· Città del Vaticano ·

Dove la fede è sorgente di forza e coraggio

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I giorni di Pasqua tra i cristiani di Damasco, Aleppo e Idlib

16 aprile 2020

A Damasco come ad Aleppo, nella Siria ferita dalla guerra e oggi dalla pandemia di coronavirus, la Pasqua di Risurrezione ha portato nuova speranza. L’emergenza covid-19 è giunta ad acuire ed aggravare le ferite lasciate da oltre nove anni di conflitto: ma il popolo siriano dà prova di resilienza e, nella comunità cristiana, la fede è sorgente di forza e coraggio. Il paradosso è che «nemmeno in tempo di guerra le chiese sono rimaste chiuse, ma avevano sempre continuato a celebrare le messe e le liturgie», riferisce all’«Osservatore Romano» l’arcivescovo di Damasco dei Maroniti, Samir Nassar. Ci è riuscito il coronavirus, ma la sua, si può ben dire, è stata una “vittoria di Pirro”. Infatti, racconta l’arcivescovo, «ogni casa è divenuta una chiesa domestica. Abbiamo sperimentato e vissuto un nuovo modo di essere Chiesa, sentendoci uniti con la comunione spirituale che abbatte ogni distanza e ci fa comunità, stretti intorno a Cristo risorto». Nonostante le chiese vuote, infatti, i fedeli siriani hanno potuto seguire e prendere parte alle liturgie pasquali tramite mezzi come YouTube o i social network. E così, prosegue il pastore maronita, «nell’oscurità della morte e della violenza, è apparsa la luce del Risorto, venuta a squarciare il buio delle sofferenze causate dai quasi dieci anni di guerra». Quella luce, simboleggiata dal cero pasquale acceso in ogni chiesa, «brilla per illuminare la nostra solitudine, in questa notte infinita di odio e violenza», dice l’arcivescovo con parole accorate. L’arrivo improvviso dell’emergenza coronavirus ha avuto conseguenze sul piano materiale e spirituale: «In primis si può notare che i combattimenti e la violenza sono cessati», e questo è sicuramente un dato positivo soprattutto per la popolazione civile; poi, d’altro canto «si è generata una nuova comprensione della nostra fede: per i fedeli, lontani dalle chiese, irrimediabilmente chiuse, ma anche per i sacerdoti che celebrano la liturgia di fronte a banchi vuoti. Ognuno deve esaminare la propria fede personale e riscoprire il seme dello Spirito Santo nel profondo del suo cuore, senza l’aiuto degli altri. È emerso un nuovo modo di testimoniare la propria fede», rileva Nassar. E aggiunge: «Nel piano insondabile di Dio che trae il bene anche dal male, il coronavirus ha permesso di ritrovarsi uniti in famiglia, con il Vangelo al centro delle piccole comunità domestiche, riattingendo alle sorgenti e agli elementi essenziali della fede». Nella situazione di emergenza e di chiusura, poi «si è fatto strada il positivo apporto delle tecnologie, dei social network e dei diversi canali che hanno permesso di restare in contatto e di unirci: sono mezzi per diffondere la buona novella intorno a noi. Non è il buio, non è la disperazione il futuro della popolazione siriana, perché esso è saldamente ancorato alla speranza certa della risurrezione di Cristo», conclude l’arcivescovo.

Lo stesso spirito si vive ad Aleppo, la seconda città per importanza e la capitale economica della Siria, una delle più colpite dalla guerra. Racconta al nostro giornale fra Firas Lutfi, francescano siriano della Custodia di Terra Santa e provinciale della regione francescana di San Paolo, che abbraccia Giordania, Libano e Siria: «Quest’anno la Pasqua è stata speciale, diversa dalle altre, vissuta con le chiese chiuse. Ma forse, proprio per questa difficoltà, vissuta in Quaresima e offerta a Dio, è stata una Pasqua vissuta con ancora maggiore intensità spirituale e desiderio di comunione con Dio e con il prossimo». La gente di Aleppo non ha rinunciato alle celebrazioni pasquali: «Tutti i frati e i parroci che hanno responsabilità pastorali hanno aperto pagine su Facebook, trasmettendo i riti, le messe, le preghiere come se il popolo fosse in chiesa, per favorire la partecipazione a distanza. Tramite la comunione spirituale ci siamo sentiti uniti con tutti coloro che fisicamente non erano presenti. La distanza ha aiutato a rafforzare l’unione, e il popolo siriano oggi esprime la sua fiducia piena in Dio che è la risurrezione e la vita», ribadisce fra Lutfi. La vita della popolazione civile, nella nazione che esce dal lungo e catastrofico conflitto, non è facile «e lo scoppio della pandemia aggrava la situazione: la demolizione non è solo quella delle case, ma è anche nelle anime, nelle menti e nei cuori feriti a livello psicologico e dilaniati nella loro interiorità», nota il provinciale, raccontando come la presenza dei frati francescani, in tutta la nazione, è stata negli anni bui della guerra e continua a essere oggi «un segno di speranza, che alimenta la fede e la fiducia nel futuro, offrendo strade e possibilità per la ripresa, per un nuovo inizio». Padre Firas ricorda in particolare due suoi confratelli, fra Hanna Jallouf e fra Louai Bsharat, che si trovano nella provincia nord-occidentale di Idlib, dove prosegue una situazione di conflitto armato che coinvolge esercito governativo, truppe russe, milizie jihadiste e reparti militari turchi. «Lì, dove la guerra non è finita e i gruppi jihadisti controllano il territorio, sono loro ad avere la cura pastorale di 210 famiglie cristiane di diverse confessioni, appartenenti alla Chiesa cattolica, alla comunità armena ortodossa e a quella greco-ortodossa. La loro presenza in quel luogo dove si soffre ancora è ammirevole, esprime la vicinanza di Cristo al suo popolo, ed è segno del Signore che dice: Io sono con voi sempre». Oggi, fra Lutfi rinnova l’appello «per la fine dell’embargo che pesa soprattutto sui civili e sui più poveri», tanto più perché la diffusione del coronavirus complica un quadro già difficile e sofferente: «Il mio pensiero va ai bambini che ancora non vanno a scuola, perché non si può attivare la didattica a distanza, dati i mezzi ridotti delle famiglie e la debolezza del segnale di internet», afferma. E non manca di citare il fatto che «il 75 per cento dei cittadini siriani non è dipendente dallo stato né ha grandi mezzi o imprese, dunque vive procurandosi ogni giorno il pane quotidiano».

Allora la pandemia può diventare «la goccia che fa traboccare il vaso del dolore e della povertà». In tale cornice, «la Chiesa cerca di aiutare i fedeli in umiltà e concretezza: come frati francescani lo abbiamo fatto durante la fase critica della guerra, oggi lo facciamo di fronte al rischio di un flagello psicologico, sociale ed economico, dovuto al blocco di ogni attività. La fame, il pianto, la morte — conclude — non avranno l’ultima parola ad Aleppo e nell’intera Siria».

di Paolo Affatato