· Città del Vaticano ·

Accanto alle persone con disabilità

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A Santa Marta il Papa prega per le donne e gli uomini più fragili colpiti dal coronavirus e per gli operatori sanitari che li assistono

18 aprile 2020

È per le persone con disabilità colpite dal coronavirus e per i medici e gli infermieri che le assistono, insieme ai familiari, che il Papa ha offerto la messa celebrata sabato mattina, 18 aprile, nella cappella di Casa Santa Marta. «Ieri ho ricevuto una lettera di una suora che lavora come traduttrice nella lingua dei segni per i sordomuti» ha confidato, a braccio, all’inizio della celebrazione. La religiosa, ha spiegato Francesco, gli ha raccontato «il lavoro tanto difficile che hanno gli operatori sanitari, gli infermieri, i medici con i malati disabili che hanno preso il covid-19. Preghiamo per loro che sono sempre al servizio di queste persone con diverse abilità, ma non hanno le abilità che abbiamo noi».

E ci saranno proprio le persone con disabilità spiritualmente in prima fila accanto al vescovo di Roma per accompagnarlo con la preghiera nel breve ma intenso pellegrinaggio che compie domenica mattina, alle 11, nel giorno della festa della Divina Misericordia, per celebrare la messa proprio nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, punto di riferimento per la devozione legata alla testimonianza di santità di suor Faustyna Kowalska. È stato il Pontefice stesso a ricordare — dopo la benedizione conclusiva — questo appuntamento e far presente che da lunedì 20 aprile riprenderà la celebrazione dell’Eucaristia alle 7 nella cappella di Casa Santa Marta.

Con il versetto 43 del salmo 105 — «Il Signore ha liberato il suo popolo e gli ha dato esultanza; ha colmato di gioia i suoi eletti. Alleluia» — letto come antifona d’ingresso, il Pontefice ha rilanciato la sua preghiera all’inizio della messa. E per la meditazione ha preso le mosse dal passo degli Atti degli apostoli (4, 13-21) proposto dalla liturgia: «“I capi, gli anziani e gli scribi, vedendo” questi uomini e “la franchezza” con la quale parlavano, e sapendo che era gente “senza istruzione”, forse non sapevano scrivere, “rimanevano stupiti”». Insomma, ha fatto presente il Papa, «non capivano: è una cosa che non possiamo capire come questa gente sia così coraggiosa, abbia questa franchezza» (cfr. At 4, 13)

E «franchezza», ha chiarito il Pontefice, «è una parola molto importante, che diviene lo stile proprio dei predicatori cristiani, anche nel libro degli Atti degli apostoli». Franchezza significa «coraggio, dire chiaramente» e «viene dalla radice greca “dire tutto”». Oggi, ha aggiunto, «anche noi usiamo tante volte questa parola, proprio la parola greca, per indicare questo: parresìa, franchezza, coraggio».

Gli Atti degli apostoli raccontano che i capi, gli anziani e gli scribi «vedevano questa franchezza, questo coraggio, questa parresìa» nei discepoli di Gesù «e non capivano». Erano stupiti da quella «franchezza», colpiti dal «coraggio» e dalla «franchezza con i quali i primi apostoli predicavano». E il libro in questione «è pieno di questo» atteggiamento franco e coraggioso, ha affermato il Papa: ad esempio «Paolo e Barnaba cercavano di spiegare agli ebrei con franchezza il mistero di Gesù e predicavano il Vangelo con franchezza» (cfr. At 13, 46). Ma — ha confidato Francesco — «c’è un versetto che a me piace tanto nella lettera agli Ebrei (cfr. 10, 32-35), quando l’autore si accorge che c’è qualcosa nella comunità che sta andando giù, che si perde quella cosa, che c’è un certo tepore, che questi cristiani stanno diventando tiepidi». Ecco il passo indicato dal Pontefice: «Richiamati ai primi giorni, avete sostenuto una lotta grande e dura: non gettate via adesso la vostra franchezza».

Le parole dell’autore della Lettera agli Ebrei sono un invito diretto: «Riprenditi». Sono un appello a «riprendere la franchezza, il coraggio cristiano di andare avanti». Con la consapevolezza che «non si può essere cristiani senza che venga questa franchezza: se non viene, non sei un buon cristiano. Se non hai il coraggio, se per spiegare la tua posizione tu scivoli sulle ideologie o sulle spiegazioni casistiche, ti manca quella franchezza, ti manca quello stile cristiano, la libertà di parlare, di dire tutto». In una parola, manca «il coraggio».

Rilanciando i contenuti del brano degli Atti degli apostoli, il Papa ha fatto notare «che i capi, gli anziani e gli scribi sono vittime di questa franchezza perché li mette all’angolo: non sanno cosa fare». Si legge nel brano citato: «Rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Vedendo poi in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare» (cfr. At 4, 13-14). In sostanza, «invece di accettare la verità come si vedeva, avevano il cuore tanto chiuso che hanno cercato la via della diplomazia, la via del compromesso», quasi a dire: «Spaventiamoli un po’, diciamo loro che saranno puniti e vediamo se così tacciono» (cfr. At 4, 16-17).

«Davvero — ha detto Francesco — sono messi all’angolo proprio dalla franchezza: non sapevano come uscirne». Perché «a loro non veniva in mente di dire: “ma non sarà vero questo?”». Il problema era che «il cuore già era chiuso, era duro». Di più, «il cuore era corrotto». E proprio «questo — ha fatto presente il Pontefice — è uno dei drammi: la forza dello Spirito Santo che si manifesta in questa franchezza della predicazione, in questa pazzia della predicazione, non può entrare nei cuori corrotti». E perciò occorre stare «attenti: peccatori sì, corrotti mai». Attenti a «non arrivare a questa corruzione che ha tanti modi di manifestarsi».

Riprendendo il filo del racconto degli Atti, Francesco ha fatto notare che quando capi, anziani e scribi «erano all’angolo e non sapevano cosa dire», puntano «alla fine» a trovare «un compromesso», minacciando e spaventando i discepoli, richiamandoli e ordinando loro di «non parlare in alcun momento né di insegnare nel nome di Gesù». In sostanza «facciamo la pace: voi andate in pace, ma non parlate nel nome di Gesù, non insegnate» (cfr. At 4, 18).

La risposta di Pietro e Giovanni non è però quella che si aspettavano. Eppure, ha detto il Papa, «Pietro non era un coraggioso nato, è stato un codardo, ha rinnegato Gesù». Invece «cosa è successo adesso?». Pietro e Giovanni rispondono: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (cfr. At 4, 19-20).

La questione proposta dal Pontefice è chiara: «Ma questo coraggio da dove viene a questo codardo che ha rinnegato il Signore? Cosa è successo nel cuore di quest’uomo?». E la risposta di Francesco è altrettanto chiara: «Il dono dello Spirito Santo: la franchezza, il coraggio, la parresìa è un dono, una grazia che dà lo Spirito Santo il giorno di Pentecoste». E «proprio dopo aver ricevuto lo Spirito Santo sono andati a predicare: un po’ coraggiosi, una cosa nuova per loro». Dunque, ha avvertito il Papa, «questa è coerenza, il segnale del cristiano, del vero cristiano: è coraggioso, dice tutta la verità perché è coerente».

E proprio «a questa coerenza chiama il Signore nell’invio», ha rilanciato il Pontefice, facendo riferimento al brano del Vangelo di Marco (16, 9-15) proposto dalla liturgia. «Dopo questa sintesi che fa Marco nel Vangelo: “Risorto al mattino” (16,9) — una sintesi della risurrezione», ha affermato Francesco, il Signore «rimproverò» i discepoli «per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto» (v. 14).

Ma ecco che «con la forza dello Spirito Santo — è il saluto di Gesù: “Ricevete lo Spirito Santo” — disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”» (Mc 16, 15). Gesù esorta: «andate con coraggio, andate con franchezza, non abbiate paura». Riprendendo «il versetto della Lettera agli Ebrei» (cfr. Eb 10, 35) Francesco ha nuovamente invitato a non gettare via la franchezza, a non gettare via «questo dono dello Spirito Santo». Perché «la missione nasce proprio da qui, da questo dono che ci fa coraggiosi, franchi nell’annuncio della parola». Al termine della meditazione, il Papa ha suggerito di pregare perché «il Signore ci aiuti sempre a essere così: coraggiosi». Questo «non vuol dire imprudenti» ma «coraggiosi: il coraggio cristiano sempre è prudente, ma è coraggioso».

Successivamente, con la preghiera del cardinale Rafael Merry del Val, Francesco ha invitato «le persone che non possono fare la comunione» a fare «adesso» la comunione spirituale. Concludendo la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per poi affidare — accompagnato dal canto dell’antifona Regina Caeli — la sua preghiera alla Madre di Dio, sostando davanti all’immagine mariana della cappella di Santa Marta. E le intenzioni del vescovo di Roma sono state rilanciate a mezzogiorno, nella basilica Vaticana, dal cardinale arciprete Angelo Comastri che ha guidato la recita del Regina Caeli e del rosario.