· Città del Vaticano ·

La trasmissione della fede alle nuove generazioni in un volume del teologo Armando Matteo

Formare cristiani adulti

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10 aprile 2020

Chi si interroga sul futuro possibile del cristianesimo e della Chiesa, soprattutto in Occidente, almeno una volta sarà rimasto appeso alla domanda che il teologo canadese Jean-Marie Tillard si pose negli ultimi anni di vita: «Siamo gli ultimi cristiani?».

L’interrogativo non nasce dall’amarezza o da quello che Papa Francesco ha chiamato «il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura» (Evangelii gaudium, n. 85) quanto, piuttosto, dalla consapevolezza che per affrontare la crisi odierna della fede bisogna aprire gli occhi, affinare il cuore alla battaglia e, soprattutto, attuare un vero e proprio cambiamento di mentalità pastorale.

Stupisce e non poco, in tal senso, che alla condizione post-cristiana in cui ci troviamo corrisponda spesso un atteggiamento ecclesiale che minimizza, che non percepisce la crisi, che non elabora nuove strategie, cercando di difendere con i denti — non senza frustrazione — il poco che è rimasto.

A riaccendere la domanda sul futuro del cristianesimo e a proporre una terapia d’urto alla pastorale ci pensa il teologo calabrese Armando Matteo, docente di teologia fondamentale alla Pontificia università Urbaniana e già assistente nazionale della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), che ha dato alle stampe la sua ultima fatica: Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni (Roma, Àncora Editrice, 2020, pagine 118, euro 9,99).

Noto al grande pubblico per aver individuato il crocevia della crisi tra i giovani e la fede con il fortunato libro sulla prima generazione incredula, Matteo è convinto che la “follia” odierna della pastorale sia quella di sperare di ottenere cambiamenti mettendo all’opera i meccanismi di sempre, coltivare «l’inaudita pretesa che le cose vadano diversamente, pur facendo le cose di cinquanta o sessant’anni fa» (pagina 8). Per dirla con Papa Francesco: «vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima» (Discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale, 21 dicembre 2019).

Ciò che occorre, invece, è un vero e proprio cambiamento della mentalità pastorale, cosicché l’annuncio del vangelo e l’agire ecclesiale siano davvero capaci di raggiungere il cuore della vita quotidiana delle persone, in un contesto profondamente mutato, e per certi versi inospitale verso alcuni registri linguistici e concettuali del cristianesimo.

Nella prima parte di questo accattivante saggio, il teologo calabrese riprende alcune analisi che ha avuto modo di esplicitare negli ultimi anni circa la difficile relazione tra la fede e i giovani, la fuga delle donne dalla comunità ecclesiale e, in particolare, la crisi dell’adulto. Quest’ultimo aspetto appare centrale nella riflessione del teologo, specialmente al fine di comprendere la crisi della trasmissione della fede: il compito di essere adulto, infatti, e quindi di guardare l’altro per “generare”, non è più una meta per nessuno. Infatti, gli sviluppi economici e sociali, i progressi della medicina, l’esplosione della vita in molteplici forme, l’emancipazione e la longevità hanno fatto sorgere generazioni di persone «innamorate di questa terra». Esse intendono godersi la vita in pienezza: amare, viaggiare, vestirsi, progettare, curare il proprio corpo, fino a quell’adorazione del mito della giovinezza alimentato dalla longevità della vita; in tale visione delle cose, l’uomo odierno non pensa più l’evoluzione della sua vita come un imbuto, «alla cui parte larga si collocherebbero la nascita, l’infanzia e la giovinezza... e alla cui parte tubolare, invece, l’età adulta, contrassegnata da quelle scelte irreversibili e definitive, familiari e lavorative» (pagina 49).

Al contrario, la cultura postmoderna ha generato un individuo per il quale non c’è bisogno di una verità unica, di un destino segnato, di un orientamento naturale; semplicemente si viaggia, esplorando la vita in lungo e in largo, nell’ebbrezza di una perenne giovinezza che procrastina continuamente la soglia dell’età adulta della vita, quella in cui ci si assume i doveri familiari e sociali e si diventa finalmente “padri” di qualcuno e di qualcosa, esercitando la cura dell’altro.

Di contro — afferma con coraggio Matteo — mentre gli adulti pensano a conservare il cucciolo della fanciullezza, tutto l’impianto della nostra pastorale — con i suoi riti, le sue pratiche e i suoi ritmi — rimane ancorato a una visione di uomo precedente, che andava bene quando le persone vivevano una vita di duro sacrificio e morivano prima; in quella situazione, minata peraltro da una diffusa ignoranza, da un’esistenza faticosa e dal destino segnato, dalle guerre e dalla povertà, la parola e la prassi cristiana erano funzionali a una “consolazione”. Diventando adulti, perciò, si diventava quasi automaticamente cristiani.

La rivoluzione copernicana della mentalità pastorale proposta da questo agile libro è sorprendente: bisogna diventare cristiani per diventare adulti. Infatti, l’adulto è oggi scomparso e a quell’età della vita nessuno ha più bisogno di parole consolanti, di verità di senso che alleggeriscano il peso di una vita dura, né di speranze sovraterrene che accompagnino il faticoso mestiere del vivere “in una valle di lacrime”. Quella durezza ha lasciato il posto a una vita agiata e piena di possibilità, il destino si è aperto a innumerevoli progetti da coltivare, la valle di lacrime è diventata una prateria senza confini in cui ciascuno abbraccia con intensità l’esistenza, in lungo e in largo.

Occorre invertire la marcia, magari incominciando dal rinnovamento dell’attuale sistema dell’iniziazione cristiana, che «ancora immagina di dover spendere tutte le sue migliori energie per accompagnare i piccoli verso la stagione dell’adultità, nella quale potranno appunto fare memoria delle nozioni apprese durante il catechismo per i sacramenti» (pagina 72); e, invece, «non si può più scommettere sull’accesso all’età adulta quale luogo/tempo per diventare cristiani» (pagina 73). Bisogna perciò creare le condizioni perché chi accede nel contesto ecclesiale possa diventare cristiano. Solo così — chiosa Matteo — potrà anche diventare adulto, scoprendo l’importanza di «smettere di contemplarsi allo specchio dei propri desideri» e scoprire la bellezza della responsabilità, della gioia di donarsi e dell’essere fecondi. Con un linguaggio attraente e immagini efficaci, Armando Matteo lancia la sfida: si deve passare dall’idea che la Chiesa serva a dare luce all’adulto all’idea che la Chiesa deve generare adulti. Da un cristianesimo che consola gli adulti e la loro vita faticosa (che in realtà non è più tale) a un cristianesimo che permetta alle persone di incrociare il fascino di Gesù Cristo e del vangelo. Insomma, è tempo di passare da un cristianesimo della consolazione a un cristianesimo dell’innamoramento.

Dieci cose che si possono fare subito per inaugurare finalmente la Chiesa del futuro sono elencate dall’autore alla fine di questo avvincente saggio; si tratta di provocazioni, consigli pratici, proposte di rinnovamento ecclesiale e liturgico, nelle quali i lettori — preti, operatori pastorali, credenti “curiosi” — insieme a una buona dose di intelligente ironia, troveranno spunti di grande interesse per il rinnovamento della pastorale. Un libro che si preoccupa di far nascere in noi tutti la vera preoccupazione necessaria: mettere mano al futuro della Chiesa.

di Francesco Cosentino