· Città del Vaticano ·

Ascoltiamo il grido dei popoli indigeni

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

A due mesi dalla pubblicazione di «Querida Amazonia»

02 aprile 2020

A due mesi dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia (2 febbraio), con cui Papa Francesco offriva le sue riflessioni e preoccupazioni relative al percorso di dialogo e discernimento rappresentato dall’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi, svoltasi lo scorso ottobre e avente come tema «Amazzonia: Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale», continua a risuonare il clamore dei popoli indigeni come luminosa lezione che ci insegna a rispettare l’ambiente in cui viviamo.

Questo anniversario, che cade proprio nel momento in cui il mondo intero sta affrontando la pandemia legata al covid-19, ci permette di soffermarci sulla capacità dei popoli indigeni, a cui dovremmo in qualche modo ispirarci, di vivere in armonia con sé stessi, con la natura e con gli altri esseri umani.

L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo, copre circa otto milioni di chilometri quadrati e costituisce uno dei maggiori punti di biodiversità del Pianeta. Secondo i dati del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad), i custodi di questi averi sono soprattutto i popoli indigeni che occupano circa il 45 per cento del bacino amazzonico ricavando il proprio sostentamento da caccia, raccolta e pesca. Si contano all’incirca 420 comunità autoctone che parlano 86 lingue e 650 dialetti. Nonostante siano i più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici rispetto a qualsiasi altro popolo del mondo, essi hanno sviluppato stili di vita sostenibili, adatti alle terre che abitano e, grazie alla loro ampia conoscenza tradizionale, svolgono un ruolo cruciale nella gestione delle risorse naturali. Inoltre, i sistemi alimentari indigeni generano cibo nutriente e il loro approccio alla produzione alimentare sostenibile può diventare fondamentale nell’affrontare il globale bisogno di cibo. Come affermato dal Pontefice, «i popoli indigeni sono un grido vivente a favore della speranza. Ci ricordano che noi esseri umani abbiamo una responsabilità condivisa nella cura della “casa comune” [...]. La terra soffre e i popoli originari sanno del dialogo con la terra, sanno che cos’è ascoltare la terra, vedere la terra, toccare la terra. Conoscono l’arte del vivere bene in armonia con la terra» (Discorso ai partecipanti alla iv riunione del Forum dei Popoli Indigeni, 14 febbraio 2019).

Nel corso dei secoli, le comunità autoctone sono state espropriate delle loro terre e risorse diventando spesso oggetto di discriminazioni per il loro modo di vivere. In tutto il mondo, esse rappresentano il 6 per cento della popolazione e il 18 per cento di coloro che vivono in condizioni di povertà. Per tutelare i loro diritti, il 13 settembre 2007, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni che stabilisce un quadro universale di riferimento per la sopravvivenza, la dignità e i diritti di questi ultimi in tutto il mondo. In particolare, la Dichiarazione, pur non essendo vincolante, ha avuto il pregio di stabilire il diritto dei popoli indigeni a non essere sottoposti all’assimilazione forzata o alla distruzione della loro cultura, a non essere espulsi dai loro territori e ha raccomandato, in caso di violazioni, un risarcimento sotto forma di restituzioni o compensazioni da parte dei Governi.

L’Organismo del Polo romano delle Nazioni Unite che vanta una lunga esperienza di lavoro con i popoli originari è l’Ifad, che ha sostenuto diverse iniziative a riguardo, principalmente in Asia e America Latina, consentendo alle comunità autoctone di partecipare alla definizione delle strategie per il loro sviluppo e di perseguire i loro obiettivi attraverso il rafforzamento delle organizzazioni e delle governance locali.

Il magistero di Papa Francesco ha sempre rivolto un’attenzione particolare all’Amazzonia e ai suoi popoli. Già nell’enciclica Laudato si’, il Vescovo di Roma ricorda «quei polmoni del pianeta colmi di biodiversità che sono l’Amazzonia e il bacino fluviale del Congo, o le grandi falde acquifere e i ghiacciai» (n.38). Tra le tematiche studiate nello scorso Sinodo e nell’esortazione apostolica Querida Amazonia, la questione ambientale assume una particolare rilevanza sulla scia di quella ecologia integrale di cui tanto parla il Santo Padre e che considera come inscindibilmente legata alle dimensioni umane e sociali. Questa ecologia integrale è inseparabile dalla nozione di bene comune che consiste nell’impegnarsi in maniera concreta riducendo le diseguaglianze e promuovendo il rispetto dei diritti umani fondamentali in una società in cui prevale la cultura dello scarto soprattutto nei confronti dei più poveri e vulnerabili.

Diventa dunque significativo notare come, se la cura delle persone e degli ecosistemi sono collegate, le foreste, risorse tanto fragili quanto necessarie, rappresentano una ricchezza non da sfruttare ma con la quale si deve entrare beneficamente in relazione. A questo riguardo, già Benedetto XVI aveva denunciato «la devastazione ambientale dell’Amazzonia e le minacce alla dignità umana delle sue popolazioni» (Discorso ai giovani, San Paolo, 10 maggio 2007). I popoli indigeni, i quali hanno mantenuto una relazione stabile con l’ambiente, sono visti come ostacolo a un certo tipo di sviluppo economico che non tiene conto delle conseguenze ambientali. A questo proposito, evidenzia il Successore di Pietro nell’esortazione apostolica Querida Amazonia: «La saggezza dei popoli originari dell’Amazzonia ispira cura e rispetto per il creato, con una chiara consapevolezza dei suoi limiti, proibendone l’abuso. Abusare della natura significa abusare degli antenati, dei fratelli e delle sorelle, della creazione e del Creatore, ipotecando il futuro. Gli indigeni, quando rimangono nei loro territori, sono quelli che meglio se ne prendono cura» (n. 42).

In conclusione, i popoli originari, cui siamo in qualche modo debitori, hanno sempre mostrato di essere resilienti e in grado di adattarsi ai cambiamenti pur mantenendo la loro unità e identità. È imprescindibile, dunque, riconoscere le istituzioni indigene non soltanto moltiplicando parole ma, soprattutto, mobilitando fondi per assicurare che esse possano partecipare adeguatamente ai processi decisionali che le coinvolgono sia a livello nazionale che internazionale. Instaurare dei partenariati rispettosi delle diversità e un dialogo aperto e inclusivo con le comunità autoctone risulta indispensabile affinché esse diventino le protagoniste del proprio sviluppo e mettano al servizio dell’intera umanità i loro sistemi di conoscenza.

di Fernando Chica Arellano
Osservatore Permanente della Santa Sede presso la Fao, l’Ifad e il Pam