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Diario dalla “peste” nelle città della miseria

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I giorni della quarantena nelle periferie di Buenos Aires

11 aprile 2020

Il diario di cui pubblichiamo alcune pagine è stato scritto nei giorni della quarantena in una «villa miseria» della periferia di Buenos Aires. Con questo nome in Argentina si designano quegli agglomerati che altrove sono conosciuti come favelas, bidonville, slums, ghetti, tuguri e altro ancora. Discepolo di don Giussani, scrittore e giornalista italiano, 67 anni, l’autore da lungo tempo opera in America latina e da sei anni ha scelto di vivere alla Carcova, una delle più povere e violente «villa miseria» della capitale. Qui è diventato amico e si è posto umilmente al servizio del parroco don José Maria Di Paola, a tutti noto come padre Pepe. Questo diario racconta come la “peste” del covid-19 ha stravolto la vita della gente e testimonia l’azione della comunità cristiana per alleviarne le sofferenze.

Terza guerra mondiale Giorno i (20-3)

Telefono a mio babbo in Italia per sapere come sta. Ha 97 anni e tutta la sua vita è trascorsa a Riccione. Negoziante, commerciante, pensionato. Si avvicina al momento del grande viaggio senza scossoni, e questo del coronavirus non gli fa paura. Gli dico che anche dove vivo io, in una villa argentina alla periferia di Buenos Aires, oggi è iniziata la quarantena. Ha pena di me, mi pensa indaffarato ad occuparmi degli altri e quindi più in pericolo di quanto non lo sia il resto della popolazione argentina. Mi chiama figlio, “figlio mio”. Non l’ha mai fatto. Poi, con il respiro affaticato, va con il pensiero alla seconda guerra mondiale, quando era appena ragazzino. «Ci nascondevamo dai tedeschi figlio mio, per non essere presi e portati in Germania a lavorare, ma adesso, da questo, non possiamo nasconderci». Questo è il coronavirus, una parola tecnica troppo difficile per i suoi anni, la peste come la chiamano gli argentini nella villa. Ricorda con più facilità che la linea del fronte passava poco distante da casa, nel riminese, gli alleati liberatori spingevano avanzando dal sud e i tedeschi occupanti retrocedevano verso nord caricando sui camion delle braccia giovani da portare in Germania a lavorare. Lui si è nascosto e l’ha fatta franca. È il suo modo di stabilire una comparazione, di prendere le misure a questo killer invisibile che colpisce dove vuole, a questa peste che è acquattata fuori della porta e scruta le sue prede, pronta ad entrare e ghermire chi ha molto vissuto.

Arrivano i vecchietti Giorno III

Arrivano i vecchietti. Padre Pepe li ha mandati a chiamare uno ad uno nelle pieghe più recondite della villa. C’è chi vive solo, in baracche precarie, alimentato dalla compassione dei vicini. E chi in assembramenti familiari numerosi, com’è giusto che sia, con donne e bambini, in spazi ristretti, dov’è impossibile mantenere quelle distanze così raccomandate dalle autorità sanitarie. C’è anche chi un tetto non ce l’ha, e usa quello di altri.

Sono le persone più esposte, le più ricercate dalla morte che s’aggira per i viottoli, in villa Carcova, 13 de Julio, in Curita e Independencia. Padre Pepe ha preparato per loro un posto dove possono stare fin quando la peste passerà. Una stanza, la doccia calda, due pasti al giorno, la merenda quando si potrà, la televisione se vorranno vederla. E molta pulizia e molto affetto tutt’intorno.

Ho notato che le persone anziane sono molto benvolute nella villa. Le si ascolta, si sopportano con indulgenza i loro eccessi, quando non sono più in sé, si antepone il loro benessere a quello dei più giovani. Se c’è da dividere qualcosa a loro va la misura più grande, e se qualcosa abbonda è per loro la parte migliore. Credo che il rispetto per i vecchi sia una delle peculiarità di cui dicevo prima, un portato della cultura prevalentemente contadina delle provincie da cui provengono gli occupanti di uno di questi luoghi marginali ed emarginati dalla società.

Pane quotidiano Giorno vi

Le file aumentano in lunghezza come i giorni di quarantena. Trecento pasti, cinquecento, ottocento, 1.500 e passa il sesto giorno di quarantena. Non c’è dubbio che aumenteranno ancora. I circuiti del cartone si sono chiusi e chi viveva della raccolta, i cartoneros come vengono chiamati, non va in giro a raccattarli per venderli. I riciclatori di rifiuti non sciamano più con i loro carretti dove gli ammassi di spazzatura sono più promettenti. Anche chi viveva di lavoretti, tagliare l’erba nel giardino di qualche casa, verniciare un cancello o qualche facciata, svuotare uno scantinato, non ha richieste. I manovali che vivono nelle villas, molti provenienti dal Paraguay, sono con le mani conserte. L’economia informale, come si suole chiamarla, è ferma, il microcircuito di compravendita che manteneva in vita la popolazione della villa è interrotto. Nutrirsi diventa un assillo quotidiano.

Preparati per morire Giorno VIII

Il sole tramonta sulla villa. Una linea oscura viene avanti lentamente, così lentamente che bisogna chiudere gli occhi due o tre volte per vederla avanzare. Le colline d’immondizia scompaiono come per magia, sottratte alla vista da un pietoso gioco d’ombre. I depositi di cartoni sembrano montagne incantate, le casupole di legno e latta un presepe natalizio. È l’ora in cui la peste funesta lavora di più, e i bambini rientrano nelle case per schivarla. L’orma di cento piedini calpesta la terra dei viottoli, la polvere s’attacca alla pianta dei loro piedi nudi mentre sgambettano in avanti come girini in uno stagno. Non tutti, però. Eriberto e Maria Dolores sono seduti sullo scalino davanti a casa. Loro, la vita l’hanno già vissuta e adesso hanno tempo da perdere. Per loro la quarantena è iniziata ben prima che la peste la reclamasse. Lui ha in mano il guinzaglio del cane, che però non da nessun segno di volersene andare. L’animale è mogio e spento come i suoi padroni. Non scodinzola neppure a chi gli manifesta un po’ di simpatia. Lei indossa un vestito nero e ha lo sguardo a terra. È già pronta per morire.

L’angelo sterminatore Giorno ix

L’angelo sterminatore questa notte ha bussato alla porta di Chili approfittando della quarantena e delle strade deserte. Lui ha aperto l’uscio quando ha sentito bussare, e il colpo gli ha trapassato l’occhio. Dicono che avesse fatto uno sgarbo a quelli del Lirri quando l’onda della peste non era ancora arrivata a leccare la villa, e che abbia fatto appena in tempo a vedere il Mencha che scappava. La vecchia madre l’ha tirato dentro casa prendendolo per i capelli. Lasciava dietro di sé una scia di sangue come la bava di una lumaca. Lei aveva già capito tutto appena sentita l’esplosione. Quel figlio avuto con un muratore che lavorava due isolati più in basso, dove le baracche finiscono e comincia l’immondezzaio pubblico, ce l’aveva segnato il destino sin da quando s’era messo con la banda di quelli del Chaco. Controllano il fondo della villa e non ammettono che si smerci nel loro territorio senza il loro permesso. Un permesso che costa. Prima del Chili ci aveva provato la Mosca e prima ancora il Surdo. Uno ha avuto la testa spaccata con una pietra, l’altro un coltello nella gola. Donna Victoria, la madre del Chili, se la vedeva venire la disgrazia. La peste l’ha presa di sorpresa, il piombo no.

Stufato fumante Giorno x

Nella villa del padre Pepe si distribuisce un piatto caldo tutti i giorni a mezzogiorno da quando è iniziata la quarantena. Lo preparano degli uomini e delle donne che vivono in questo modo il loro isolamento. Mettono a repentaglio la loro sicurezza, come del resto le persone che vengono a mangiare spinte dalla necessità. Pelano patate, tagliano cipolle, cucinano, servono i piatti, lavano le stoviglie, con tutte le cautele del caso. Non vogliono ammalarsi, ci tengono alla salute e alla vita, hanno tutti figli, nipoti, nonni che li aspettano a casa. Tra loro ci sono muratori, domestiche, donne che prestano servizio in case benestanti dei quartieri vicini, impiegati comunali e tanti altri che il lavoro non ce l’hanno e vivono di changas, come gli argentini chiamano quelle occupazioni precarie che aiutano a sbarcare il lunario. Per tutti il lavoro è sospeso e danno il loro tempo e le loro energie al bisogno degli altri. Senza niente in cambio eccetto un piatto di quella stessa minestra che cucinano per chi viene a mangiare nella parrocchia di padre Pepe. I poveri, i bisognosi, fanno la fila davanti al cancello del Milagro e se ne vanno con il bottino in mano ancora fumante.

Il baio di Raul Giorno XIII

C’è un baio di poco valore che deambula cercando i fili d’erba che crescono tra le mattonelle del marciapiedi e ai bordi delle strade. C’era anche prima nella villa, ma con la quarantena e le strade quasi deserte tutti gli angoli sono suoi, e lui li batte con meticolosità da affamato. È un puledro di poco valore, basso di garretti e gonfio di pancia. Al vederlo sembra che gli abbiano tirato addosso una secchiata di calce per sbiancargli il pellame. Fruga con il muso nella polvere strappando degli steli rinsecchiti, mastica con voracità la buccia di mela che fuoriesce da qualche sacchetto dell’immondizia che i cani della villa, prima di lui, si affrettano ad aprire. L’acqua di un bidone la frulla con la lingua scura prima di ingurgitarla. Al suo proprietario, un meccanico di quartiere che concentra nella propria casa officina, abitazione e stalla, è costato giusto quello che voleva spendere: qualcosa in più di tremila pesos, meno di tremilacinquecento quando un dollaro valeva la metà di quel che vale oggi. Che non valesse neppure questi lo può vedere chiunque lo incontri rovistare con il muso le colline d’immondizia all’entrata della baraccopoli dove passa di preferenza il tempo.

Intanto scaccia le mosche che gli si appiccicano addosso agitando la coda sfilacciata come quella di una scopa. E aspetta il suo momento, quando dovrà tirare il carretto con sopra la statua del Gauchito Gill nel giorno della processione che padre Pepe dedica ogni anno all’indomito santo bandolero, chiamato questa volta a lottare con un nemico imponderabile.

Quaresima Giorno XIV

Quarantena ha la stessa radice di quaresima. Entrambe rimandano ad un periodo di tempo di quaranta giorni, quelli che sono stati necessari al popolo eletto per purificarsi nell’attesa della Pasqua e quelli che ci sono voluti per spezzare l’aggressività della peste feroce che ci affligge. Di fatto quarantena e quaresima si sovrappongono anche nel suono e hanno lo stesso numero di sillabe. La prima raffigura l’atto di isolare o auto isolarsi per scongiurare un pericolo o diminuirne gli effetti deleteri, la seconda un tempo di penitenza in vista della risurrezione.

Vite in fila Giorno XV

La vita dei villeros trascorre in una fila perenne nei giorni di quarantena. Quando più i contatti dovrebbero diminuire e le prossimità distanziarsi, le file si allungano. Alle sei e mezza del mattino, alla spicciolata, la gente comincia a formare i primi crocchi davanti alla cappella del Milagro. Volti mesti di provincia impastati di polvere e silenzi, del Chaco, di Santiago dell’Estero, di Corrientes e di Misiones. Vengono a prendere una borsa di alimenti che dovrà durare tutta la settimana, con dentro cinque chili di prodotti, olio, cacao, latte, zucchero, purè di pomodori, pasta, riso, lenticchie, l’erba mate di largo consumo in questi posti, e qualche confezione di scatolette. Quando arriva il loro turno e possono abbandonare la fila è il momento di formarne un’altra, per ricevere il pranzo da consumare seduti sul marciapiedi o nella propria casa. Si ricomincia il giorno dopo, altre file, questa volta per declinare le proprie generalità ed accedere al sussidio straordinario di 10.000 pesos disposto dal governo per attenuare gli effetti devastanti della crisi nei settori più popolari. Un’altra fila, questa di centinaia di metri, li attende poco distante dalla villa, al bancomat, per ritirare il denaro erogato sul loro libretto di risparmio. Fila per la vaccinazione antinfluenzale nell’infermeria ai margini della villa, fila per la spesa davanti ai supermercati di quartiere, fila nelle verduriere.

Cuoca dei poveri Giorno XVII

Sebastiana spalanca la porta della cucina con la prima luce del giorno e capisce in un istante cos’è avvenuto in sua assenza. Chi vi ha mangiato, chi ha dormito, chi ha saziato i diversi appetiti. Si rimbocca le maniche con vigore d’uomo, prende il sacchetto dell’immondizia e tira dentro gli eccessi della notte con precisione da chirurgo. Devono scomparire dalla vista, e l’olfatto non esserne ferito. Poi strofina con l’alcool in gel le stoviglie una ad una. In tempo di quarantena devono essere limpide e monde.

Prima di venire a vivere nella villa si è presa cura di una donna anziana fino alla sua morte. Una morte da ricchi in una casa da ricchi. Adesso fa la cuoca in una mensa di poveri, nella cappella della villa miseria dove padre Pepe ha piantato la sua base, e dove i commensali arrivano senza preavviso e si siedono per mangiare. Ha dipinto la tavola di legno con vernice azzurra. La tavola si allunga e si restringe come una fisarmonica tutti i giorni, finché l’ultimo arrivato non si è sfamato.

Anime ferite Giorno XVIII

Padre Pepe esce dalla stanza quando il sole non è ancora spuntato, come tutte le mattine di quarantena. Attraversa il cortile fino alla vasca della lavanderia. Piega la testa in avanti e apre il rubinetto. Lascia scorrere l’acqua per un buon tempo. Inizia in questo modo un altro giorno di bene, lavando i suoi lunghi capelli stinti dalle intemperie. Alla sua porta c’è già chi tende la mano e l’anima, ferita.

Perdono Giorno XIX

C’è più comprensione nella villa, e la vita è apprezzata come mai prima. Dei torti che opponevano uno con l’altro si sono sciolti, delle lontananze sono sparite, delle separazioni mitigate e talune divisioni sono meno intransigenti. Il perdono, nei giorni della peste, si è imposto come l’esperienza umana più pacificante. E si capisce il perché. Basta guardare al bambino. Un uomo adulto, allo stesso modo del bambino, si sente più sicuro nell’abbraccio di chi lo ama. Il perdono è anche l’esperienza più mobilitante; più e più profondamente di qualsiasi autocritica o di un saggio incitamento a correggersi. Non che l’una e l’altro non traggano beneficio: quantomeno, se cordialmente ricevuti, sono indice di un animo malleabile. Solo che il perdono e la correzione sono due cose diverse, appartengono ciascuna a due differenti movimenti dell’animo. L’efficacia del perdono è superiore agli esiti migliori della fatica del ravvedimento.

Strappi Giorno XX

Quello che si è temuto con consapevolezza ottusa, comincia a succedere per davvero. La peste si porta via anche gli amici. I WhatsApp che ne annunciano la partenza hanno un sapore amaro. I ricordi crepitano come fiamme tra le stoppie. Gli strappi da chi se ne va scuotono l’essere di chi resta. La morte degli amici addolora, e ci fa pensare alla nostra. E a quel che ci aspetta. A chi ci aspetta, quando la coscienza è avveduta. Forse è il modo con cui la natura rende l’inaccettabile un po’ più familiare a noi stessi.

Ospedale di campagna Giorno XXI

La Chiesa nella villa, più che mai in questi giorni, è un ospedale da campo, per usare una immagine tutta bergogliana. Anzi, una parola coniata da Bergoglio una volta eletto Papa, di cui non esiste traccia nel suo passato. L’espressione l’ha usata per la prima volta nei colloqui dell’agosto 2014 con il direttore di «La Civiltà Cattolica». «Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso». Sono parole che rilette oggi, ventunesimo giorno di quarantena, hanno una letteralità di applicazione impressionante.

di Alver Metalli