sentono. Anche se è una cosa sbagliata, ma lo dicono». Così occorre fare «anche con Lui, dire le cose: la trasparenza». E «non vivere una vita che non è una cosa né l’altra». Che il Signore, ha auspicato il Papa, dia «la grazia della libertà per dire queste cose; e anche la grazia di conoscere bene chi siamo noi davanti a Dio».

È poi con la preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori che Francesco ha invitato «le persone che non possono fare la comunione» a fare «adesso» la comunione spirituale. Concludendo la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per poi affidare — accompagnato dal canto dell’antifona Regina Caeli — la sua preghiera alla Madre di Dio, sostando davanti all’immagine mariana della cappella di Casa Santa Marta.

La preghiera del vescovo di Roma è stata rilanciata a mezzogiorno, nella basilica Vaticana, dal cardinale arciprete Angelo Comastri che ha guidato la recita del Regina Caeli e del rosario.