· Città del Vaticano ·

Con la grazia dello squilibrio

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Ginnaste, tuffatrici e «icone dell’Essere» nella scultura di Francesca Tulli

20 aprile 2020

Nel mio piccolo viaggio, mentre nel mondo infuria una strana tempesta che lascia migliaia di morti, ridisegna abitudini, potentati economici, mi soffermo su una scultrice di grande eleganza e forza. La scultura, diceva il grande Arturo Martini, nostro genio tutelare in questo breve itinerario tra artisti plastici, sembra ormai una “lingua morta”. E questo parrebbe ancora più  oggi, non solo per la rarità della committenza pubblica o privata spesso ignorante o semmai incline a esperimenti spesso discutibili di architettura, ma anche per una sorta di invadenza della comunicazione immateriale, virtuale o in remoto che  oggi  dilaga per motivi anche contingenti.

La scultura invece è forma presente, plastico ingombro, eloquenza fisica. Ma la nostra attenzione che ha toccato per ora le opere di Riva, Mutinelli, Severino, forse trae anche dalla sua inattualità speciali ragioni. E non per amore della custodia dovuta a una specie di “riserva” o di territorio liminare, quanto per il motivo opposto.

In una scultrice piena di grazia e di forte eleganza come Francesca Tulli, consacrata da numerose mostre in Italia e all’estero e dall’attenzione di critici e storici dell’arte autorevoli come, tra gli altri Carlo Fabrizio Carli e Beatrice Buscaroli, i motivi della ricerca in scultura appaiono particolarmente attuali, come si dice in termini poveri. “Attuale” infatti vorrei usarlo qui nella accezione di atto presente, di forza d’eloquenza adeguata ai tempi che viviamo. Un atto, insomma, capace di leggere e mostrare qualcosa che ci riguarda profondamente. Nelle sue figure infatti va in scena una ricerca dell’umano equilibrio che coincide però con una sorta di danza dell’essere. Il contrario, per intenderci, dell’uomo inscenato dalla ideologia rinascimentale dell’uomo vitruviano centro e misura della realtà.

Il modo con cui le figure della Tulli abitano e rendono vivo lo spazio, infatti, a volte in proporzioni minuscole, comunicano una tutta viva  tensione a un equilibio diverso dalla auto-celebrazione o della dimostrazione di autosufficienza. Sono figure ritratte in bilico, in posizioni verticali o curve, quasi tuffatori o ginnasti, eppure non lo sono, ovvero sono spogli di qualsiasi attributo che leghi quella posizione a una sorta di compito da svolgere. Figure esistenziali dunque, ritratti di anima, non di funzioni atletiche o di posture esibite.

Così anche le citazioni o allusioni che sembrano affollarsi nel vedere queste figure, dalla scultura greca a quella etrusca ripresa da Giacometti, in realtà dileguano per lasciare campo alla nettezza di una situazione di tensione e di “rischio” che sono la cifra reale del suo gesto. Quella dimensione di tensione e di rischio proprie della nuda esistenza che spesso l’uomo di oggi  oscura — cancellarle non può — con la retorica dell’autodeterminazione sviluppata a più livelli, dal filosofico al giuridico, e con le presunzioni di sicurezze acquisite dai beni materiali o dall’organizzazione sociale.

Proprio in un tempo come questo, il nudo ritratto dell’umano di Francesca Tulli ci richiama in modo potente e senza sbavature retoriche a una condizione essenziale e vitale, più vitale di quanto possa fare ogni retorica diffusa con tutti i mezzi con cui  oggi, come diceva Mario Luzi, la parola perde se stessa in una proliferazione che produce glossolalia e non profezia. La sapienza plastica delle sue creature, la elementare eleganza coincide, come avveniva in modo diverso per Martini, con lo squilibrio verso l’essenziale.

di Davide Rondoni