· Città del Vaticano ·

Ad Anzio una mensa al servizio dei poveri

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Nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù la solidarietà non si ferma

25 aprile 2020

Ogni giorno, anche in questo periodo di forti limitazioni imposte dal contrasto al coronavirus, poveri e senza tetto hanno un pranzo assicurato e possono ricevere oggetti di abbigliamento grazie alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù ad Anzio. «Le nostre attività — dichiara all’Osservatore Romano il parroco, don Giuseppe Bisceglia — sono un segno concreto che tutti riconoscono a livello cittadino, interparrocchiale e diocesano. Non abbiamo sospeso il servizio, ma con l’emergenza sanitaria sono raddoppiate le persone che chiedono aiuto ed è cambiata del tutto l’organizzazione e la modalità di distribuzione del cibo. «Ci siamo attrezzati con dei contenitori sigillati ermeticamente e delle buste che distribuiamo sulla porta. Ora i pasti vengono consumati all’esterno della struttura e non più a mensa. Cerchiamo di tenere un atteggiamento discreto, per non metterli a disagio, ma vogliamo essere prudenti per salvaguardare l’ambiente interno». Qui, infatti, alcune donne con i loro figli sono ospiti in una casa di accoglienza, e ora cucinano per i poveri.

Ad Anzio, la congregazione di san Luigi Orione porta avanti opere caritatevoli da circa un secolo. In occasione del grande giubileo del 2000 adibì una parte della struttura parrocchiale a mensa per i poveri e un’altra a residenza per signore in difficoltà. Servizi che prima dell’epidemia andavano avanti anche grazie a un gruppo di volontari. «Senza di loro — spiega don Giuseppe — è stato difficile e molto faticoso tenere una certa costanza. Ora andiamo avanti anche grazie ad alcune madri che insieme ai loro figli si rendono utili in cucina. Forse non se lo aspettavano neanche loro, ma come abbiamo visto questa emergenza, in tanti casi chi è aiutato, adesso aiuta. Questo è molto bello, oltre che educativo per i bambini». Insegna a tutti a dare cibo e acqua a chi ha fame e sete. «La finalità della carità dovrebbe essere quella di evangelizzare il povero e farsi evangelizzare dai poveri. Molte volte — sottolinea il parroco — rischiamo di esaltare una dimensione della carità fine a se stessa: dove non c’è l’anima, dove non c’è una logica che nasce dall’alto». Quello che si fa per i poveri non è mai abbastanza, ricorda fra Domenico Russo, uno dei Figli della Divina provvidenza. A 80 anni dalla morte del santo fondatore, avvenuta nel 1940, questo è uno dei tanti segni dell’opera orionina. Ogni giorno vengono sfamate 25 persone. Sono sia italiani che cittadini stranieri. Spesso lavoratori senza contratto che prima della pandemia non avevano problemi e non avevano mai bussato in parrocchia per chiedere aiuto, ma che ora hanno sono in serie difficoltà.

«La parrocchia è importante perché ci dà una mano», dice Maurizio, che frequenta la mensa da circa un anno. «Non ho niente. Sono senza fissa dimora, ma la sera mi arrangio dormendo da un amico». Tra un pasto e l’altro gli incontri occasionali si trasformano anche in amicizie. «Io sono solo, non ho una famiglia. Qui ho conosciuto qualcuno che a volte, prima che scoppiasse la pandemia, incontravo per una passeggiata o per prendere un caffé».

Kumar, ex giardiniere di origini indiane, racconta la sua storia: «La parrocchia ci aiuta a pranzo. Vengo qui anche a prendere i vestiti e a fare una doccia», sebbene da qualche giorno il servizio sia sospeso. Mentre parla Kumar, esterna la sua preoccupazione perché non ha documenti validi in Italia e quando non c’è posto in dormitorio, vive in strada. «Qui non ho amici — confida al nostro giornale — perché una volta finito di pranzare, ognuno va per la sua strada». Le uniche persone care sono i genitori che sente ogni quattro o cinque mesi.

Gli ospiti frequentano la mensa della parrocchia del Sacro Cuore di Gesù per periodi brevi. Solo alcuni superano l’anno. «In genere — spiega don Giuseppe — vengono a pranzare qui e la sera dormono nella struttura di Sant’Egidio ad Anzio che ospita sei o sette persone. Altri senza tetto riposano alle Grotte di Nerone (i giardini in riva al mare) o si arrangiano».

Un’evangelizzazione ispirata dalle sofferenze umane è difficile ma necessaria, aggiunge il parroco. «Ciò che urge è coinvolgere la comunità: fare in modo che diventi soggetto di carità verso i poveri. C’è una sorta di distanza, di rifiuto nei loro confronti, sia che siano italiani o stranieri. C’è un atteggiamento guardingo. Invece, la sfida è quella di coinvolgere l’intera comunità nell’aiuto al povero. Solo allora si parla di evangelizzante». Per don Giuseppe «ci vuole tanta pazienza, ma alla fine la gente comprende e dà più valore alle sue azioni, alla sua partecipazione alle attività liturgiche, sacramentali o di catechesi. La dimensione caritativa, quando è compresa in questo senso, è accolta nella sua pienezza». Occorre una preghiera attiva. «Il cristiano non può limitarsi a essere una persona che offre parole consolatorie, ma deve diventare un testimone, una persona di servizio che illumina con il suo esempio di preghiera. Non sempre si concretizza questo passaggio. Alcuni si sentono soddisfatti perché hanno pregato, perché si sono confessati. Quindi vivono bene. Il segno di un’attività caritativa in una parrocchia — continua — dovrebbe coincidere proprio con questo salto che occorre fare: oggi bisogna incarnare questa testimonianza».

Quando l’emergenza per il coronavirus terminerà, la vita lentamente tornerà come prima e c’è la speranza che anche i volontari che abitano nei comuni limitrofi possano raggiungere la parrocchia. Perché in un mondo in cui le persone vanno sempre più di fretta, chi come loro, spesso in silenzio, dona il proprio tempo a chi è meno fortunato, ricorda a tutti la dimensione più propriamente umana di ogni comunità di persone. «Non è solo una questione di carità», dice Rocco, un ex cuoco: «Per me significa fare beneficenza». La carità non è solamente dare da mangiare a qualcuno. Lo si capisce dal racconto che fa Maria Immacolata, dipendente della comunità religiosa orionina e che da due anni svolge servizio di volontariato alla mensa dei poveri: «Ringrazio Dio che mi permette di fare qualcosa per altri, oltre che per la mia famiglia». Così l’accoglienza dei poveri alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Anzio resta un segno che più di ogni altro può commemorare la figura del santo fondatore: «Ave Maria e avanti!», come amava dire don Orione.

di Giordano Contu