· Città del Vaticano ·

Consumata d’amore sulla croce

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Nel Sabato santo del 1903 moriva Gemma Galgani

11 aprile 2020

La consideravano una sciocca, una sorta di infatuata, a volte un’isterica. Perfino la fase diocesana del processo di canonizzazione ha dovuto essere spostata in un’altra sede per legittima suspicione. Giudicata con gli occhi del mondo, il bilancio della sua esistenza è quasi fallimentare. Misurata con gli occhi di Dio, Gemma Galgani è una perla di santità e una mistica eccezionale.

Nata a Borgonuovo di Camigliano (Lucca) il 12 marzo 1878, ben presto iniziò a sperimentare locuzioni interiori e, nel giorno della cresima, nella chiesa lucchese di San Michele in Foro, sentì una voce che le chiedeva il sacrificio della mamma. Fu così che a sette anni rimase orfana di madre.

Agli inizi del 1887 frequentò le suore oblate dello Spirito Santo, fondate dalla beata Elena Guerra, per prepararsi alla Prima comunione. In quell’istituto, incontrò suor Camilla Vagliensi, un’oblata che le spiegò il Vangelo. Gemma rimase talmente colpita dalla narrazione della Passione del Signore che ne fece la sua cifra per tutta la vita. Nel 1889 si iscrisse al corso di studi nell’istituto delle oblate. In quell’ambiente comprese che Cristo la chiamava a una amicizia più stretta, ma non sapeva come realizzare il suo desiderio. Purtroppo, la croce iniziò molto presto a caratterizzare la sua esperienza.

All’età di diciotto anni dovette affrontare, senza anestesia, un’operazione al piede. Nata in una famiglia di buone condizioni sociali, in cui il padre esercitava la professione di farmacista, sperimentò anche la miseria. Infatti, a causa dell’ingenuità negli affari del genitore, la farmacia di famiglia fallì e iniziarono le difficoltà e le sofferenze.

A quel tempo, chi falliva era marchiato a vita e non aveva prospettive per recuperare la posizione sociale perduta. Gemma fu così costretta ad abbandonare la casa dove viveva e a ritirarsi in una povera abitazione alla periferia della città. La povertà divenne la sua compagna di viaggio fino a quando, nel novembre 1897, anche il padre morì prematuramente. Una sorella, per salvarla dall’indigenza, la portò con sé a Camaiore, dove Gemma passava le giornate tra la partecipazione alla messa, la preghiera e la presenza nella merceria gestita dalla sorella.

Fanciulla di bello aspetto, fu corteggiata da alcuni pretendenti, ma sempre rifiutò energicamente le profferte di matrimonio. Voleva donarsi solo a Dio. Purtroppo, in quel periodo nuovamente la croce bussò alla sua porta: si ammalò di una osteite alle vertebre che la ridusse in fin di vita. Rientrata a Lucca, fece una novena a Margherita Maria Alacoque, a quel tempo non ancora canonizzata, e venne guarita. Era l’aprile 1899. In segno di riconoscenza pensò di entrare tra le Visitandine, ma non venne accolta. Non aveva dote, era malata e i monasteri a cui si rivolse si rifiutarono di prenderla. Viveva da consacrata nel mondo, vestita dimessa, sempre di nero. Non aveva altri interessi che Cristo e la sua Chiesa. Amava firmarsi: «la povera Gemma».

In vista dell’Anno santo del 1900, i religiosi passionisti predicarono un corso di esercizi spirituali nella cattedrale di San Martino. Gemma si confidò con alcuni di loro e iniziò a sentire attrazione per la spiritualità di san Paolo della Croce. Padre Gaetano Guidi le permise di emettere i voti di povertà, castità e obbedienza, prima per un periodo, dal 5 luglio all’8 settembre, poi di rinnovarli in seguito. Nel giugno 1899 la donna ricevette il dono delle stimmate che cercava di nascondere agli altri per pudore. In quel periodo, venne a contatto con la ricca famiglia Giannini che la accolse al suo interno come una figlia. Lì conobbe il passionista Germano Ruoppolo che divenne suo confessore. Gli inviava le lettere da Lucca a Roma con un postino straordinario: niente meno che il suo angelo custode.

Iniziò così un periodo di ricche esperienze mistiche: la vedevano cadere in estasi mentre riviveva la flagellazione, la coronazione di spine. Operò numerosi prodigi e questi eventi attirarono su di lei l’attenzione anche di scienziati e perfino lo scetticismo del suo confessore, il vescovo Giovanni Volpi, ausiliare di Lucca.

Nel 1901 per ordine di padre Ruoppolo scrisse l’autobiografia, Il quaderno dei miei peccati. L’anno successivo si offrì vittima a Dio per la salvezza dei peccatori, i quali erano sempre stati al centro dei suoi sacrifici e delle sue preghiere. In un’esperienza mistica, Gesù le chiese di fondare un monastero di claustrali passioniste a Lucca. Nonostante il suo impegno e il suo vivo desiderio, non riuscì a realizzarlo. Nel settembre 1901 si ammalò gravemente di tubercolosi. Non si riprese più, le sue sofferenze divennero misericordia per tanti peccatori. Morì il Sabato santo del 1903, l’11 aprile, come quest’anno. Lasciò scritto: «Sono così forti i lacci del tuo amore che io non posso uscirne... Lasciami pure la libertà: io ti amerò dappertutto, io ti cercherò sempre».

Dopo la sua morte, Pio X firmò il decreto di erezione del monastero delle passioniste a Lucca. Non poté entrarvi da viva, venne accolta da morta. Infatti il suo corpo, rivestito con l’abito delle monache, riposa nella chiesa del monastero diventata santuario.

di Nicola Gori