· Città del Vaticano ·

Chiesa che accoglie

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Le testimonianze di alcune donne immigrate ospitate a Roma dalle suore scalabriniane

15 aprile 2020

È scappata quattro anni fa dalla Nigeria, dove fin dalla sua adolescenza ha subito minacce e violenze fisiche continue. Esasperata ha deciso di abbandonare il suo Paese per poter assicurare un futuro migliore a lei e al suo bambino, di cui però ha perso le tracce. Prima, è riuscita a raggiungere la Libia, dove sono proseguiti i maltrattamenti e le violenze fisiche. Sfruttata e schiavizzata per oltre un anno ha anche rischiato di morire perché picchiata selvaggiamente dai suoi aguzzini. Arrivata in Italia, nell’isola di Lampedusa, Cristina (il suo è un nome di fantasia) ha avuto la fortuna di imbattersi nella rete di solidarietà promossa dalle suore missionarie di San Carlo Borromeo (scalabriniane). Adesso, vive e lavora a Roma, ospitata in una delle due strutture di accoglienza per sole donne gestite dalle scalabriniane, nell’ambito dell’iniziativa «Chaire Gynai», espressione greca che significa “Benvenuta donna”. Ed è propio nella struttura di via della Pineta Sacchetti, insieme ad altre donne con bambini, che Cristina, che ha voluto ricevere il sacramento del battesimo a Roma, ha trascorso i giorni di Pasqua all’insegna della solidarietà e della condivisione. «Se da un lato la pandemia sta creando a queste donne, e non solo, notevoli problemi dal punto di vista lavorativo, ha favorito le condizioni per un clima di maggiore fratellanza, tolleranza e reciproco rispetto», spiega a «L’Osservatore Romano» suor Eleia Scariot, religiosa scalabriniana coordinatrice di «Chaire Gynai» e responsabile delle case di accoglienza di via della Pineta Sacchetti e di via Michele Mercati, ai Parioli.

Papa Francesco ha voluto affidare questo progetto alle scalabriniane, famiglia religiosa da sempre attenta ai temi sociali ed in particolare al dramma dei migranti. Nel giugno 2018, sono state inaugurate nella capitale due case per realizzare questo progetto di seconda accoglienza seguito dal Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. L’iniziativa «Chaire Gynai» è stata resa possibile anche grazie alla collaborazione della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, dell’Unione internazionale superiore generali (Uisg) e della Conferenza episcopale italiana (Cei).

«Durante la Settimana santa — spiega suor Eleia — insieme alle donne ospiti nelle nostre case abbiamo condiviso gran parte delle giornate e accompagnato i momenti di preghiera e di riflessione. I bambini hanno mangiato le uova di Pasqua con grande gioia per le sorprese contenute. Oltre a giocare insieme, hanno realizzato diversi disegni raffiguranti i simboli della nostra festività. Le mamme hanno condiviso e mangiato la colomba di Pasqua e abbiamo spiegato loro, in particolare alle ospiti musulmane, cosa rappresenta per noi Cristo Risorto. Non tutte sono cristiane, ma anche quelle musulmane hanno apprezzato questi momenti di reciproco rispetto e fratellanza. Il coronavirus — aggiunge — ha in sostanza impedito a gran parte di loro di poter andare al lavoro, però, allo stesso tempo, consente di poter stare insieme, rispettando le reciproche distanze e raccontare le proprie esperienze».

Nelle due case sono accolte donne che hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiate in Italia o che potrebbero regolarizzare la loro posizione. Si può stare per un periodo che va dai sei mesi a un anno al massimo, comunque fino a quando non abbiano raggiunto una completa autonomia. Al momento, sono ospitate una trentina di donne con nove minori, provenienti da Siria, Nigeria, Uganda, Senegal, Repubblica Democratica del Congo, Camerun, Etiopia, India e Burundi. «Valorizziamo il principio della dignità umana — dice al nostro giornale suor Eleia — il diritto alla libertà e all’uguaglianza, la valorizzazione delle persone e la loro tutela. È un progetto di semiautonomia fondato sull’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione per percorsi di vita autonoma e di processi di cittadinanza e inclusione sociale». La base è il riscatto della speranza: queste ragazze e mamme ricevono aiuto e accompagnamento umano e professionale, vivendo esperienze di convivenza, di svago e di spiritualità che siano rivitalizzanti per riscattare la stima di loro stesse, spesso ferita durante il loro viaggio migratorio. Allo stesso tempo, queste donne e i loro figli potranno contribuire alla costruzione di una società diversa, qui nel territorio romano dove sono inserite». Nelle due case romane sono passate quest’anno diverse migranti, alcune delle quali hanno già terminato il loro percorso di semiautonomia, come Fatima e Abir (nomi di fantasia) mamma e figlia, di origine siriana, arrivate in Italia qualche anno fa grazie ai corridoi umanitari. «Il nostro — ci spiega la scalabriniana — è un intervento più di progettualità che di assistenzialismo vero e proprio. Le donne sono protagoniste delle loro vite. Grazie a “Chaire Gynai” vengono formate professionalmente e aiutate a trovare un’occupazione».

«Purtroppo — aggiunge suor Eleia — adesso rischiano di perdere il lavoro a causa della pandemia. Sono preoccupate perché dopo aver abbandonato i loro Paesi, lasciato i familiari, fuggite da guerre e violenze, adesso il loro futuro è nuovamente compromesso». Fatima e Abir, per esempio, quando hanno abbandonato la Siria hanno dovuto separarsi dal papà e dal fratello. Prima, hanno soggiornato tutti insieme, per diverso tempo, in un campo profughi del Libano, e poi sono transitate in Italia. «Questi sono traumi difficili da rimuovere — aggiunge la religiosa — solo grazie a un lavoro attento e a un sostegno spirituale si possono raggiungere risultati soddisfacenti. Quando le donne arrivano in Italia, facciamo loro un colloquio e si prosegue con l’iter per la documentazione, poi le terapie psicologiche e come gestire le pratiche della vita quotidiana».

Assistite da volontari e scalabriniane, coordinate da suor Eleia, le donne vengono poi impegnate in corsi di formazione professionale e faccende domestiche. Attività utili a recuperare la dimensione relazionale perduta. «Noi le accogliamo con entusiasmo, anche perché il Papa ripete spesso che la Chiesa è madre. Il lavoro più difficile — conclude la missionaria scalabriniana — è riconquistare la fiducia: uomo-donna, donna-donna, con la Chiesa. Puntiamo a un servizio alla persona nella sua globalità».

di Francesco Ricupero