· Città del Vaticano ·

Capitalismo da ricostruire a partire dalla sanità pubblica

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A colloquio con Gäel Giraud sulle prospettive economiche e internazionali

10 aprile 2020

Quale economia ci attende dopo la pandemia di coronavirus? Dire che il mondo non sarà più lo stesso è in fondo una banalità. Il vero problema è capire quali rischi e quali opportunità ci attendono e se sapremo affrontarli in maniera solidale e coerente. Ne abbiamo parlato con il gesuita Gäel Giraud, economista, direttore di ricerche al CNRS (Centre national de la recherche scientifique) e autore del volume Transizione ecologica (Emi, Verona, 2015).

In questo momento di grave emergenza sanitaria, un dato emerge con nettezza: il mondo occidentale si trova davanti a una sfida enorme. Questa crisi sta rivelando tutte le debolezze del sistema di vita sviluppatosi soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa. Il problema vero adesso è capire come uscirne e quale scenario ci aspetta.

La crisi che stiamo affrontando era prevedibile: episodi precedenti del coronavirus del 2002, 2013, H5N1, H1N1, e i ripetuti avvertimenti dell’Oms avrebbero dovuto metterci in allerta. La Corea del Sud, Taiwan e il Vietnam sono stati preparati, hanno praticato fin dall’inizio uno screening della popolazione, hanno distribuito mascherine e non hanno avuto bisogno del confinamento. Uno dei motivi per cui l’Occidente è stato preso alla sprovvista è che le nostre autorità pubbliche non ascoltano più veramente la comunità scientifica. Ciò che è vero, sfortunatamente, riguardo al cambiamento climatico, è confermato oggi con la pandemia. Forse dovremmo prendere sul serio le raccomandazioni dell’Oms, dell’IPCC e dell’IPBES almeno quanto quelle dell’Fmi.

Quale sarà il costo sociale della pandemia? Quale sarà l’impatto più immediato dell’emergenza sull’economia reale (aziende, famiglie, ecc.) e sul mercato del lavoro?

Una volta mancata la fase iniziale di screening, il confinamento era indispensabile; senza di esso la maggior parte dei paesi avrebbe visto centinaia di migliaia di morti. Ma questa misura sta causando anche un crollo senza precedenti che sta colpendo sia la domanda che l’offerta: oltre la metà dell’industria e dei servizi sono fermi nella maggior parte dei paesi europei. E anche l’80 per cento dell’edilizia. Ciò causerà fallimenti a catena delle imprese che non hanno abbastanza denaro per sopravvivere e gravi difficoltà per le famiglie a basso reddito. Le stime delle perdite del Pil variano a seconda del paese, ma è certo che sarà molto più grave rispetto al 2009 e probabilmente tanto grave quanto la crisi del 1929, a meno che non troviamo molto rapidamente antivirali che pongano rapidamente fine alla crisi. Il mondo del lavoro sarà duramente colpito: nelle ultime tre settimane gli Stati Uniti hanno visto quasi 10 milioni di disoccupati in più. L’Europa dovrebbe soffrire un po’ meno grazie al fatto che alcuni paesi, come la Spagna, hanno temporaneamente vietato i licenziamenti. Ma questo presuppone che lo Stato si prenda carico di 3/4 dei salari da pagare, come nel caso dell’Inghilterra, dell’Irlanda, della Danimarca. Quest’ultimo paese, insieme all’Italia, sta prendendo in considerazione l’ipotesi di farsi carico di tutti i costi delle imprese. Dopo il confinamento, il principale problema economico sarà quello di consentire agli europei di trovare lavoro. Infine, i più vulnerabili, ossia i senzatetto, i rifugiati e le popolazioni del quarto mondo, rischiano di essere letteralmente abbandonati. Fortunatamente i cristiani si stanno mobilitando: a Roma, il Centro Astalli continua a servire cibo ai rifugiati. A Parigi 2000 pasti vengono serviti ogni giorno ai senzatetto presso la Stanislas Catholic High School. Il Portogallo ha regolarizzato tutti i suoi rifugiati per proteggerli e la Germania sta prendendo in considerazione un reddito di base universale temporaneo.

L’idea che noi occidentali abbiamo del capitalismo cambierà dopo la pandemia? Se sì, come? Stiamo assistendo al ritorno dello Stato sociale? Ci sarà un ripensamento del rapporto tra stato e mercato?

Stiamo scoprendo quanto sono fragili le nostre catene del valore internazionali: oggi, se il 30 per cento dei dipendenti di un’azienda non può più lavorare, l’intera azienda è ferma. E se questa azienda fa parte di una catena di approvvigionamento “just-in-time”, senza inventario o ridondanza, l’intera catena viene bloccata. Ciò potrebbe causare interruzioni nelle catene alimentari o nell’approvvigionamento di farmaci nelle prossime settimane in alcune metropoli. È anche possibile il verificarsi di altre epidemie: il covid-19 potrebbe diventare una malattia stagionale se il virus muta durante l’inverno australe nei paesi del sud del mondo. Il riscaldamento globale e la distruzione della biodiversità stanno causando la diffusione di molte pandemie tropicali. Dobbiamo imparare da questo disastro e ridurre la nostra dipendenza dalle catene di approvvigionamento internazionali. Questo significa rilocalizzare, reindustrializzare l’Europa meridionale, compresa la Francia. La buona notizia è che questo crea posti di lavoro. Inoltre, dobbiamo capire che senza un sistema ospedaliero pubblico forte, nessuna economia (capitalista o no) può resistere a questo tipo di virus. La privatizzazione della salute è insensata di fronte a un virus: i più poveri non saranno in grado di pagarsi un’assicurazione medica e contamineranno tutti durante la prossima epidemia. Contrariamente all’ossessione per la privatizzazione che ha dominato per 40 anni, stiamo scoprendo quanto sia importante avere un sistema sanitario pubblico in buone condizioni per tutti. Ciò richiede che tutti paghino le tasse, ad esempio, ma anche che si smetta di credere che tutta la spesa pubblica sia un peccato. Va ricordato che l’idea secondo cui l’austerità fiscale aiuta a consolidare un’economia non ha alcuna base scientifica: essa si basa sulla falsa analogia tra una famiglia e un paese. In un paese, le spese degli uni sono le entrate di altri; quando lo stato inizia a spendere meno, tutti diventano più poveri. E oggi scopriamo anche che questo ci costa molte vite.

È evidente che i nostri sistemi sanitari sono stati impreparati. Come dobbiamo ripensare l’idea di salute pubblica?

Di fronte alle pandemie virali, al fine di evitare il confinamento, sarà necessario praticare la strategia attuata con successo, finora, in Estremo Oriente: fare uno screening sistematico, mettere fin dall’inizio in quarantena i casi positivi e distribuire mascherine a tutti. Sarà inoltre necessario effettuare uno screening (campioni casuali) per poter uscire dal confinamento in poche settimane. Altrimenti, il confinamento sarà stato inutile. Nel medio termine, un paese come l’Italia ha preso nuovamente coscienza della fragilità del suo sistema sanitario su tutto il suo territorio, soprattutto al sud. Inoltre, va detto che troppo spesso gli europei hanno l’abitudine di andare in pronto soccorso non appena hanno un piccolo disturbo. Bisogna invece rivalorizzare la medicina generalista, che deve essere al centro del sistema sanitario poiché essa orienta i pazienti in base alle loro patologie. Infine, è necessario migliorare le professioni infermieristiche e assistenziali. Durante la mia formazione gesuita, ero assistente in un ospedale: so bene che il personale sanitario è composto da eroi e santi che fanno miracoli ogni giorno, anche quando non c’è pandemia. È la “santità delle classi medie” di cui parla Papa Francesco. In Francia, l’87 per cento degli operatori sanitari, il 90 per cento degli infermieri e il 46 per cento dei medici sono donne ... Tuttavia, le nostre società, in particolare i media, tendono a disprezzare queste professioni eroiche. Proprio come i lavori di coloro che in questo momento permettono ai nostri paesi di continuare a vivere, nonostante il confinamento: i cassieri, coloro che raccolgono l’immondizia, i lavoratori e i braccianti agricoli, i gestori delle fognature, gli addetti alle consegne, ecc. Senza dimenticare i maestri e gli insegnanti che cercano di riaccendere a distanza nei nostri bambini confinati il desiderio di conoscere lo strano mondo che abbiamo preparato per loro.

La Cina è stata l’epicentro della pandemia. Tuttavia, il sistema cinese si sta dimostrando — almeno in apparenza — molto dinamico: la maggior parte delle aziende sono tornate a lavorare e i morti si sono azzerati. Questo vuol dire qualcosa per noi occidentali? Ci sarà un cambiamento negli equilibri tra mondo occidentale e Cina dopo l’emergenza?

La Cina cercherà di sfruttare questa crisi e il modo catastrofico in cui il governo Trump ha gestito la pandemia sul territorio americano, e questo per ottenere la leadership mondiale come hanno fatto gli Stati Uniti di Roosevelt nel 1945. Ma bisogna ricordare una cosa: la Cina è l’origine del problema perché non ha chiuso i suoi mercati della fauna selvatica a Wuhan e Pechino nonostante le ripetute richieste dell’Oms da diversi anni. L’amministrazione cinese non ha trasmesso in modo trasparente le informazioni che alcuni medici di Wuhan possedevano, e questo ha prodotto gravi ritardi; il numero delle vittime a Wuhan è senza dubbio dieci volte superiore alle cifre ufficiali; oggi l’economia cinese è tornata attiva al 40 per cento. L’Italia ha dovuto acquistare le attrezzature mediche rese disponibili dalla Cina. Non è stata una donazione.

L’Unione europea si sta dimostrando sempre più fragile. Stiamo assistendo a un confronto tra i paesi del nord che si oppongono ai “coronabond” e quelli più colpiti dalla pandemia che li chiedono. Come uscirà l’Europa da questa emergenza?

Gli ospedali in Sassonia accolgono pazienti italiani e francesi. Sul campo esiste un’enorme solidarietà tra gli europei che contrasta con la mentalità da contabili che prevale in alcune classi dirigenti e in alcune amministrazioni dei Paesi Bassi, della Germania e di Bruxelles. È necessario emettere 1.000 miliardi di coronabond per finanziare la ricostruzione ecologica dell’Europa: è una soluzione di buon senso. La Francia sta già chiedendo, ed è giusto, la parziale cancellazione dei debiti pubblici dei paesi africani colpiti duramente dalla pandemia. Ma dovremo affrontare il problema della cancellazione del debito anche in Europa. Abbiamo già avuto colossali debiti privati prima della pandemia, ora anche i debiti pubblici stanno per aumentare notevolmente. Cercheremo di ridurli con piani di austerità? Questi piani hanno fallito nel caso della Grecia. Non dobbiamo ripetere gli stessi errori che abbiamo fatto dieci anni fa e che hanno impoverito i nostri servizi pubblici, in particolare l’assistenza sanitaria. Restano quindi due soluzioni: aumentare nuovamente le tasse o annullare i debiti pubblici. La Banca centrale europea può annullare il rimborso di titoli di debito pubblico dei paesi della zona euro che detiene nel suo bilancio. Sono 2.000 miliardi di euro. Non vi sono ostacoli tecnici a questa riduzione del debito: solo tabù ideologici.

La pandemia può segnare la fine dell’Unione europea?

La mancanza di unità dell’Europa è il sintomo di una mancanza di unità generale tra le Nazioni. Per sconfiggere il virus Sars-CoV-2 e tutte le altre pandemie che potrebbero verificarsi, è indispensabile coordinarci su scala internazionale: il mondo ha sconfitto il vaiolo negli anni ‘70 quando tutti i paesi, senza eccezione, hanno vaccinato la loro popolazione. Se solo uno avesse fallito, avremmo comunque milioni di morti ogni anno a causa del vaiolo. Lo stesso vale per il coronavirus e tutte le pandemie. La sfida che l’umanità deve affrontare oggi è quella di rompere con una globalizzazione del mercato di cui oggi misuriamo la vulnerabilità, e imparare a cooperare su scala globale per beni comuni globali, compresa la salute.

di Luca M. Possati