· Città del Vaticano ·

Emergenza nell’emergenza

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La pandemia ha aggravato le precarie condizioni dei rom in molte città italiane

11 aprile 2020

C’è un’emergenza nell’emergenza. È la realtà di molti rom, sinti, camminanti, circensi e giostrai che durante questa pandemia vivono in condizioni sanitarie e alimentari preoccupanti. La gran parte di queste 170.000 persone risiede in abitazioni e la metà ha cittadinanza italiana, ma decine di migliaia di loro vivono nei campi. Gli adulti non lavorano da settimane e i bambini sono lontani da scuola. La Giornata internazionale del popolo romanì, che si è celebrata l’8 aprile scorso, è coincisa quest’anno con l’allarme coronavirus. In questo periodo le chiese locali e le organizzazioni cattoliche offrono cibo e cure, assicurando iniziative di welfare a settori della società che rischiano di finire in fondo all’agenda delle urgenze. «Da un riscontro che ho avuto da soggetti ecclesiali emerge una situazione allarmante nei campi rom che riguarda soprattutto l’aspetto alimentare», spiega a «L’Osservatore Romano» monsignor Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliare di Roma e delegato diocesano per la pastorale dei migranti e dei rom. «Attualmente — continua il presule — non ci risultano casi di contagio. Ora ci stiamo attrezzando per fare una distribuzione di cibo straordinaria intorno a sei grandi villaggi, mentre dal punto di vista sanitario interviene un camper dell’ospedale Bambino Gesù che fa un monitoraggio pediatrico settimanale».

In tutta Italia, infatti, il principale problema delle fasce più fragili della società è la fame. Infatti, anche tra i rom chi in genere fa l’operaio, raccoglie metalli o chiede l’elemosina per le strade delle città, di fatto è privo di risorse, mentre i loro figli sono ancora più lontani dalla scuola per mancanza di fiducia negli istituti o di una buona connessione con la rete internet. A Catania, però, non si sono dati per vinti e nonostante l’emergenza da coronavirus viene garantito un supporto scolastico. «Un operatore del comune — spiega il direttore diocesano di Migrantes, don Giuseppe Cannizzo — fa visita ai bambini rom e porta loro i compiti, mentre noi li aiutiamo fornendo i quaderni e la cancelleria che provvediamo a raccogliere ogni anno». In città l’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana (Cei) ha una solida tradizione nel sostegno educativo dei bimbi che grazie al progetto «Amalipe», oggi gestito dall’amministrazione pubblica, li accompagnava a scuola in pulmino, gli offriva il pranzo e anche il doposcuola. «L’annuncio di Gesù Cristo resta difficile perché si spostano spesso e le ragazze diventano subito madri», confida il sacerdote, che da diciotto anni cerca di coinvolgerli nella vita della parrocchia. A Catania ci sono circa ottanta famiglie in due villaggi attrezzati e nessuno esce di casa, mentre altri piccoli insediamenti sono sparsi attorno alla città.

A Palermo, invece, già da anni l’amministrazione comunale ha dismesso una grande baraccopoli per attuare il piano europeo per l’integrazione. Oggi, un centinaio di rom di origine romena vivono in alloggi nel centro storico e sono dediti al commercio nei mercati. «Con Caritas — spiega Mario Affronti, direttore regionale Migrantes Sicilia — garantiamo il cibo a queste famiglie. In collaborazione con due ambulatori dell’Azienda sanitaria locale ci siamo specializzati nell’assistenza alla popolazione rom. Con loro abbiamo legami pluriennali per cui è stato facile in questo momento fare in modo che restassero a casa e che avessero notizie sulla prevenzione». Medici e operatori ricevono le loro telefonate, inviano le ricette tramite WhatsApp e i farmaci a domicilio. Caritas, Migrantes e regione intervengono anche donando buoni pasto e denaro alle famiglie di giostrai che si trovano in difficoltà.

Tra le casette prefabbricate dei villaggi attrezzati, come in qualsiasi luogo di aggregazione, il rischio effettivo che nascano dei focolai di contagio del virus è alto, ma questo aumenta tra le baracche, le roulotte e le automobili degli insediamenti abusivi. A Roma c’è un piano per smantellarli e il comune ha già assegnato una casa popolare ad alcuni nuclei familiari rom, però sono ancora cinquemila quelli che vivono nei campi e soltanto la metà in insediamenti organizzati. «Sono condizioni molto pericolose nell’eventualità di un contagio. Sarebbe difficilissimo intervenire», avverte monsignor Palmieri. Gli spazi attrezzati sono presidiati dalla polizia municipale e si esce solo per fare la spesa, ma il problema — spiega il vescovo ausiliare — riguarda anche novanta edifici occupati, quasi settemila persone che vivono per strada e le nuove povertà: la gente che ha perso il lavoro, chi è in cassa integrazione, che attende il reddito d’emergenza o quello di cittadinanza. Per loro oggi sono attivi oltre centoventi centri diocesani di distribuzione del cibo gestiti da Caritas italiana e Comunità di Sant’Egidio. «Roma — sottolinea il presule — ha una lunga tradizione di solidarietà e non ha mai avuto un problema di cibo. Per la prima volta c’è una situazione grave e diffusa su cui interveniamo in collaborazione con il governo e la regione», segnalando anche i soggetti fragili nei campi rom.

«La politica dei villaggi attrezzati — continua monsignor Palmieri — adesso mostra tutto il suo limite. Lì dove si è proceduto all’assegnazione delle case popolari, i processi di integrazione sono stati favoriti, mentre nei campi si sono creati dei ghetti e questi sono particolarmente pericolosi e fragili». Infatti, a Torino sono tre i rom ricoverati, mentre una donna anziana è isolata in quarantena nella sua roulotte, dichiara il direttore locale di Migrantes, Sergio Durando. Anche nel capoluogo piemontese c’è un piano per eliminare le baraccopoli e la diocesi ha messo a disposizione alcuni immobili, ma un migliaio di rom, sinti e giostrai vive ancora nei campi. Per questo all’inizio della crisi sanitaria alcune famiglie sono andate via.

A Giugliano, in Campania, don Francesco Riccio, parroco di San Pio X, monitora la situazione e garantisce i viveri in un insediamento abusivo in cui abitano oltre quattrocento persone, di cui la maggior parte minori. «Qui non c’è nulla di civile», racconta. «Non c’è il bagno. Non c’è una cucina. C’è una fontana in mezzo dove ognuno si va a sciacquare. Per il resto ci sono roulotte, automobili, furgoncini e qualche baracca di legno». Sono passati una volta per fare una sanificazione, dice, ma con la scuola è tutto fermo. «Lo scorso anno — ricorda il parroco — un prete portava i bambini a fare lezione in una scuola religiosa di Napoli, ma dopo un precedente sgombero i genitori non si sono più voluti allontanare dai figli perché avevano paura che glieli togliessero». Nonostante le difficoltà, un anno fa la parrocchia ha iniziato un percorso di integrazione con una famiglia rom: «Quest’estate abbiamo portato i bambini a fare un campo estivo in montagna. Prima di Natale sono stati battezzati. Il sabato frequentano l’Azione cattolica. Vengono a messa con gli altri bambini. Ora stavamo per iniziare con la scuola, ma con il coronavirus si è bloccato tutto». La pandemia ha solo rinviato una grande gioia: durante l’allontanamento dal campo è nata una bambina e la parrocchia ha trovato un alloggio in affitto per alcuni membri di questa famiglia, ma con l’emergenza da coronavirus hanno preferito rimanere nell’insediamento insieme ai loro familiari.

«Sono serviti tempo e pazienza per creare le condizioni di accoglienza necessarie per la loro integrazione tra i giuglianesi», spiega don Francesco. «La comunità si costruisce nell’amicizia e nella conoscenza, altrimenti si rischia solo di creare nuovi ghetti o di imporre delle presenze che non diventano mai amicali». È proprio quello che è accaduto a Pescara. Qui non ci sono quasi più i villaggi organizzati o campi improvvisati, perché gli italiani di etnia rom vivono negli appartamenti. Sono circa quattrocento le famiglie che abitano in una ventina di palazzi situati nella periferia del capoluogo abruzzese. «Sono diventati stanziali — racconta don Enrico D’Antonio, parroco della foranìa di Pescara sud — ma sono ghettizzati. Qui abitano anche famiglie di spicco. C’è scarsa integrazione e spesso sono un problema a causa della microcriminalità». L’emergenza da coronavirus ha limitato l’attività pastorali della parrocchia che qui assiste una quindicina di famiglie e alcuni anziani, ma la Caritas garantisce gli alimenti.

Una delle città più colpite dalla pandemia è Milano, dove si è lacerato il tessuto sociale soprattutto in periferia. Qui, a fine marzo un gruppo di rom di origine romena ha occupato alcuni appartamenti sfitti, creando un clima di paura tra gli abitanti, fra cui molti altri rom. Quello che però salta agli occhi di suor Claudia Biondi, alla guida dell’unità mobile di Caritas Ambrosiana che monitora i tanti campi informali, è la situazione dei giostrai e dei circensi. «Non abbiamo mai avuto richieste di cibo dal mondo dello spettacolo viaggiante, costituito in genere da famiglie autonome, che lavorano e vivono in un discreto benessere». Tuttavia, a causa della pandemia sono stati cancellati il Carnevale ambrosiano la Festa di primavera. Perciò «i gestori di luna park — sottolinea la religiosa — sono fermi e la situazione è ancora più drammatica nei circhi, dove la vita si svolge a stretto contatto con gli animali».

La Giornata internazionale dei rom è una ricorrenza in cui si celebra, come accade ogni anno, la costituzione dell’Unione Romanì, riconosciuta dalla Nazioni Unite nel 1979. È un’occasione per ricordare il Porajmos, il genocidio di centinaia di migliaia di nomadi perpetrato durante la seconda guerra mondiale da parte dei regimi totalitari. Ancora oggi i rom sono la minoranza più discriminata in Europa. In Italia, per esempio, la gran parte di queste famiglie risiede in abitazioni popolari o appartamenti di proprietà e oltre il 50 per cento di loro ha la cittadinanza italiana. «Questa popolazione — ricorda il delegato diocesano per la pastorale dei migranti e dei rom — è stata fatta oggetto di un giudizio che spesso rasenta il pregiudizio, la diffidenza e l’ostilità. Sicuramente — conclude monsignor Palmieri — c’è criminalità in certi settori, ma pensare che coincidano con la maggioranza del mondo rom è davvero insopportabile». Questo creerebbe un doppio muro eretto da chi giudica e da chi si sente giudicato. Invece, un’integrazione è sempre possibile, come testimonia l’impegno di tante organizzazioni ecclesiastiche, enti caritativi e delle parrocchie. La diversità è sicuramente una ricchezza e la povertà non significa soltanto miseria, ma insegna, invece, il valore alle cose essenziali della vita.

di Giordano Contu