· Città del Vaticano ·

Convivere con l’imponderabile

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Conversazione con il poeta Franco Arminio

27 aprile 2020

«La grazia della creatività». Parole importanti, quelle pronunciate stamane da Papa Francesco durante la Messa a Casa Santa Marta: «Preghiamo oggi per gli artisti, che hanno questa capacità di creatività molto grande e per  mezzo  della strada della bellezza ci indicano la strada da seguire. Che il Signore  dia a tutti  noi  la grazia della creatività in questo momento». Importanti le parole finali, «in questo momento», che sembrano un’indicazione rispetto alla sfida di questo nostro tempo: se è sensato affidarsi al rigore della scienza, non è insensata la fiducia negli slanci e nelle visioni di chi ha la grazia di “creare”. E perciò chiediamo del dopo al poeta. A chi non ha numeri, statistiche e strategie. Lo chiediamo a un particolare “sentire”, un sentimento del tempo. È un verbo, “sentire”,  a cui Franco Arminio, nel dialogo con «L’Osservatore romano», aggiunge continuamente un complemento: “con il corpo”. Sentire con il corpo. «Non riuscirei a parlare di una vicenda come questa senza sentire, o almeno senza desiderare, una partecipazione fisica. Paradossalmente è aiutato chi ha perso un genitore o un caro: gli altri rischiano di essere spettatori di un gigantesco spettacolo di intrattenimento, che ci raggiunge in tv e sul web con numeri e grafici, curve che salgono e scendono. E invece quelli sono Filippo, Nicola, Marcello, Lucia, uomini e donne che hanno chiuso gli occhi, hanno esalato l’ultimo respiro da soli. Anche prima si moriva, ma non da soli. Siamo in una sorta di Inferno. È una cosa enorme».

Franco Arminio, cosa succede dopo la pandemia? Come ne usciremo?

Non lo so. E aggiungo: questo non saperlo mi sta benissimo. Si è aperta una crepa troppo profonda per pensare di poterla spiegare in 444due righe. E così questa domanda per me ne genera un’altra: si può convivere bene con l’imponderabile? Dobbiamo per forza sapere a tutti i costi che fine fa il mondo domani?

Lei quindi non spera in nulla? Non immagina nulla?

Certo, spero e immagino. Per esempio penso che ci ritroveremo con più chiarezza sull’essenzialità, in base a ciò che abbiamo scoperto di noi in queste settimane.

E cosa abbiamo scoperto?

Che in un paese non c’è bisogno di quattro bar ma ne basta uno, che tanti bisogni non erano necessari ma indotti. Abbiamo capito che si può stare senza gli occhiali da sole o senza il negozio di abbigliamento: nessuno sta morendo senza acquistare un pantalone nuovo. Ma esagero, abbiamo scoperto anche la secondarietà di alcuni prodotti culturali: per esempio secondo me si sta sentendo poco la mancanza del cinema, che negli ultimi anni era diventato un rito un po’ stanco. E poi parlo personalmente: ero pieno di appuntamenti e invece in questi giorni non sto guadagnando niente. È vero, io non sono povero, però credo che quando tutto sarà finito mi sembrerà di essere meno sensibile al guadagno di quanto lo fossi prima.

Sarà automatica questa nuova coscienza?

No, ci sarà un grande conflitto di visioni, tra chi vorrà tornare alla normalità, come se nulla fosse successo, e chi vorrà approfittarne per far valere nuovi valori. Io non so chi vincerà, ma penso che bisognerà battersi perché certi valori (quelli cristiani, di gentilezza, di clemenza, di concordia) possano avanzare. Temo che molti penseranno di poter proseguire nella stessa ottica, anche perché la crisi economica è generalizzata e in queste situazioni i ricchi hanno sempre più protezioni.

Quali riflessioni ha maturato in questi giorni? Cosa è divenuto più chiaro?

Il fatto che la crisi della religione genera idolatria, la mancanza di un dio ha trasformato in un dio proprio il virus, questo idolo minaccioso che sta al centro di tutto, con i suoi dogmi e la predicazione della paura. È prevalsa la religione del panico. E anche sul cosiddetto sussulto morale dei popoli, dobbiamo dirci la verità: la gente non sta a casa per rispetto degli altri, sta a casa perché non si vuole ammalare. Non c’è un livello etico così alto per cui il popolo è diventato tutto a un tratto rispettoso. Dico di più: trovo assurda l’esasperata colpevolizzazione dei pochi che magari hanno trasgredito in un’ottica di buonsenso, e trovo inaccettabili certi eccessi di severità che spesso hanno un chiaro sapore da campagna elettorale: tanti sindaci stanno facendo a gara per sembrare più rigorosi  perché hanno capito di avere il consenso della maggioranza dei cittadini.

A un poeta propongo un’immagine: le bare di Bergamo trasferite dall’esercito. Le ha viste in tv? Cosa le “hanno detto”?

Ho immaginato una fila di defunti davanti al Paradiso e qualcuno che dice: “Siete in troppi, non si può entrare”. Ho sentito in modo così forte la loro pena da immaginarla non solo al cimitero dell’aldiqua, ma a quello dell’aldilà.

Scopriamo un “essere” piccolissimo che può metterci sotto scacco. Lo chiedo a Lei che ha scritto una raccolta dal titolo «Cedi la strada agli alberi». Questa vicenda potrà cambiare il nostro rapporto con il creato?

Non c’era bisogno del coronavirus per capire che gli uomini avrebbero dovuto creare una nuova alleanza con gli animali e con le piante. Però sono ottimista: penso che in parte della popolazione qualche nuova sensibilità possa emergere. Ma ripeto quello che dicevo prima: sarà sempre una battaglia culturale tra tensione ideale e interessi. Non è che ci sveglieremo e qualcuno ci regalerà questo mondo più ecologico…

La poesia è accesa dai grandi drammi. Ha avuto più voglia di scrivere, più ispirazione?

Rispondo sempre personalmente. Questo tipo di situazione mi ha attirato perché è stato come se il mondo mi avesse raggiunto. Io normalmente vivo di panico e di ipocondria, che sono tra le mie muse, e ora in effetti tutti vivono nel panico e nell’ipocondria. Inoltre io vivo nei paesi e provo a raccontarne la bellezza. Ora tutte le città, fermandosi, sono diventate come i paesi: prima Bisaccia era ferma e Milano correva, ora Bisaccia è ferma e Milano pure. E poi l’imprevedibile e l’emergenza sono sempre luogo di fermento poetico. Mi ha colpito in negativo, al contrario, la reazione tiepida che ho percepito in molti scrittori. Molti sono rimasti in silenzio, come a volersi staccare da questo effluvio di opinioni. In qualche caso è un silenzio meditativo, in altri è semplicemente la prova della difficoltà a uscire dalle proprie vicende personali.

Al poeta chiedo la parola. Una parola centrale per questi giorni e per il futuro.  

Ne stiamo dicendo troppe, c’è quasi un diluvio di parole. Eppure una mi sembra centrale: la parola “attenzione”. In particolare l’attenzione al dolore, alla solitudine e alla povertà, anche la nuova povertà che ha portato questo virus, quella di chi non sa neppure a chi deve telefonare per farsi fare un tampone o per dire che ha un po’ di tosse. Ecco, attenzione alla povertà. 

di Giuseppe Suriano