· Città del Vaticano ·

Contenzioso sulle acque del Nilo

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Per la realizzazione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga più grande d’Africa

14 aprile 2020

Il 13 agosto del 1995, in occasione del v Stockholm Water Symposium, in Svezia, Ismail Serageldin, allora vicepresidente della Banca mondiale, affermò che «se le guerre di questo secolo sono state combattute per i giacimenti di petrolio, quelle del secolo venturo si combatteranno per il controllo dell’acqua». Lungi dal voler essere forieri di sventure, bisogna riconoscere che oggi vi sono, nel perimetro del mondo globalizzato, molti segnali in linea con le previsioni di Serageldin. L’acqua, d’altronde, è un bene comune dei popoli, una risorsa primaria e sempre più preziosa tanto da essere ormai considerata alla stregua di un bene di consumo e per questo soggetta alle leggi del mercato.

Intorno all’acqua infatti oggi si muovono grandi interessi economici, tanto che ci si riferisce a essa come “l’oro blu” e per essa si arriva ormai a combattere accese dispute che in alcuni casi possono generare vere e proprie ostilità. Lo sa molto bene Serageldin, personaggio di altissimo profilo culturale — fondatore della Nuova Biblioteca di Alessandria nel 2002 — nato in Egitto, nella città di Giza attraversata dal fiume Nilo. Le sue acque e il limo, depositato dopo le inondazioni, sono stati per il suo paese, fin dal tempo dei faraoni, una grande risorsa e un’importante fonte di sostentamento per le popolazioni che vivono lungo le sue sponde.

Sta di fatto che oggi questa straordinaria risorsa idrica rappresenta l’oggetto di un contenzioso legato alla realizzazione di una diga sul Nilo Azzurro. Si tratta di un progetto, in fase molto avanzata, perseguito dall’Etiopia che nel 2011 ha iniziato a costruire la Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), il cui invaso, quando sarà completato, avrà la capacità totale di 74 miliardi di metri cubi d’acqua. La centrale dovrebbe essere in grado di produrre oltre 6.000 megawatt di elettricità, l’equivalente di sei reattori nucleari. Sarà la più imponente diga idroelettrica di tutto il continente africano.

Riguardo a questo progetto vi è da molto tempo una divergenza di opinioni tra il governo di Addis Abeba e quello del Cairo. Il primo sostiene che l’opera non avrà nessun effetto negativo sull’Egitto e che la realizzazione del progetto è indispensabile per lo sviluppo economico del proprio paese. Dal canto loro, le autorità egiziane sostengono che, una volta che entrerà in funzione la Gerd, si verificherà un’importante riduzione del gettito delle acque del Nilo. In questa controversia si inserisce anche il governo sudanese che, nonostante comprenda le preoccupazioni egiziane, guarda anche ai futuri benefici della costruzione della diga.

Tornando indietro con la moviola del tempo, è importante ricordare che la regolamentazione sulla gestione delle acque del Nilo fu oggetto di due differenti trattati. Il primo risale al 1929 e venne firmato dall’Egitto e dalla Gran Bretagna (per conto del Sudan, allora sua colonia). L’intesa riconosceva a Egitto e Sudan un diritto storico e naturale all’uso delle acque del fiume. Successivamente, a seguito dell’indipendenza del Sudan, venne siglato un secondo trattato nel 1959, tuttora in vigore, che assegna all’Egitto il 75 per cento delle acque del fiume, lasciando al Sudan la rimanente parte. È chiaro che questa intesa, così com’è stata concepita oltre sessant’anni fa, non è gradita dai paesi a monte, inclusa l’Etiopia, in quanto escludente.

È bene precisare che il Nilo, con i suoi 6.671 chilometri di lunghezza, sarebbe, secondo recenti misurazioni, il secondo corso d’acqua del pianeta, dopo il Rio delle Amazzoni e il suo bacino idrografico di 3.254.555 kmq interessa undici paesi: Burundi, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Rwanda, Uganda, Sudan, Sud Sudan e Tanzania. Da rilevare che si tratta di paesi molto dipendenti dall’agricoltura che fanno sempre più affidamento sulle acque del bacino nilotico, in un contesto segnato da ricorrenti siccità dovute al riscaldamento climatico, che dal 2000 colpisce duramente tutta l’Africa subsahariana.

È comunque bene precisare che di fiumi Nilo ce ne sono due e che solo a Khartoum, in Sudan, diventano un unico grande corso. Il bacino idrografico dunque è costituito dalla congiunzione dei due affluenti principali: il Nilo Bianco, che ha la sua sorgente nel Lago Vittoria, e il Nilo Azzurro, che nasce nel Lago Tana in Etiopia.

Quest’ultimo offre l’85 per cento della portata del fiume, in quanto la maggior parte delle acque del Nilo Bianco si perde nelle paludi o evapora nelle zone aride attraversate. Considerando gli effetti del surriscaldamento globale e la crescente pressione demografica — si calcola che la popolazione della fascia nilotica, entro vent’anni, passerà dagli attuali 400 milioni di persone a circa 700 milioni — il bacino del Nilo è destinato ad impoverirsi notevolmente. È dunque evidente che la convivenza non è facile quando sono in gioco così tanti interessi e certamente quello della Gerd è imponente.

L’Etiopia, stando a varie fonti giornalistiche, sarebbe disposta a consentire, dopo lo sbarramento della diga, la prosecuzione a valle di un gettito d’acqua pari a 35 miliardi metri cubi, mentre l’Egitto ne pretenderebbe 40 (il gettito annuo del Nilo Azzurro è di 49 miliardi metri cubi). Le trattative tra le parti hanno subito numerosi arresti e proprio il 31 marzo scorso il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha chiesto una ripresa dei colloqui trilaterali sulla diga tra Sudan, Egitto ed Etiopia. Sia gli Stati Uniti, come anche la Banca mondiale si sono resi disponibili a mediare nella consapevolezza che il tempo stringe e il ciclopico progetto dovrebbe essere completamente operativo nel 2022.

Non v’è dubbio che per il governo di Addis Abeba la diga è davvero importante, in quanto, una volta ultimata, consentirà all’Etiopia di diventare il primo esportatore di energia elettrica dell’Africa, oltre a creare le condizioni per una importante industrializzazione del paese. Di converso il governo egiziano teme non solo una penuria nell’approvvigionamento idrico, per soddisfare adeguatamente il proprio fabbisogno agricolo, ma anche una riduzione del livello dell’acqua sullo sbarramento della diga di Assuan quando la Gerd inizierà la propria attività a pieno regime.

Da rilevare che proprio in questi giorni, Yasser Abbas, ministro sudanese per l’irrigazione e le risorse idriche, ha riferito che sebbene il suo governo attenda una ripresa dei negoziati sulla diga a Washington, ha escluso la possibilità che il suo governo possa svolgere il ruolo di negoziatore tra le parti, per quanto riguarda la disputa tra Egitto ed Etiopia. Abbas ha spiegato che, poiché il Sudan deve difendere i propri interessi, non potrà essere neutrale o agire da mediatore tra le altre due parti. Intanto, è sempre più acceso il dibattito a livello continentale, nei circoli della società civile e in particolare tra gli ambientalisti, sul modello di sviluppo da adottare in Africa, in riferimento, alla costruzione delle dighe. Ai benefici derivanti dalle infrastrutture e dalla creazione di posti di lavoro, fanno da contraltare gli impatti negativi sull’ambiente, nonché l’opacità in merito ai costi. Nel caso della Gerd inizialmente la spesa prevista era di 3,4 miliardi di euro, ma la somma è destinata a lievitare. L’augurio è che il negoziato tra le parti sulla grande diga possa concludersi positivamente, mettendo fine ad un conflitto diplomatico che rischia di diventare pericoloso per la stabilità e la pace di una così vasta regione dell’Africa.

di Giulio Albanese