· Città del Vaticano ·

Dall’euforia all’ansia

Salvador Dalí «La persistenza della memoria»(1931)

Psicosi in tempo di clausura

29 aprile 2020

A colloquio con Rossella Barzotti


C’è un’emergenza nell’emergenza? Si sta forse sottovalutando la diffusione di un disagio psicologico dovuto sia alla paura del virus Sars Covid2 sia, ancor più, alle sette settimane di isolamento e segregazione nelle case? E, se sì, quali possono essere i rimedi? Quali le terapie? E in che modo le relazioni di fede interagiscono con questa fragilità diffusa? «L’Osservatore Romano» ne ha parlato con la professoressa Rossella Barzotti, psicoterapeuta, che insegna Psicologia all’Università Lateranense.

«Sì, credo che i segni di una diffusione su larga scala di fenomeni di disagio psicologico, connessi all’emergenza covid, siano ormai abbastanza evidenti. Tuttavia non penso che vi sia stata una sottovalutazione del fenomeno. Perché all’occorrenza di un trauma, di qualsiasi natura, succede sempre a ogni essere umano, come prima reazione, che si sottovalutino le conseguenze che il trauma apporterà alla psiche più avanti nel tempo. La sottovalutazione è uno strumento naturale di difesa da un trauma, la cui caratteristica essenziale è l’imprevedibilità. Pensi ad esempio a quanto succede nel caso di un lutto grave: solo dopo settimane o mesi emerge con forza la destabilizzazione data dalla perdita della persona amata. Nella primissima fase prevalgono altro tipo di reazioni emozionali, per esempio si tende a ricercare una colpa o un colpevole (magari inesistenti), o a esprimere rabbia o eccitazione. Se ricorda nelle prime settimane di marzo le reazioni prevalenti erano appunto queste: l’eccitazione, dai tratti perfino ludici, dei cori dai balconi, le sciocche accuse agli “untori cinesi”, le visioni di complotti fantastici. Si attivano cioè dei sistemi archetipici legati all’istinto di sopravvivenza. Si trattava di “incassare” il trauma, rimandando al dopo l’inevitabile elaborazione».

Dopo 15 giorni di isolamento e di limitazione della socialità ordinaria queste reazioni primitive istintive si sono naturalmente cristallizzate. Lasciando il campo — come sempre accade in questi casi — al prevalere di umori e atteggiamenti di tipo prevalentemente depressivo. Se dovessi pensare a uno spartiacque tra le due diverse e conseguenti reazioni, mi verrebbe da indicare la data del 27 marzo. Le immagini potentissime di Papa Francesco quella sera nella piazza san Pietro deserta hanno determinato una forte e diffusa consapevolezza interiore del carattere di tragedia che gli eventi stavano assumendo. È stata molto più di una straordinaria preghiera, a livello psicologico direi un rito catartico universale.

È stato solo l’isolamento a creare questo stato diffuso?

No. I nostri stati emozionali sono sempre e inevitabilmente collegati allo stato della collettività. Anche quel minimo di socialità resistente ha contribuito. Mi spiego meglio con un esempio. La nostra capacità di comunicazione non è legata solo alla parola, anzi la comunicazione non verbale, visiva, è decisiva nell’influenzare le nostre emozioni al livello più profondo, perché “leggiamo” le emozioni altrui e le facciamo nostre. Si ipotizza che il 90 per cento delle nostre reazioni primarie sia determinato dalle espressioni facciali (sorriso, ansia, irritazione, ecc.) altrui. Ora, può immaginare in tal senso cosa significhi uscire di casa e vedere solo persone che coprono il loro viso con delle mascherine? Cioè che non lasciano intravedere il loro stato emozionale? Ha mai sperimentato il disagio che si prova in un ospedale quando parliamo con un dottore coperto da una mascherina? Ecco, lo moltiplichi per mille.

E quindi quali sono le forme del disagio psicologico oggi ravvisabile?

Molte e varie. Intanto c’è una crescita esponenziale dei disturbi d’ansia. Chi già prima della pandemia soffriva di ansia oggi vede molto amplificata questa tendenza, i cui sintomi più evidenti sono l’ipocondria, o i comportamenti ossessivo-compulsivi vissuti come calmiere dell’accresciuta tensione. Ma vi sono diversi ulteriori cluster, penso ad esempio a molti disturbi dell’umore, come lo stato depressivo, o anche come una tendenza alla facile irascibilità, o anche alla confusione dei parametri spazio-temporali e i disturbi del sonno che ne derivano. Da questo punto di vista è essenziale che ci si sforzi di mantenere quanto più possibile una certa regolarità e disciplina negli orari dedicati al sonno, ai pasti, al lavoro e anche allo spazio individuale in una coabitazione prolungata che può generare tensioni. Nei giovani assistiamo spesso a una enfatizzazione dei naturali atteggiamenti oppositivi connessi alla crescita. Dicevo prima che il nostro “individuale” non può prescindere dal “sociale”, ma è anche opportuno che si sappia in qualche modo separare il nostro individuale dal sociale, cioè saper elaborare la nostra sofferenza senza che questa si riversi sugli altri generando ulteriore tensione e sofferenza; penso ad esempio all’aggressività generata dagli stati d’ansia che se non sufficientemente elaborata può suscitare reazioni ancora più aggressive, in una spirale di contagio non dissimile da quella del virus. Sento di dover aggiungere una cosa con molta franchezza. Questo trauma collettivo interviene su una situazione pregressa di grande fragilità, la cui espressione più evidente è sicuramente l’iperattivismo da cui un po’ tutti siamo stati affetti. Per rimanere all’esempio del virus, è come se i nostri anticorpi psichici fossero molto bassi al momento del trauma. Quindi questa situazione inimmaginabile in cui oggi ci troviamo può divenire anche un’opportunità di miglioramento se sapremo chiederci in verità e senza alibi “perché correvo tanto? Cosa mi spingeva?”. E qui il discorso diviene più lungo: l’uomo moderno ha esorcizzato il tema della finitudine umana, ma questo continua ad albergare nel profondo dell’inconscio e a tormentarci, a meno che non sia elaborato in una prospettiva di fede. È uno dei prezzi che si pagano alla scristianizzazione della società.

Ma quali strumenti possono essere messi in campo?

Guardi, dal punto di vista clinico esistono diverse modalità terapeutiche efficaci a trattare lo stress post-traumatico. Ad esempio lo Emdr [metodo che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati a eventi traumatici o a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti] che dà risultati eccellenti in tempi abbastanza brevi. Ma preferirei porre l’accento sulla prevenzione piuttosto che sulle terapie. È importante che nell’agenda dei governi entrino per esempio proposte di diffusione di presìdi psicologici sostenuti dallo Stato. Non ricorrere allo psicoterapeuta quando il vaso è già rotto, ma prima. Penso per esempio già ora, le aziende più grandi e strutturate farebbero bene ad avviare degli spazi collettivi, diciamo dei virtual coffee tra lo staff, in cui si parli non di lavoro ma delle proprie esperienze e si possano esternare le proprie emozioni: si lavora bene quando si sta bene. Occorre avviare cioè nei vari luoghi del nostro vivere (aziende, scuole, circoli, ecc) percorsi di umanizzazione, che poi si diffonderanno a cerchi concentrici su tutti gli ambienti che frequentiamo. Sarebbe bello se anche le parrocchie si attrezzassero per offrire un presidio psicologico per il territorio e incontri di questo tipo.

La fede può essere un supporto psicologico?

Certamente sarebbe ben misera cosa ridurre la fede a terapia psicologica. Ma è anche vero che quando la fede interpreta al meglio il carattere principale della Buona Novella, cioè il sentimento della Gioia, essa ci aiuta a stare bene, a vivere meglio. Premesso che non ci è concesso, mai, di giudicare o misurare la fede degli altri, dobbiamo essere consapevoli però che l’essere umano ha sempre bisogno di strutture mentali. Per alcuni il ricorso alla ritualità funge anche da collante delle espressioni più profonde della propria fede, cioè unisce quello che la persona ha dentro di sé. Cioè il rito tiene insieme esperienza di fede e struttura psicologica. Senza il rito rischiano di crollare entrambi. Per questo si deve comprendere il forte bisogno di ritorno alla ritualità che emerge tra tanti cristiani, e non trattarlo con senso di superiorità.

Come vive questa fase straordinaria chi ha il compito di sostenere la psiche altrui?

Credo che anche per noi psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, questo possa essere un tempo utile di discernimento e di apprendimento. Mi tornano spesso in questi giorni le parole di Victor Frankl: «Ho trovato il senso della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare il senso della propria vita». Non smarrire il senso della propria esistenza è l’imperativo di questi giorni. Anche per noi. E poi, rifletto soprattutto su due aspetti: il rafforzamento — visto che in qualche modo siamo tutti sulla stessa barca — della pratica dell’ascolto mai giudicante. E poi lo sforzo di rimanere sempre ancorati al presente, al qui e ora. Io credo che la cosiddetta “fase 2” sarà psicologicamente anche più difficile dell’isolamento attuale. Guardare insistentemente a come era prima o pensare con timore a cosa sarà dopo sono i primi segni di un disagio montante. Rimaniamo consapevoli a noi stessi. Rimaniamo presenti. Hic et nunc.

di Roberto Cetera