· Città del Vaticano ·

Così nei monasteri si combatte la pandemia

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In Francia alcune comunità sono impegnate nella confezione delle mascherine

24 aprile 2020

«Marie, che è aspirante suora nel nostro convento, ha in passato lavorato in sala operatoria, quindi la sua esperienza è fondamentale per l’assemblaggio dei pezzi di tessuto»: a Chabeuil, cittadina situata nel sud della Francia, lungo il fiume Rodano, le suore Cooperatrici parrocchiali di Cristo Re hanno subito risposto con entusiasmo alla richiesta dell’ospedale di Valenza, rilanciata poi dalla diocesi, di confezionare mascherine per arginare la propagazione del covid-19 nel paese. «Non ha nulla a che fare con la vocazione primaria della nostra Comunità Saint-Joseph, che è quella di proporre ritiri ignaziani, ma abbiamo ricevuto la chiamata dal vicario generale come un invito a sostenere la popolazione proprio mentre stavamo riflettendo su come aiutare», racconta suor Marie-Cécile. Le maschere sanitarie prodotte a Chabeuil sono tra le più complesse da produrre perché sono destinate a essere indossate dal personale medico. All’inizio non è stato molto semplice: le suore hanno studiato il modello con cura prima di dividere il lavoro tra dieci di loro per realizzare i dispositivi medici di protezione. Nei primi giorni, in mancanza di materiale, le suore di Chabeuil — che tramite i video diffusi sul loro canale YouTube e la loro pagina Facebook sostengono i fedeli nella preghiera e ad affrontare la situazione con ottimismo — hanno iniziato a raccogliere tessuti, filo e soprattutto macchine da cucire. Grazie all’appello condiviso non meno di 3000 volte in neanche un giorno su Facebook, ne hanno ricevuto otto esemplari nell’arco di poche ore.

Come le cooperatrici parrocchiali di Cristo Re, diverse comunità religiose in Francia hanno avviato la produzione di maschere sanitarie per far fronte alle carenze di materiale di protezione nell’attuale epidemia di coronavirus. Dalle suore della Consolazione di Draguignan, in Provenza, le macchine da cucire funzionano senza tregua. Perfino di domenica, il giorno del Signore. «Il 17 marzo il sindaco ci ha contattato perché sapeva che nel monastero esisteva un laboratorio di cucito e ci ha detto: dato che avete delle macchine da cucire, è possibile per voi confezionare delle mascherine?» racconta a «L’Osservatore Romano» madre Agnès, la superiora di questa comunità di “monache-missionarie” creata nel 1989. «Per una bella coincidenza, lo stesso giorno, il vescovo di Fréjus-Toulon, monsignor Dominique Rey, ci ha chiesto di filmare e animare l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. È stato creato un canale YouTube dedicato a questa funzione religiosa», rileva. La vita si svolge dunque tra la cappella e il laboratorio. Da metà marzo fino a oggi, le 25 suore hanno confezionato ben 7000 mascherine, interrompendo tutte le altre attività manuali. All’inizio era soltanto la città di Draguignan a richiedere il materiale sanitario per le infermiere, poi si è aggiunta la città di Tolone, a un centinaio di chilometri, da dove le richieste provengono sia da privati e che da operatori sanitari. Sotto il controllo dello stesso sindaco, queste maschere sanitarie lavabili, il cui modello è stato progettato da un epidemiologo dell’ospedale universitario di Grenoble, vengono quindi ridistribuite in priorità a farmacie, panetterie, vigili del fuoco e altri servizi alla popolazione, dopo essere state benedette dal cappellano del convento. «Preghiamo tanto Nostra Signora del popolo, la Vergine che ha salvato Draguignan della peste nera che aveva decimato gli abitanti della città all’inizio del 16° secolo», aggiunge madre Agnès. Ciascuna delle maschere di protezione confezionate è affidata alla sua protezione.

Anche nella diocesi di Tarbes et Lourdes la richiesta di aiuto è arrivata dalle autorità locali. Vedendo che le loro scorte stavano diminuendo a vista d’occhio, la prefettura e l’ospedale hanno fatto appello a tutte le persone di buona volontà, e in particolare alle molte comunità religiose sul posto, per raccogliere lenzuola da utilizzare per la confezione di camici e mascherine. «In questa particolare situazione di sofferenza legata all’epidemia, ho pensato che potevamo, oltre alla nostra preghiera, offrire il nostro lavoro. Fin dall’inizio del confinamento, volevamo offrire un aiuto più concreto, ma dove?», racconta suor Marie Stella, del Carmelo di Lourdes. «Il 2 aprile, abbiamo ricevuto una chiamata dall’ospedale per chiederci se avevamo delle lenzuola per confezionare i camici del personale. Cercavano anche persone che sanno cucire — prosegue la carmelitana — e dato che abbiamo alcune sorelle sarte, abbiamo accettato e finora sono stati realizzati cinquanta camici». Pochi giorni dopo, il sindaco di Lourdes ha contattato a sua volta la comunità per chiedere alle monache di realizzare anche le mascherine con i tessuti che le vengono forniti. Si sono dunque attivate con entusiasmo, con la sola differenza che il loro lavoro non è più accompagnato dal suono delle voci dei pellegrini di Lourdes che abitualmente percepiscono all’interno delle mura del monastero, visto che il Santuario è attualmente chiuso al pubblico.

di Charles de Pechpeyrou