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Cambiare per non scomparire

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Tre vescovi esaminano la crisi della Chiesa in Francia

16 aprile 2020

C’è il presule che vive in ambiente rurale e alpino, è abituato a farsi la spesa, a cucinarsi e a sbrigarsi da solo le faccende domestiche. C’è il vescovo più giovane di tutta la Francia il quale, dopo studi di economia e durante la stagione delle Giornate mondiali della gioventù, ha risposto alla vocazione sacerdotale. E infine c’è il presule di una città come Poitiers, erede di un grande teologo come Ilario, vescovo della stessa città. Che hanno in comune Jean-Philippe Nault, Bruno Valentin e Pascal Wintzer? Tutti e tre questi vescovi francesi hanno dato alle stampe negli ultimi mesi altrettanti interessanti libri in cui analizzano la situazione, le difficoltà e le sfide della Chiesa nella Francia (verrebbe da dire nell’Europa) contemporanea.

Tre libri, tre pastori, tre diagnosi convergenti e un’unica preoccupazione: portare il Vangelo agli uomini e alle donne di oggi. Jean-Philippe Nault, dal 2015 vescovo di Digne, nel dipartimento montano del sud della Francia Alpes-des-Haute-Provence, scrive L’audace de l’Évangile. Un évêque au coeur de la France rurale (Artège). Bruno Valentin, vescovo ausiliare di Versailles, alle porte di Parigi, attualmente il presule più giovane dell’Esagono (è nato nel 1972), pubblica Rebâtir ou laisser tomber. L'Église au cœur (Éditions de l’Emmanuel). Pascal Wintzer, già ausiliare di Poitiers, ora arcivescovo titolare, invece dà alle stampe Essayer d’autres chemins. L'Église, la mission et les prêtres en France (Salvator).

Si diceva della situazione francese, un paese ormai post-cristiano se è vero — come afferma una ricerca pubblicata su «Le Points» nel marzo 2019 — che solo il 32 per cento dei francesi si dice cristiano e appena il 19 si professa praticante. Soprattutto impressiona la quota di francesi che si dichiarano none, cioè senza religione: a Parigi e dintorni si arriva al 58 per cento (era il 27 nel 1981). Da dove partire, dunque, per una rinnovata presenza ecclesiale? La disamina di Nault — erede di un presule famoso, quel François de Miollis a cui Victor Hugo si ispirò per la figura di monsignor Myriel ne I miserabili — è cruda ma veritiera: «La fede perde velocità, i nostri abitanti delle campagne sono pressati da tutte le parti, la Chiesa stessa attraversa una crisi esistenziale, i corpi intermedi si afflosciano, il numero di preti non è più sufficiente per assicurare la cura di tutto il territorio, le ideologie mettono sotto scacco la vita, la famiglia, l’umanità in nome di una libertà diventata folle, il pianeta non riesce più a respirare».

Valentin, da parte sua, snocciola ulteriori motivi di disagio: «La collera e la vergogna davanti a così tante vittime di abusi; l’incomprensione e lo scoraggiamento davanti allo choc dei responsabili, vescovi o superiori religiosi». Monsignor Valentin decide di scrivere il suo libro davanti allo sgomento di Notre-Dame de Paris in fiamme. E parte dalla mail di una donna, Florence, per lasciarsi provocare: «Amo ascoltare il Vangelo di Gesù, pregare, leggere la Bibbia, meditare, riflettere sul senso della vita. Cerco di amare gli altri e il mio prossimo, soprattutto i più poveri. La mia vita è il mio cammino spirituale. Ma la Chiesa non ha più il suo posto, qui. Che ne pensa?». Del resto la crisi della Chiesa la accomuna ad altri soggetti sociali, sottolinea l’ausiliare di Versailles: «La situazione della Chiesa non è differente da quella dei sindacati o dei partiti, che vedono anch’essi assottigliarsi le fila dei militanti. Appartenere a un’istituzione sembra come rinunciare a se stessi».

Wintzer mette in fila una serie di atteggiamenti da evitare nella dinamica ecclesiale: «Ricevere senza trasmettere è accettare di essere un ghetto; inventare senza ricevere è accontentarsi di seguire le mode; trasmettere senza inventare è adottare la logica del “copia e incolla”». Dei tre presuli, monsignor Wintzer è quello che mantiene una prospettiva più alla A Diogneto, testo che egli cita parecchie volte: «Dei cristiani possono vivere in paesi le cui istituzioni non sono cristiane; non per ragioni pratiche o per rassegnazione, ma perché questo si inscrive nell’identità del cristianesimo, perché i fedeli di Cristo sono in realtà “cittadini del cielo”».

L’urgenza dell’evangelizzazione è fortissima nella coscienza di questi pastori d’anime. Ma come fare? A capo di una diocesi di 165.000 abitanti, fatta di sette valli montane, ognuna delle quali con la sua propria cattedrale — erano diocesi singole un tempo, oggi una di quelle è un paese (Senez) con ottanta abitanti — monsignor Nault rifugge dalla soluzione “donatista” di un cristianesimo che si rifugia tra le proprie mura: «La piccola minoranza cristiana che noi siamo deve lasciarsi rinnovare dalla gioia della fede, che è tutto eccetto un’identità o un appartenenza a un gruppo. Le nostre comunità non devono diventare delle isole chiuse su se stesse, staccate dal mondo e pronte a tutto pur di difendersi. Dobbiamo passare da una pastorale della conservazione a una pastorale dell’evangelizzazione».

Valentin formula così ciò che dovrebbe essere il futuro d’azione della Chiesa: «La sua credibilità dipende più che mai dalla capacità di dar prova del fatto che essa può rispondere alle aspirazioni del cuore dell’uomo». L’essere minoranza, e ora anche minoranza indicata come origine di alcuni mali come gli atti di abusi sessuali su minori di alcuni suoi membri, può essere una grazia, sostiene Wintzer: «L’umiliazione della Chiesa, dei preti, dei vescovi — che è comunque poca cosa rispetto alla sofferenza delle vittime — può forse essere un male necessario che ci porta a diventare più cristiani».

Certo, la priorità dell’evangelizzazione è qualcosa facile a dirsi. Ma a farsi? Nault suggerisce uno stile, «l’accoglienza ampia e benevolente verso tutte le persone che si approcciano alla chiesa. Per esempio, il momento più importante nel culto non è il culto in quanto tale, ma il prima e il dopo. Prima, per accogliere ogni persona che entra in chiesa, per ascoltarla e affidarla a qualcuno. E dopo per assicurarsi che i nuovi venuti siano entrati nella dinamica della comunità». Per monsignor Valentin il cuore della credibilità ecclesiale sono le opere di carità, esemplificate in esperienze come la comunità Nuovi orizzonti, il Secours catholique (le nostre Caritas), le case dell’Arche, e altre. L’arcivescovo di Poitiers offre invece consigli molto pratici su come essere “Chiesa in uscita”: «Ormai per la maggior parte della popolazione francese il cristianesimo appare strano, lontano, finanche ostile. Noi cattolici dobbiamo reimparare a bussare alle porte, ovvero a sollecitare il fatto di essere accolti non dico in paesi lontani ma nelle nostre proprie città. Dobbiamo proporre Cristo e il Vangelo ai membri stessi delle nostre famiglie, per i quali il cristianesimo è diventato estraneo», dice Wintzer.

Monsignor Nault indica più volte i cinque pilastri su cui continua a insistere nella costruzione della Chiesa di domani: «Vita di preghiera, vita fraterna, formazione, preoccupazione per i più poveri e per l’evangelizzazione». I più poveri possono essere proprio gli abitanti delle zone rurali francesi, se è vero che secondo gli ultimi dati c’è un suicidio al giorno tra i contadini di Francia. Il vescovo di Digne annota come oggi la Chiesa sembra più preoccupata dell’unica pecorella rimasta dentro che delle novantanove che si sono perse: «È forse difficile capirlo per il piccolo gruppo di fedeli, ma il prete è sollecitato sempre di più da quelli fuori. Le nostre parrocchie devono diventare dei poli missionari».

Secondo Valentin il superamento dell’impasse si sostanzia in una scelta di campo della Chiesa, quella ecologica: «La sua credibilità oggi passa per la capacità di mostrarsi attrice di quella salvezza che Dio dona, soprattutto attraverso l’impegno dei suoi membri per un’ecologia integrale». Il vescovo ausiliare di Versailles si pone anche la domanda di come essere rispetto alla cultura moderna: «La storia ce lo insegna: se costruiamo la Chiesa come una linea Maginot di fronte alle avanzate della modernità, il mondo ben presto surclasserà questa opera di difesa inutile e proseguirà la sua marcia senza di noi. Per contro, non si tratta di entrare nella tentazione opposta di limitarci a un semplice maquillage di facciata». Gli fa eco monsignor Wintzer: «Essere cristiani suppone di essere capaci non di vivere in una “resistenza” permanente all’opinione comune, al potere politico, ai media, ma di poter dire “no” ai comportamenti da pecoroni e agli slogan del momento». Al contempo, «sarà sempre possibile negare la realtà, rifiutare la società globalizzata, multiculturale e multireligiosa del XXI secolo, ma il rifiuto della realtà, piuttosto che essere un aiuto all’azione, ne sopprime ogni possibilità».

Nault ha chiaro che il problema non sono le strutture, ma l’anima dei cristiani: «La nostra vocazione battesimale non ci fa custodi di un museo, ma poveri e peccatori che, avendo fatto l’esperienza di un Dio che ci ama e ci ha salvato, vogliono vivere e testimoniare questo fatto. La Chiesa deve rendersi semplice e rendere leggera la sua struttura, per cessare di appoggiarsi su se stessa, e scoprire che essa deve appoggiarsi su nient’altro che Dio». Il suggerimento ecclesiale di Valentin è esplicito: «Una parrocchia deve restare un gruppo di persone che non hanno niente in comune salvo Cristo. Diffidiamo di quando le nostre comunità cristiane si costituiscono dei criteri di affinità troppo umani perché non esiste nessun criterio umano di unità che non sia simultaneamente un criterio di esclusione: un gruppo di giovani è un gruppo senza i vecchi, e viceversa». Il presule indica come necessaria la riforma delle strutture ecclesiali, a esempio una maggiore partecipazione femminile nei luoghi di responsabilità ecclesiali: «Nella nostra diocesi di Versailles due donne siedono nel consiglio episcopale». Il male da combattere è «il clericalismo», afferma facendo eco a Papa Francesco, «questa malattia ecclesiale che ha la sua sorgente nell’ignoranza del lavoro dello Spirito santo in noi. Il clericalismo è il disprezzo del battesimo».

di Lorenzo Fazzini